Il Sole 24 Ore 04/10/2007, pag.9 Alberto Negri, 4 ottobre 2007
Pakistan, l’esercito-impresa. Il Sole 24 Ore 5 ottobre 2007. ISLAMABAD. A 60 anni dalla spartizione dell’India britannica il Pakistan è la prova bruciante che le nazioni non nascono con un tratto di penna sulla carta, ma si costruiscono nel tempo
Pakistan, l’esercito-impresa. Il Sole 24 Ore 5 ottobre 2007. ISLAMABAD. A 60 anni dalla spartizione dell’India britannica il Pakistan è la prova bruciante che le nazioni non nascono con un tratto di penna sulla carta, ma si costruiscono nel tempo. Un monito della storia all’idea che divisioni e unioni forzate siano una via di uscita ai problemi della geopolitica. Le sue frontiere sono instabili e porose, il Kashmir fu subito amputato e venne annesso invece il lontano Bengala, che si separò sanguinosamente nel ’71, le spinte secessioniste nelle aree tribali costituiscono un leit motiv inarrestabile, la popolazione è frammentata in lingue ed etnie diverse: l’elemento unificante è l’Islam, che qui ha preso una deriva radicale e destabilizzante. Non c’è da meravigliarsi che nella "terra dei puri", 160 milioni, 60 sotto la soglia della povertà, l’istituzione centrale siano le forze armate e al loro interno l’Isi, l’intelligence militare, una sorta di Stato nello Stato, che ha la sua sede in un edificio anonimo e fortificato nel cuore di Islamabad. All’ingresso non c’è neppure una targa, ma tutti sanno che questa è la casa del grande fratello. Fu qui che negli anni 80 venne forgiata dal generale Zia ul Haq l’alleanza tra militari e islamici per condurre la jihad in Afghanistan contro i sovietici, finanziata da americani e sauditi. All’Isi fu poi assegnato il compito di sostenere i talebani, con il fervente appoggio di Nasirullah Babar, allora ministro dell’Interno di Benazir Bhutto. qui che Pervez Musharraf, prima di farsi rieleggere domani presidente e abbandonare la divisa, ha scelto il generale Afsfaq Kiyani, ex capo dei servizi, come suo successore ai vertici militari, nella speranza di non essere in futuro defenestrato da un collega. Sono i militari e l’Isi a gestire i 10 miliardi di dollari che dal 2001 sono stati versati dagli americani per la guerra la terrorismo. «Le forze armate sono la più grande impresa del Pakistan», dice Ayesha Siddiqa, ex analista militare della Marina, che ha appena pubblicato "Military Inc", un’inchiesta sull’economia dei generali. «Le spese per la difesa inghiottono il 6-7% del Pil, 4,8 miliardi di dollari l’anno, più del doppio di istruzione e sanità, per mantenere un esercito di 600mila uomini. Ma le cifre raccontano soltanto una parte del peso dei militari, che controllano le maggiori holding del Paese». Sono oltre 1.100 i generali che occupano posti da manager di società pubbliche e private e fanno del Pakistan una sorta di democrazia "pretoriana". Lungo la Grand Trunk Road, che porta alla confluenza tra le acque chiare dell’Indo e quelle melmose del Kabul, si incontrano caserme di lucidi mattoni rossi, torrette, fortilizi, bocche da fuoco, altane e ovunque muri sormontati dal filo spinato: è questo il mondo in grigio-verde che domina il Pakistan. Quattro colpi di Stato militari, il primo di Ayub Khan nel 1951, l’ultimo di Musharraf il 12 ottobre del ’99: la democrazia è stata una parentesi tra un golpe e l’altro; per oltre vent’anni, in periodi diversi, è rimasta in vigore la legge marziale. Il Pakistan, baluardo inglese e poi bastione americano durante la guerra fredda, è un po’ una grande caserma, dove l’indicazione stradale che ricorre di più è cantonment, guarnigione, e i militari rappresentano l’istituzione più organizzata: sono le forze armate che costituiscono lo Stato e non la nazione il suo esercito. Il Pakistan nasce su un pilastro fragile, il "nazionalismo musulmano", formula ambigua che ha opposto quasi subito le élite di cultura occidentale ai movimenti religiosi: per evitare lo scontro fu consentito agli ulema di conservare un ruolo rilevante. Il compromesso era dettato dalla necessità: senza l’Islam il Pakistan non ha ragione d’essere, l’identità nazionale è subordinata a quella