Franco Cordero, la Repubblica 11/10/2007, 11 ottobre 2007
Domenica 26 ottobre 1913 gl´italiani votano a suffragio maschile quasi universale: riforma temuta anche dalla sinistra; e nei numeri il governo appare forte ma Giolitti fiuta arie inquiete
Domenica 26 ottobre 1913 gl´italiani votano a suffragio maschile quasi universale: riforma temuta anche dalla sinistra; e nei numeri il governo appare forte ma Giolitti fiuta arie inquiete. Succede nelle Camere nuove. Niente d´allarmante, anzi ogni tanto una crisi riesce salutare, nota retrospettivamente. E maestro delle eclissi terapeutiche: era svanito due volte dalla scena, tornando a colpo sicuro (28 marzo 1905-29 maggio 1906, 11 dicembre 1909-30 marzo 1911): gli tenevano il posto Alessandro Fortis, poi Luigi Luzzatti; i due effimeri ministeri Sonnino fornivano la prova dell´impossibilità d´un governo fuori della sua orbita. Martedì 10 marzo 1914 ripete la mossa: gliene offrono l´occasione, forse concertata, i deputati radicali; guidava un´équipe di sinistra; quale successore indica Antonio Salandra, grigio esponente della Destra soi-disante liberale. Male, deplora l´intelligentissimo Francesco Saverio Nitti, ministro junior: sotto l´aspetto torpido, è pericoloso; non s´illuda d´averlo avversario; sarà nemico. Ictu oculi parrebbe innocuo: non ha carisma né irradia simpatia; lento, indolente, poco visibile, quasi afasico, ma nello scritto conia frasi d´effetto; viene dal ceto degli agrari pugliesi. Racconta d´essere salito a Roma (anno 1879), «giovane professore» nell´appena istituita Scuola di scienze politiche, tacendo il resto: quanto poco valgano i suoi esigui scritti; e la molto stentata carriera accademica; dai verbali della Facoltà, 9 febbraio 1885, risulta «straordinario» (nel lessico d´allora, senza cattedra); tiene incarichi annuali gratuiti; e ne passano 15 prima che i cattedratici, 6 contro 1, formulino parere favorevole sulla proposta ministeriale della nomina a ordinario, 2 novembre 1900. Promozione politica: era stato tre volte sottosegretario, indi titolare dell´Agricoltura nel secondo gabinetto Pelloux, il cui ispiratore Sonnino, famoso gaffeur in pose marmoree, invoca una regressione alla monarchia 1848; e siede nei due governi fantasma stagionali (1906, 1909). Quanto perspicace fosse Nitti, l´attesta una lettera 7 agosto 1914: era andato al governo con propositi modesti; restaurare lo Stato dopo 10 anni d´una «politica nefasta». Inutile dire dove stesse il nefas: l´assurda neutralità del governo nei conflitti padroni-operai o braccianti e le aperture alla sinistra sociale; Giolitti è ante litteram un bolscevico dell´Annunziata; perciò Luigi Albertini, salandrino toto corde, e Piero Giacosa, suo cognato, lo chiamano "Bergnifun", nome dialettale del diavolo. Non sono più tempi d´euforia democratica: la recessione acuisce i conflitti; Benito Mussolini ha spodestato i riformisti e comanda un Avanti d´assalto; benvoluti dagl´industriali arcigni, i nazionalisti mitomani (pochi ma rumorosi, 6 deputati) predicano disciplina sociale e guerre d´aggressione, essendo paese proletario l´Italia, naturalmente solidale col Reich tedesco contro la signoria capitalistica franco-inglese. Nella seduta inaugurale della nuova Camera, 27 novembre 1913, Arturo Labriola, socialista ballerino, dichiarava chiusa l´epoca giolittiana. Vero ma Salandra è una nullità, qualunque cosa scriva Albertini. L´odiato cuneese lo soffierebbe via se l´impresa libica, aliena dai suoi gusti, non scoperchiasse il formicaio balcanico: Saraievo, 28 giugno 1914, mano serba uccide l´erede al trono austriaco; Vienna vuole una spedizione punitiva come ringiovanimento sanguinoso della monarchia decrepita, senonché dietro la Serbia sta Mater Russia; e l´automatismo dei piani militari berlinesi scatena