Arrigo Levi e i lettori, La Stampa 11/10/2007, 11 ottobre 2007
CON LE RISPOSTE DEI LETTORI E LA REPLICA DI LEVI
LA STAMPA, 8/10/2007
ARRIGO LEVI
«In tre anni raddoppiati i romeni». un titolo della Stampa del 3 ottobre. L’articolo riferisce, correttamente, sia opinioni allarmate di fronte a un fenomeno migratorio imponente, nuovo per un Paese di emigranti come era l’Italia fino a una generazione addietro; sia opinioni favorevoli, che spiegano le ragioni di questa ondata immigratoria, concentrata soprattutto nelle regioni più ricche del Nord, derivante dalla forte domanda insoddisfatta di manodopera: badanti, operai, braccianti agricoli, disposti a fare lavori che molti italiani non amano più fare.
Di lavoratori romeni se ne incontrano molti anche a Roma. Fra gli immigrati si distinguono per la facilità con cui imparano l’italiano; ma anche, a giudicare dalle badanti o dai vari idraulici e muratori romeni con cui io, come tanti altri, sono venuto a contatto, per l’impegno che mettono nel lavoro, e per la buona opinione che ne hanno i «padroni» italiani.
Il mio commento istintivo, di fronte alla notizia del «raddoppio in tre anni» degli immigrati dalla Romania, consiste nel dire: grazie romeni.
So che non tutti condividono questa mia opinione. E mi chiedo fino a che punto questa nasca dal fatto che anch’io sono stato emigrante.
E che dell’emigrazione italiana e non italiana nelle Americhe conosco la storia e ho condiviso, in modo per mia fortuna marginale, le vicende e le sofferenze.
Nell’Argentina della mia giovinezza gli italiani erano ancora chiamati «gringos», e gli ebrei «rusos», e vi assicuro che nessuno dei due termini era elogiativo. Un «gringo» che fosse anche «ruso», come ero io, rischiava di suscitare un cumulo pauroso di pregiudizi. Per fortuna la vera alternativa era allora fra essere peronista o antiperonista, e una volta che si chiariva che io ero studente universitario, e che avevo trascorso cinque giorni (come altri 5.000 studenti sui 18 mila di tutta l’Università di Buenos Aires) a Villa Devoto, ossia il carcere, per antiperonismo, ogni altra appartenenza passava in secondo piano. A Villa Devoto, da «gringo» o «ruso» che fossi, diventai argentino.
Ma ero ben consapevole che appena una generazione prima gli immigrati italiani avevano sofferto - e come - di tutti i pregiudizi che suscitava l’essere «gringo»: ignorante, analfabeta, sporco, ritenuto a priori camorrista o fannullone. Forse per queste ragioni, io ho una istintiva simpatia per quella maggioranza di immigrati romeni, o albanesi, o marocchini, che sono seri lavoratori, ma che per guadagnarsi il rispetto che meritano devono prima scalare una montagna di pregiudizi: come dovevano scalarla i nostri poveri contadini analfabeti emigrati «nelle Americhe», prima di riuscire a non essere scambiati per dei tagliagole al servizio di qualche padrino.
Li guardo, e vedo in loro l’immagine di quegli emigranti meridionali o veneti, che si imbarcavano con i loro fagotti, tra l’Otto e il Novecento, per andare a cercar fortuna Oltreoceano; pronti a fare qualsiasi lavoro (anche i lavavetri, se allora ci fossero state automobili), pur di portare a casa a sera qualche soldo. Condivido lo sconforto della gran maggioranza di loro, che aiutano l’Italia d’oggi ad aumentare il Pil, come aumenta il Pil Usa per la capacità dell’America di aprirsi agli immigrati di tutto il mondo, e che ogni giorno si sentono disprezzati, come fossero tutti assassini, tutti rapinatori, e, se donne, tutte prostitute.
