Varie, 9 ottobre 2007
CAPPELLI
CAPPELLI Lorenzo Mercato Saraceno (Cesena e Forlì) 2 giugno 1922. Politico • «Se vuoi vedere com’era, com’è, come ha da essere un sindaco degno di questo nome, devi salire fino a Sarsina, il paese di Plauto, di San Vicinio e degli indemoniati. Qui, sull’Appennino romagnolo, governa [...] il primo cittadino più longevo d’Europa. Il suo interminabile mandato, che finirà per legge nel 2009, ha avuto solo una pausa. Nel 1995 gli ex democristiani usciti dalle macerie di Tangentopoli chiesero a Lorenzo Cappelli di fare un passo indietro nel nome del "rinnovamento” e i sarsinati, ebbri di giustizialismo, gli preferirono Luigi Cangini, un ex comunista riciclatosi nel Pds. Pentitissimi, nel 1999 si sono ripresi il vegliardo. E alle elezioni del 2004 gli hanno riconfermato la fiducia nella lista Udc. In barba ai suoi 85 anni [...] fu anche per tre legislature prima deputato e poi senatore con la Dc. [...] la prima volta che [...] fu eletto alla guida del Comune di Sorbano, in seguito aggregato a Sarsina. Era il 30 dicembre 1947 e lo Stato italiano avrebbe avuto per altre 24 ore in Enrico De Nicola un capo provvisorio. Il sindaco Luigi Bartolini aveva rassegnato le dimissioni. Cappelli, che ne era il vice, prese il suo posto. Con riluttanza: ”Dichiara di accettare la carica nonostante che egli avesse gradito che altri consiglieri comunali meno giovani di lui, e certo più di lui preparati, fossero stati chiamati a ricoprire l’incarico”, si legge nella delibera, passata con 8 voti su 11. Aveva 25 anni. venuto al mondo il 2 giugno 1922. Una data, un destino. Il 2 giugno di 40 anni prima era morto Giuseppe Garibaldi, una divinità, da queste parti, basta leggere l’epicedio che gli hanno scolpito nell’atrio della sede comunale. [...] ”Mi sono laureato in fisica a Bologna col professor Gilberto Bernardini, allievo di Enrico Fermi. Per un quarantennio ho fatto l’insegnante di matematica e il preside. Vivevo a Rimini, a quei tempi una fucina intellettuale. Andavo a scuola con Riccardo Fellini, che dopo I vitelloni ebbe la carriera stroncata dal fratello. Sono stato amico anche di Federico. Secco come un chiodo, al mare non si spogliava mai, indossava una maglietta a righe bianche e nere. Ci si vedeva al caffè Commercio di piazza Cavour tutti i giorni. C’erano Sergio Zavoli, Renato Zangheri, futuro sindaco di Bologna, e il Titta di Amarcord, l’avvocato Benzi, che è ancora vivo. Per strada incontravo Filippo De Pisis. Indossava un berretto in pelo di lupo e dopo aver dipinto i suoi quadri grattava via un po’ di colore con una lametta da barba. I miei amici si stupivano: ”Ma come, parli con quello lì?’”. Perché era omosessuale. ”E gli piaceva ostentarlo, girava in carrozza con gruppi di giovincelli. Ogni tanto i fascisti gli facevano l’incapparellata: gli mettevano una mantella in testa e giù botte. Il giorno dopo lo vedevi con gli occhi pesti. Mi disgustava questa violenza, che lui subiva con grande dignità”. Al padre e al fratello di sua moglie andò ben peggio. ”Sì, mio suocero Enea Rossi, cantoniere, fu ucciso dai nazisti con altri otto il 26 settembre 1944 perché era andato incontro agli Alleati. Aveva 57 anni. Il figlio Giuseppe, 20, che era venuto a Sarsina due giorni dopo per vegliare la salma del genitore, fu sorteggiato dalle Ss durante una rappresaglia e cadde con 11 coetanei sotto i colpi della mitragliatrice”. E come le venne in mente, finita la guerra, di regalare il terreno proprio a una fabbrica tedesca, la Vossloh, perché s’insediasse qui? ”Lo rifarei. C’era una gran miseria, i capifamiglia emigravano in Belgio a fare i minatori. Portai 300 posti di lavoro. La divina provvidenza trae il massimo bene dal massimo male. I proprietari della Vossloh non sapevano degli eccidi, né io glielo dissi. E senta che cosa accadde. Nel 1961 m’invitarono a Düsseldorf, ospite d’onore al consiglio d’amministrazione. Prese la parola Diethelm Bomnüter, il presidente, e raccontò che suo padre, ferito a morte nella battaglia di Sedan del 1870 tra prussiani e francesi, aveva pregato Dio di risparmiargli la vita, promettendogli in cambio di dedicare il resto dei suoi giorni a fare del bene al prossimo. ”Si salvò’, aggiunse Bomnüter, ”e io voglio aprire uno stabilimento a Sarsina per adempiere quel voto’. Accanto a me sedeva mia moglie, che non ha mai nutrito sentimenti di vendetta”. Perché ha fatto il sindaco? ”Sono nato sotto il fascismo. Che in Italia non c’erano stati solo i podestà lo scoprii quando, già grandicello, trovai in casa una targa ricordo regalata dalla cittadinanza a mio nonno Luigi, sindaco di Sarsina prima dell’avvento di Mussolini. Da allora sono cresciuto sotto l’ala del senatore Giovanni Braschi, anch’egli nativo di Monte Castello, tra i fondatori del Partito popolare con don Luigi Sturzo”. Le sono costate tanto le campagne elettorali? ”Qualche milione di lire, che mi davano gli amici. Ma solo per le politiche”. Più manifesti, più santini, più comizi o più cene? ”Comizi, comizi. Anche tre o quattro al giorno. Le cene costavano troppo”. Non è facile arrivare in Parlamento con le parole. ”Facilissimo se a garantire per te c’è Indro Montanelli. Lei certo ricorderà il famoso invito del 1976 sul Giornale: turatevi il naso, votate Dc, però date la preferenza ai candidati che vi segnalo io. Ero fra questi”. Come mai? ”Si sarà informato, gli avranno riferito che ero un fanfaniano di ferro. Ad Amintore Fanfani ho voluto bene come a un padre. Aderii alla Dc nel 1952 dopo averlo sentito parlare. Prima ero nel Psdi di Saragat. Sa chi raccoglieva voti per me a Bologna? Pier Ferdinando Casini”. Ne ha fatta di strada, il ragazzo. ”Sì, ma se non ci fossi stato io a farlo entrare nel giro di Forlani dopo la morte del suo padrino Bisaglia... Organizzai apposta un convegno a Imola per presentarlo [...] Il mio riferimento amministrativo fu Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze che faceva ammattire Mario Scelba, ministro dell’Interno, con violazioni continue delle leggi e dei regolamenti, come quella di regalare i terreni comunali alle ditte. Ci animava una grande tensione morale. Non avevamo né indennità né gettoni di presenza, ci riunivamo quando eravamo liberi da impegni di lavoro [...]. Per me il politico dev’essere un sacerdote laico [...]”» (Stefano Lorenzetto, ”Il Giornale” 3/9/2007).