una guerra bifronte. Guerra aggressiva: alleata da 32 anni degl´Imperi, l´Italia resta neutrale, mancando il casus foederis; collera e sdegno dei nazionalisti germanofili davanti all´occasione persa, ma cambiano subito cavallo; il rendiconto con l´Occidente grasso può aspettare; prendiamo intanto Adriatico e Mediterraneo orientale. Convolano gl´interventisti virtuosi, umanitari, slavofili (vedi Salvemini e Bissolati, curioso episodio nella storia dell´intelligenza). Sciaguratamente muore San Giuliano, unica testa fine del governo, e riappare Sonnino, l´ultimo uomo al mondo idoneo a giocare partite simili, ma Nitti sbaglia incolpandolo d´azione malefica (dapprima voleva l´intervento triplicista, poi ripiega sulla neutralità). L´autentico negromante è Salandra: voleva rifondare lo Stato su basi oligarchiche; liquiderà Bergnifun con l´ultima, comoda guerra del Risorgimento. Albertini ha una gran paura: che sia quel Satanasso oriundo della Val Maira a condurre l´impresa: paura fuori luogo; Giolitti considera disonorevole e funesta l´idea d´un salto nel calderone. Tra tanti cantori è l´unico che parli d´etica elementare. Qui la storia diventa analisi introspettiva: la febbre guerriera sale, specie dopo il coup de scène mussoliniano, ma è fenomeno marginale, sebbene salti agli occhi e rompa i timpani perché i bellicosi dalle tre o quattro anime (reazionaria, democratica, socialistoide, addirittura anarchica) parlano, scrivono, schiumano in varie pantomime; il grosso del paese li vomita. I quattro quinti dei 508 parlamentari stanno con Giolitti, sapendo cosa pensino gli elettori. Appena lui muova dito, il governo cade: l´occasione ricorre tre volte, in ottobre, dicembre, marzo; e invece lo sostiene. Giovedì 4 marzo Salandra, venutogli a casa, parla dei negoziati con Vienna. Benissimo, ottengano tutto il possibile. Lo psicodramma pone un quesito: come possa avergli creduto, lui così esperto, rusé, freddo, laconico, immune da sentimentalismi, senza illusioni sul prossimo; e affiora un limite ideologico. Quale alchimista d´assemblea, postula regole inviolabili: non concepisce che due uomini da niente, piloti d´un governo volatile, complottino avventure belliche europee senza avvertire le Camere; chi vota la relativa spesa?; e Sua Maestà sia così demente da seguirli. In aprile tiene ancora ferma l´ipotesi moralmente buona, sebbene piovano avvertimenti: il calendario fissava la riapertura della Camera, 12 maggio, rinviata d´otto giorni; e dal 26 aprile patti segreti obbligano l´Italia alla guerra entro un mese. Domenica 9 scende a Termini, male accolto da patrioti gridatori. I diari (Salandra, Martini, Malagodi) narrano diavolerie pubbliche e private. Gli mandano subito Paolo Carcano, ex garibaldino, ministro del tesoro. L´ascolta e salta in piedi sentendo come Vittorio Emanuele avesse scambiato telegrammi con i Capi dell´Intesa. Annuncia sventure: il Veneto invaso (i generali sono bestie e i soldati non andranno al macello); disordine, rovina economica, rivoluzione; ne risponderà il re, non solo i ministri. L´indomani mattina, chiamato da Villa Savoia, spende parole chiare: sarebbe follia; in Piemonte nessuno vuole la guerra; le intese londinesi sono affare diplomatico; la decisione spetta al Parlamento. Nel lungo colloquio pomeridiano con Salandra sviluppa l´idea d´un disimpegno garantendo i quattro quinti dei voti. Malagodi lo rivede «assai più calmo e rasserenato». Sgomento e lutto tra i guerrafondai. Giovedì, festa dell´Ascensione, Salandra compie la mossa del «beau joueur» dimettendosi (se ne compiace ancora 15 anni dopo): provocatio ad populum; e non è plebe («popolaccio», scrive) ma «piccola borghesia d´impiegati, commessi, studenti». Da mercoledì sera imperversa D´Annunzio nella parte del giullare truculento, parte