E provo, come italiano, vergogna e preoccupazione per la campagna di odio che si sta scatenando contro «gli zingari» o «i romeni», frutto dell’indignazione per isolati fatti di cronaca, ma anche di parole incaute e pericolose, di sapore razzista, che vengono pronunciate nei loro confronti e che ottengono un’immeritata pubblicità.
Per «integrarsi» bene, è ovvio, i nuovi immigrati hanno bisogno anche di aiuti: fra parentesi (molti lo ignorano), le province d’Italia dove trovano l’ambiente più favorevole sono quelle del Nord-Est. A Treviso e dintorni, dove gli amministratori locali, spesso leghisti, parlano talvolta male ma agiscono bene, dandosi da fare per trovare ai nuovi immigrati case e lavoro, il problema dell’integrazione dei nuovi venuti dall’Est è ridotto al minimo. I primi a opporsi all’assurda ipotesi di «chiudere le frontiere» sarebbero gli imprenditori e coltivatori che hanno assolutamente bisogno di loro.
Se poi ci sono degli immigrati delinquenti, meritano di essere trattati come gli italiani delinquenti (spesso fra l’una e l’altra delinquenza c’è uno stretto intreccio; e una collaborazione sempre più stretta tra le nostre forze di sicurezza e quelle dei nuovi partner europei è altrettanto necessaria). Ma, per favore, smettiamola di pensare che dietro ogni rapina in villa o in banca, o dietro ogni omicidio o tragedia stradale, ci sia un immigrato: il più delle volte i colpevoli sono di ineccepibili italiche origini.
Quanto alla gran maggioranza di loro, ripeto: grazie romeni. Chi è stato emigrante sa quanto sia pesante da portarsi addosso il fardello del pregiudizio; quanto sia faticoso essere un immigrante, fra gente estranea che ti guarda male. Come abbiamo potuto dimenticarlo, in appena una generazione?
LA STAMPA 11/10/2007
Arrigo Levi e i rom
Io sono d’accordo
Egregio Arrigo Levi, anch’io sto con i romeni e condivido i suoi commenti sulla Stampa di lunedì, ai quali mi permetto aggiungere alcuni miei, con un sottotitolo che potrebbe essere «Non tutte le mele sono marce». Anzitutto, come di dovere, mi presento: sono Furio Percovich, nato nel 1933 a Fiume (ora Rijeka in Croazia), esule dal 1949 come tanti miei corregionali che hanno pagato per tutti gli italiani le conseguenze della nefasta guerra voluta da tantissimi «fascisti» che il 10 giugno 1940 inneggiavano al «duce» ecc. Nel 1950 sono emigrato in Uruguay, cioè sull’altra riva del Rio de la Plata dove lei era emigrato e tacciato di «ruso». Sono d’accordo con lei nel comparare gli odierni «romeni», come pure gli altri extra-comunitari, con i nostri meridionali/veneti/liguri/piemontesi dell’Ottocento (e Novecento) in cerca di fortuna, pronti a fare qualsiasi lavoro che tanti italiani di oggi schivano, quali «bambini viziati e schizzinosi». Ci sono anche dei delinquenti fra di loro, è vero, come è pure anche vero che ci sono delinquenti fra gli italiani; quindi credo necessario contare fino a dieci prima di accusare romeni o zingari o extracomunitari in generale come sospetti autori di delitti senza averne le prove.
FURIO PERCOVICH
Grazie
per le tue parole
Grazie per le parole di civiltà che hai scritto lunedì.
