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 2007  ottobre 11 Giovedì calendario

Michael Franzese si trova in America, impegnato in una serie di conferenze nelle Università americane

Michael Franzese si trova in America, impegnato in una serie di conferenze nelle Università americane. Ieri ha accettato di concede a «La Stampa» una intervista telefonica. Lei era nel business delle scommesse clandestine. Il tennis è davvero così compromesso dalle partite truccate? «Sì, e sicuramente lo è più che in passato perché oggi scommettere è facile: basta collegarsi a internet. Una volta si scommetteva di nascosto, oggi lo si fa alla luce del giorno. Inoltre il tennis è uno sport prevedibile e molto facile da alterare. Basta una persona sola». Sono coinvolti anche grandi nomi? «Nessuno offrirà mai soldi a Federer o Nadal per truccare le partite. Ma a livello più basso ci sono molti altri tennisti che si fanno tentare. già successo». Si parla molto del match fra Davydenko e Vassallo Arguello a Sopot. Lei cosa ne pensa? «Ci sono indagini in corso, non voglio dire troppo. Certo l’andamento di quel match è stato molto, molto sospetto». I tennisti russi sono i più discussi: a ragione o a torto? «Gli atleti russi non amano parlare di queste cose. Nel tennis come nell’hockey su ghiaccio. Io lavoro con tutte le leghe professionistiche americane, giocatori di hockey dell’est europeo si sono confidati con me: temono per le famiglie che sono ancora in Romania o in Russia». Dietro le partite illegali ci sono la mafia russa e Cosa Nostra? «Sì, perché il business delle scommesse è il più grande che c’è. A New York, ai miei tempi, solo la mia famiglia nello sport muoveva 30 o 40 milioni di dollari alla settimana. A New York ci sono 5 famiglie. Faccia lei le moltiplicazioni. Io appartenevo alla famiglia Colombo, eravamo in 110, qualcuno si occupava degli atleti, io controllavo soprattutto i bookmakers. Non tutta la famiglia seguiva solo le scommesse, ovviamente. Anche la Mafia russa agisce così». Ma le scommesse legali non dovevano ripulire il campo? «Illusioni. Dove ci sono scommesse legali ci saranno sempre anche scommesse illegali. Apri un ristorante in una strada, e non viene nessuno. Aprine dieci, e avrai una folla. Ricordo quando in America legalizzarono le scommesse sulle corse dei camion. Credevano che i bookmakers clandestini sarebbero scomparsi. successo il contrario. Per scommettere su internet hai bisogno di una carta di credito, no? Quando hai finito i soldi, chi ti dà credito? Il bookmaker illegale. E il gioco ricomincia». Una volta che un giocatore accetta di vendere una partita, cosa rischia? «Rischia molto. Anche la vita. Quando ero in Cosa Nostra, negli anni 80, mi occupavo di questo. Seguivo i bookmaker e gli atleti. Una volta che ne agganciavo uno, non lo mollavo più. Il mio consiglio è semplice: se qualcuno vi avvicina, dite di no. Non rischiate niente, il tipo proverà con qualcun altro. Ma se dite di sì una volta, siete nei guai. Conosco bene quella gente, non scherza».  questo che ha spiegato ai tennisti nell’incontro organizzato dall’Atp a Miami in marzo? «Sì, li ho messi in guardia. In prima fila c’erano Federer, Nadal e Roddick, mi sono sembrati attenti, anche se non hanno fatto domande. Tengo molti di questi incontri, ma con i tennisti è stato il più difficile». Il problema coinvolge anche chi sta attorno ai tennisti? «Conosco il trainer di un altro sport professionistico che per anni ha fornito informazioni riservate ai bookmakers. Era sul loro libro paga». Cosa si può fare per combattere il fenomeno? «L’Atp sta impegnandosi molto, occorre investire nella propaganda e nell’educazione. Fare leva sulla morale degli sportivi, perché non è né possibile né giusto sorvegliare tutti gli atleti tutti i giorni». Insomma, una battaglia persa? «Temo che le scommesse clandestine esisteranno sempre. Ci sono dietro interessi troppo grossi. Da un parte, molti fan seguono lo sport proprio perché possono scommettere. Togli loro il gioco e li perderai. Dall’altra, le partite truccate sono il vero pericolo, più del doping: tolgono credibilità allo sport professionistico. E lo uccidono». Come ha fatto a lasciare Cosa Nostra e a sopravvivere? «Mi accorsi di essere in pericolo di vita e mi affidai all’Fbi. Ancora adesso devo stare attento. Non camperei se tornassi a Brooklyn. Molti di quelli che conoscevo sono in prigione o hanno fatto una brutta fine. Diciamo che sto attento a non dire nulla contro chi lavorava con me. E loro lo sanno». Stampa Articolo