laida. L´indomani (ascoltato, dicono, dalla regina madre) tiene un´«arringa al popolo in tumulto» contro «quel vecchio boia labbrone». Venerdì sera nel Teatro Costanzi lancia un´«accusa pubblica» istigando all´omicidio: «udite, udite, gravissime cose vi dirò»; ascoltino muti; poi li vuole «in piedi, tutti»; Giolitti serve lo straniero, tradisce il Re, ecc. Abita a due passi da lì ed era tutto pronto. Lo salva un caso fortunato. «Fiera invettiva», commenta Salandra, «veramente magnifica». Lunedì riparte verso Cavour. La questura non può garantirgli l´incolumità, a meno d´apparati straordinari. Ha vinto la piazza. «Giornata indimenticabile», annota domenica 16 Ferdinando Martini, vecchio e furbo linguaiolo, anima bellicosa del governo: «splendido giorno», ripete l´indomani; martedì 18 non esce, ha i reumi. Salandra muove guerra, declama in Campidoglio, imbosca i figli suoi e dei consorti. Esauriti gli spiriti animali criminaloidi, ricade nell´abulia: falliscono due offensive suicide sull´Isonzo; in piena estate crede ancora che la partita stia finendo in gloria; e sprofonda miserabilmente, 19 giugno 1916, sostituito dal vegliardo Paolo Boselli. Siamo al terzo autunno. Dopo Caporetto, mercoledì 31 ottobre 1917, Martini copia nel diario due righe scultorie del figlio Alessandro, imboscato a Padova, nuova sede del Quartiere generale: niente è perso, purché «si[a]te grandi, forti... feroci; noi siamo saldi e disposti a tutto». Casa Martini invoca metodi cadorniani, santo Terrore: ovvio chi sia il primo da appendere; diffamava le armi d´Italia; aveva previsto l´invasione. Coglie nel segno anche la previsione del sisma interno: l´Italia esce stravolta dai 41 mesi terribili; dissesto, velleitario biennio rosso, controrivoluzione nazionalfascista. Sabato 28 ottobre 1922 Salandra redivivo sogna una rentrée con cinque ministri neri ma l´ex direttore dell´Avanti se lo toglie dai piedi regalandogli la qualifica del fascista onorario. Ha spiazzato tutti: Destra pseudoliberale, industriali milanesi, Corriere della Sera, un Giolitti inesorabilmente démodé, fascisti moderati ed estremisti; nonostante gli enormi difetti, il più lucido e forte risulta lui, già rosso furente (gli avversari lo chiamavano «epilettoide»). Sua Maestà aveva affossato la dinastia sette anni fa seguendo i due folli. Nell´autunno 1922 opera una scelta quasi obbligata. Ha vinto il «Quinto Stato», scrive Luigi Salvatorelli sulla Stampa, 1 novembre 1922: l´incarico a Mussolini chiude il ciclo aperto dalle «radiose giornate»; soccombe Salandra e con lui quanti volevano usare il fascismo come castigamatti dei rossi o lo definivano effimera «psicosi bellica». No, ha radici organiche perché, convogliando i disoccupati della guerra, interpreta una borghesia malsicura, d´identità fluida. L´abbiamo vista: consuma retorica a buon mercato; applaude i manierismi dannunziani; ignora etica e ragione empirica; pratica o ammette violenza e frode sotto maschere santimoniose; sviluppa scorrerie cicliche. Tale l´avventura fascista. Fungono da ostetriche figure bienséantes. L´archetipo è Luigi Ferderzoni, carducciano, redattore del Giornale d´Italia, nazionalista, monarchico, cattolico, amabile gentiluomo: presentava l´esiguo suo gruppo come «avanguardia del partito liberale» (27 novembre 1914); ministro degl´Interni dopo l´affare Matteotti, castiga ogni residuo dissenso; uomo d´ordine vieux style, così diverso dal fascista manganellatore; affabile homme de lettres, direttore della Nuova Antologia; presiede Senato, Accademia d´Italia, Treccani; vota contro Mussolini moribondo; attraversa incolume le tempeste e chiude l´onorata vecchiaia anno Domini 1967, unico superstite della commedia nera, campione d´una specie dalle mille risorse. La politica è anche storia naturale.