GAD LERNER
Io sto
con gli italiani
Egregio sig. Levi, ci tengo molto sinceramente a dirle che... io sto con gli italiani. Non sto contro i romeni, gli albanesi, i marocchini, i russi, i francesi o gli americani; molto più semplicemente io sto con gli italiani. Quando leggo della sua preoccupazione e vergogna, come italiano, «per ciò che si sta scatenando contro gli zingari o i romeni...» davvero non riesco a intendere. Io provo sì preoccupazione, ma perché quei fatti di cronaca che lei indica come sporadici e isolati putroppo non sono più tali. Sono ormai ricorrenti, frequentissimi, quotidiani. Ovviamente non sono opera esclusiva di romeni (anzi, concordo assolutamente sulla loro bravura e facilità nell’imparare la nostra lingua, sull’impegno che mettono nel loro lavoro e sulla buona opinione che ne hanno i loro padroni italiani, per carità), ma quando gli italiani che vivono nel proprio paese, nelle proprie città e nelle proprie strade vedono aumentare crimini e reati che li vedono vittime, lo ripeto... io sto con gli italiani. Mai stato razzista in vita mia, una famiglia di sinistra e un’adolescenza passata a confronto con persone e popoli di quasi tutte le razze del mondo per mia fortuna. Ma io sto con gli italiani. Secondo il mio personalissimo e insignificante parere la Romania è geograficamente un’Europa, ma alcuni dei suoi cittadini non sono affatto europei. E mi spiace doverlo ammettere, ma credo non lo saranno mai.
YURI COLLETTI
Ci vuole
un bel coraggio
E bravo Arrigo Levi! Ci vuole un bel coraggio, di questi tempi, per issare la bandiera della solidarietà a favore di romeni e immigrati di qualsiasi nazionalità. Pur senza mai aver esperimentato la vita dell’emigrante (però emigranti lo sono stati mio nonno e mia zia, e milioni sono gli italiani imparentati con cittadini d’Oltreoceano!), condivido i suoi sentimenti: sebbene fossero romeni i ladri che mi hanno rubato tutti i gioielli di famiglia, sebbene fosse romena la badante di una mia vecchia zia che l’ha accudita così malamente da peggiorarne la demenza senile, sebbene fossero marocchini coloro che hanno devastato l’appartamento che avevo loro affittato. Ciononostante, sono convinta che dobbiamo accantonare i risentimenti personali, le diffidenze e le paure, e aprire le braccia allo straniero che chiede il nostro aiuto offrendoci il suo: solo così potremo costruire veramente gli «Stati Uniti d’Europa». Occorrerà del tempo, lo so, ma è per questo che anch’io «sto con i romeni».
MARIA PIA BALBONI
Mi aspettavo
di più
Dal dottor Levi mi aspettavo sinceramente di più. Personalmente non ho mai avuto modo di collaborare con un rom su un posto di lavoro. Ho però conosciuto italiani che un posto di lavoro l’hanno perso, perché non disposti ad accettare, come qualcun altro, soluzioni lavorative che avrebbero riportato la dignità del suo operato indietro di cinquant’anni. Così, per dare un’opportunità a un disperato, ne abbiamo generato un altro. Nel quartiere dove risiedo, in linea con il mercato immobiliare, i prezzi degli alloggi sono di fatto raddoppiati. Indubbiamente l’immigrazione selvaggia, aumentando la richiesta di abitazioni, ha favorito in maniera esponenziale l’aumento dei prezzi, alimentando la speculazione edilizia. Un’anima bella potrebbe farmi notare che dietro tutto ciò c’è sempre lo zampino di qualche imprenditore o costruttore italiano, con l’implicito benestare dei politici da girotondo. Personalmente io non sto né con i romeni né con i signori del Palazzo. Augurandomi di essere in buona compagnia, io sto con gli italiani.
IVANO CREPALDI, TORINO
Fa tenerezza
il suo buonismo
Mi ha commosso e mi ha fatto un po’ tenerezza l’intervento di Arrigo Levi, non per il contenuto, molto scontato, buonista, alla «volemose bene». Quello che dice non si può contestare, infatti, perché un animo così non si può attaccare. Si percepisce che ci crede davvero, non è una posa estemporanea di qualche sindaco buonista, impegnato in Africa, è proprio «lui» quando parla dei «Romeni», paragonandoli (ignominiosamente e maldestramente) ai nostri emigranti italiani, morti di fame, d’inizio vecchio secolo. Mio caro Arrigo, qui non si tratta di avere un preconcetto contro quegli europei, è solo questione di statistica. Quando il 70% di arrestati in Italia è formato da romeni, è ovvio che il cittadino italiano individui in questa etnia un grosso problema. Quando zingari-rom invadono liberi tutte le periferie delle città e «solo» i loro bimbi depredano le borsette della gente per strada; quando nel Nord-Est le villette della gente comune, abituata a vivere con le porte aperte, in mezzo alla campagna è costantemente depredata da gran parte (percentualmente parlando) di cattivi e violenti romeni, c’è poco da dire che la Romania produce solo santi!