islamica e in molti casi a quella tribale. «Con il colpo di Stato nel ’77 il generale Zia ul Haq - racconta il giornalista e storico Zahid Hussein - fece applicare la legge islamica, cooptò i movimenti religiosi al Governo, mandò gli ufficiali nelle madrasse. Permeati di ideologia radicale, i militari erano pronti a quel patto con la moschea che Musharraf finora non è riuscito a sciogliere». Allo stesso tempo il dittatore, morto in un misterioso incidente aereo nell’88, si ingraziò le forze armate fissando al 10% la quota dei militari nell’amministrazione pubblica. Ma la percentuale col tempo è salita: sono ufficiali la metà degli ambasciatori, il 50% dei membri della commissione federale, tre governatori su quattro. Ai militari sono assegnati, perpetuando la tradizione inglese, terreni e proprietà agricole, sollevando in qualche caso la rivolta di regioni dove non c’è mai stata una riforma fondiaria. Ma soprattutto l’esercito è diventato un vasto impero affaristico. «Le forze armate - racconta Ayesha Siddiqa - gestiscono tutte le industrie belliche e indirettamente le società impegnate in opere pubbliche "strategiche", dalle dighe alle autostrade, come la Kararkorum Highway. Poi ci sono le fondazioni, istituite per l’assistenza ai militari e alle loro famiglie. Le forze armate pakistane, pur con le dovute differenze, ricordano la commistione tra la spada, gli affari e il welfare state dei Pasdaran iraniani, le Guardie della rivoluzione, che attraverso le Bonyad controllano una quota preponderante dell’economia di Teheran. Le due fondazioni pakistane più importanti sono la Fauji e la Army welfare state. La Fauji è il maggiore conglomerato del Paese, con asset stimati oltre il miliardo di dollari. Fonte quasi inesauribile di posti di lavoro per i militari e i loro parenti, possiede scuole, ospedali, college, università, supermercati. Assiste 8 milioni di ex soldati, si prende cura di vedove, orfani e fornisce la dote alle ragazze da marito. Attività commerciali e finanziarie sono la specialità della Army welfare trust che controlla la Askari commercial bank e un network di catene di distribuzione. Anche l’Aviazione ha il suo trust, la Shaheen foundation, con linee aeree private, società di computer e una tv via cavo. L’edilizia è il campo d’azione della Bahria Foundation, riserva di caccia degli alti gradi della Marina. Si tratta di circa 15 miliardi di euro, un terzo dell’industria pesante, oltre il 23% del fatturato di tutte le aziende private, un centinaio di società, di cui solo nove quotate in Borsa, con una contabilità opaca, che per anni non hanno pagato tasse ricevendo favori da tutti i Governi, da Nawaz Sharif a Benazir Bhutto, il cui marito, Asif Zardari, era in affari con la Shaheen. Certo, guardando dentro a queste caserme pakistane, disseminate tra Islamabad, Rawalpindi e Peshawar, con prati all’inglese tosati alla perfezione rasati e antichi carri armati Sherman che spuntano luccicanti di vernice fresca tra roseti e bouganville, sembra muoversi un universo perfetto e disciplinato. Fuori, invece, nella "terra dei puri", c’è un mondo diverso e dolorosamente caotico, di generali, integralisti, guerre e affari sporchi. Alberto Negri Numeri pesanti 600mila il numero di soldati dell’esercito pakistano 4,8 miliardi la spesa annua per la difesa in dollari, una quota superiore al 6% del Pil 1.100 I generali che sono anche manager di aziende 23% la quota dei ricavi delle imprese controllate dall’esercito sul totale del fatturato del settore privato Holding e trust Le fondazioni dell’esercito - Fauji foundation, la maggiore holding del Paese: produce dai corn-flakes al cemento, dalle dighe alle autostrade; assiste con scuole, ospedali e college oltre 8 milioni di ex soldati con le loro famiglie - Army welfare trust: controlla la Askari commercial bank e un network di catene di distribuzione, negozi, pompe di benzina - Shaeen foundation: appartiene all’aviazione, si occupa di linee aeree private e computer; possiede una tv via cavo - Bahria foundation: riserva di caccia della marina, è attiva nell’edilizia e nell’immobiliare