Varie, 11 ottobre 2007
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Parpaglioni Edo
• (Edocle) Roma 21 agosto 1936, 10 ottobre 2007. Giornalista • «Caporedattore di notte è l’aristocrazia della parola frettolosa e necessitata. Caporedattore di notte è la responsabilità di bloccare il processo produttivo. Caporedattore di notte è l’umile gloria del giornalismo quotidiano. [...] quando gli altri giornalisti riposano o si svagano, però tutto intorno la vita continua, le notizie piovono, o grandinano, o drammaticamente scarseggiano, e allora, mentre le rotative è da un pezzo che sono partite, sferraglianti, ecco, a volte per il caporedattore di notte c’è appena da aggiustare un titolo, ma a volte gli tocca smontare il giornale e rimontarlo in solitudine, nel caos silenzioso degli stanzoni deserti e delle piccole ore. Questo era il mestiere e il rango luminoso, senza dubbio, di Edo Parpaglioni, il mago delle ribattute, l’habitué delle tipografie, l’uomo che viveva all’incontrario e parava le spalle a generazioni di giornalisti. Quanti sfondoni cancellati, in quarant’anni di lavoro, quante realtà rovesciate di colpo, da tutto il pianeta, sempre lì a combattere con i fusi orari, i guasti delle macchine, l’ambiguità delle circostanze, i piagnistei delle prime donne. Un impegno che richiede discernimento, pazienza, rapidità, esattezza, cognizione del mondo. Ma a queste virtù cardinali c’è da dire, e il prima possibile, che lui recava in dote la grazia di una bonomia rara, preziosa e disincantata. Nessuno che abbia lavorato con Edo, nel calore dello sforzo cataclismatico come nelle lunghe ore dell’attesa, nel silenzio e nella chiacchiera, può dimenticare questo suo tratto umano. Mai un giudizio avventato, mai un pettegolezzo velenoso, mai un gesto di stizza. Occhi al cielo, tutt’al più, celeste rassegnazione. Arrivato al giornale, più che suo compito riteneva suo dovere fare il giro dei servizi, e con allegra regolarità salutava: ”Buona sera a tutta questa bella gente!”. Mai come oggi si capisce che la sua era una specie di laica benedizione dettata da un garbo ironico, generoso, antico, molto romano. Era nato a Testaccio, tra il Campo Boario e il Cimitero degli Inglesi; cresciuto fra le mura, il fiume, le pendici dell’Aventino in una città affamata e martoriata dalla guerra, poi pazza di gioia. Famiglia povera e numerosissima. Quasi autodidatta, s’innamorò dei Promessi sposi, quindi della sua città e poi, in assennatissima sequenza, del Pci, della futura moglie, della famiglia e dei due grandi quotidiani nei quali e per i quali - soprattutto - ha lavorato. Uno è Paese Sera, alla cui esperienza Parpaglioni ha dedicato un prezioso ricordo (C’era una volta Paese Sera, Editori riuniti, 1998) che gli valse i premi Saint-Vincent e Grinzane Cavour-Cesare Pavese. L’altro è la Repubblica. Dopo 13 anni trascorsi in notturna nel cuore del quotidiano, l’ufficio centrale, al momento di andare in pensione gli era stato regalato un viaggio, quasi l’invito a riprendersi la vita del giorno, i raggi del sole. Uomo fedele per natura e per vocazione, Edo, che in realtà si chiamava Edocle: collega affidabile e amatissimo, grandi occhiali, andatura, buon senso e sorriso indimenticabili, comunista all’antica e poi necessariamente borbottone, ma sempre senza paraocchi. Elegante d’animo nei passaggi scivolosi della cronaca. Un classico personaggio d’altri tempi, come si dice sempre più spesso con malcelata nostalgia. Comunque una vita molto bella, la sua, perché straordinariamente pulita. L’aveva appena finita di raccontare in forma larvatamente romanzesca in un libricino: Sotto l’ombra di un bel fior, Editori riuniti. Edo vi è raffigurato in copertina, bambino con il ciuffo, sorridente, pantaloncini corti tenuti su con le bretelle. [...]» (Filippo Ceccarelli, ”la Repubblica” 11/10/2007).