ROBERTO PEPE
Sono assai grato a chi si è detto d’accordo con quanto avevo scritto, in difesa dei romeni immigrati, e anzi di tutti gli immigrati che contribuiscono a soddisfare la nostra domanda crescente di manodopera, in settori oggi poco amati da noi italiani, per la fatica o la pericolosità del lavoro richiesto. Comprendo chi non è d’accordo, e chi sottolinea la necessità di applicare con maggiore puntualità le leggi vigenti (decreto legislativo n. 30 che consente l’espulsione per ordine dei Prefetti di cittadini di altri Stati dell’Unione Europea che non forniscano prova, entro 90 giorni dal loro libero ingresso in Italia, di avere lavoro o mezzi per il loro sostentamento). Mi fa paura chi dà sfogo a sentimenti di odio o di disprezzo indiscriminati nei confronti degli immigrati stranieri, e in particolar modo dei romeni.
«Non esistono - ha scritto ieri sulla Repubblica il prefetto di Roma Carlo Mosca - persone che per definizione lombrosiana rubano o uccidono; l’equazione romeni uguale delinquenti è da respingere». Oltre a creare le condizioni per applicare la legge, occorre non ignorare «le difficoltà di chi, sbarcando a Roma, ha come prima necessità quella di mangiare e di trovare un tetto». Stiamo parlando di problemi difficili e complessi (lo ha ben precisato Giovanna Zincone, su questo giornale, parlando dei «rom»), che non riguardano solo l’Italia. Ma chi conosce la vasta storia delle migrazioni nel mondo sa che gli immigrati non portano solo problemi, ma contributi positivi alla vita dei Paesi che li accolgono. E’ di ieri l’inaugurazione, a Parigi, della Cité nationale de l’histoire de l’immigration: il primo museo che si propone di «valorizzare l’immigrazione restituendole il suo posto nella memoria nazionale». Cito l’editoriale del 10 ottobre di Le Monde: «La Cité testimonia soprattutto lo straordinario apporto dell’immigrazione alla società francese: dal lavoro alla cultura, dallo sport alla cucina, senza dimenticare la scienza. L’identità francese esiste, ma non ha mai cessato di incrociarsi. Come ieri, la Francia continuerà senza dubbio a inalberarsi davanti a quella che è spesso percepita come una minaccia straniera. Ma, come in passato, finirà per misurare e ammettere il suo bisogno di manodopera, di dinamismo demografico, di apporti culturali».
P.S. Vorrei precisare che alcune cifre citate sulla percentuale di romeni arrestati, a Milano, o in Italia, sono del tutto sbagliate. Nel Comune di Milano, dall’inizio dell’anno a fine luglio (cito dati ufficiali) sono stati effettuati in totale 5397 arresti, di cui 1518 di cittadini italiani, 2608 di extracomunitari, 632 di cittadini di nazionalità ignota, e 639 di cittadini comunitari, 521 dei quali romeni (ossia, meno del 10 per cento del totale degli arrestati, invece del 75 per cento citato in una delle lettere ricevute). In tutta Italia, dall’inizio dell’anno a fine agosto, il totale degli arrestati, denunziati o fermati di nazionalità italiana è di 357.136; quelli «di altre nazionalità» sono stati 167.169. I romeni 32.008. La cifra, citata in varie occasioni, del «70 per cento di romeni» sul totale degli arrestati in Italia è pura fantasia. Arrigo Levi