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 2007  ottobre 12 Venerdì calendario

Nello spazio sidereo in cui brilla da qualche decennio lui, il guru della medicina Umberto Veronesi, è la stella più luminosa

Nello spazio sidereo in cui brilla da qualche decennio lui, il guru della medicina Umberto Veronesi, è la stella più luminosa. E non ha mai smesso di brillare, da quando il 4 novembre 1986, era un giovedì alle 5 e mezzo di sera, entrò nel palazzotto della Mediobanca e incontrò Enrico Cuccia, principe dei finanziatori, e gettò lì l’idea di far nascere in Italia un istituto di ricerca e di cura non-profit per il cancro che fosse punto di riferimento in Europa. Otto anni dopo, la prima paziente, una signora garbata e timida, varcò la soglia dell’Istituto europeo di oncologia, l’Ieo come lo chiamano familiarmente i milanesi. (Enrico Cuccia - Foto La Presse) Alla cerimonia d’inaugurazione erano presenti tutti i soci fondatori, da Giovanni Agnelli a Leopoldo Pirelli, Giampiero Pesenti, Salvatore Ligresti. E c’era anche Cuccia, che aveva lasciato a Francesco Cingano la presidenza della Mediobanca e anche quella dell’Ieo. «Nel trambusto che sempre accompagna queste cerimonie, Cuccia riuscì a prendermi per un braccio e a dirmi: ”Ce l’abbiamo fatta”. Poi scomparve» racconta Veronesi nel suo libro ”Da bambino avevo un sogno” (Mondadori). Scompaiono sullo sfondo, questo il destino di tutti coloro, sponsor, sostenitori, finanzieri, uomini politici che, pur avendo un ruolo essenziale nella sua ascesa, non traggono luce da lui, ma gliela conferiscono. «Sua Sanità», come lo chiamano in onore della sua consolidata potenza, o «il Divino» per il suo indiscutibile charme, sembra mettere in ombra tutti. Ottantuno anni portati con disinvoltura, alto, fisico asciutto, sorriso e risata accattivanti, poliglotta, colto, amante di poesia e musica, vegetariano, padre di sette figli, insignito del National award che negli Usa si conferisce ai cancerologi eccellenti, una collezione di lauree honoris causa, pioniere di una tecnica conservativa per il tumore al seno (la quadrantectomia), il professore ha sempre stretto alleanze alla luce del sole, chiudendo gli spazi, questo sì, ai suoi pochissimi rivali. Capacità al di sopra della norma, gli riconoscono i rivali, ma anche un po’ di cinismo. Del resto in Italia chi può competere con lui per abilità di comunicatore e di imprenditore? Ed è capace di unire sapientemente la scienza alla managerialità. « un uomo che ha creato un’organizzazione per la lotta contro il cancro, che il mondo ci ammira, che si è mosso egregiamente nella sanità, che ha relazioni di prim’ordine nel mondo scientifico, e anche, perché ignorarlo, un portamento elegante da signore. (Giorgio Bocca) Antipatico agli ambiziosi qualsiasi, ai carrieristi mediocri che tireranno fuori tutte le storie, i pettegolezzi e le calunnie per dire che, sì, ha i suoi meriti, però...» ha scritto Giorgio Bocca sulla ”Repubblica”. Molti non gli perdonano di aver avviato, con la creazione dell’Ieo, un processo che ha favorito in Lombardia la sanità privata, stile Formigoni. Intorno a lui girano da sempre poteri forti. Ma non ne ha mai fatto mistero. Fu vicino al Partito socialista e a Bettino Craxi, suo grande amico, che per due volte lo avrebbe voluto ministro, oltre che alla Sanità agli Esteri, ma non riuscì a convincerlo. Accettò invece, molti anni dopo, la proposta del suo grande sostenitore Giuliano Amato, «sempre attento, sempre presente e sempre aperto a ogni discussione», che lo designò ministro della Sanità, dopo Rosy Bindi, nel 2000. Durante il caso Di Bella, il medico modenese che sosteneva di avere una cura anticancro, pare lei abbia confidato a un noto medico: «Gli oncologi hanno troppo potere. Superiamo questa storia e poi ci penso io». Era il 1998. Veronesi venne chiamato a presiedere la commissione di esperti incaricati di valutare la terapia Di Bella. E nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato due anni dopo dominus della riforma sanitaria, voluta da Bindi, che prevede il tempo pieno per i medici. Restò ministro per 15 mesi, poi il governo cadde. Avrebbe accettato di rimanere un altro anno, «se ci fosse stata una richiesta a furor di popolo». Lo bacchettò Maurizio Gasparri, di An: «L’inesperienza politica del professore ci lascia esterrefatti: è singolare immaginare la designazione di un ministro a furor di popolo. Come può Veronesi essere uomo per tutte le stagioni?». Che sia un personaggio ingombrante per la destra è un dato di fatto. Non fosse altro per le posizioni da lui prese sulle droghe leggere. Firmò nel 1995 un appello per la loro legalizzazione: «Una legge comporterebbe la creazione di un efficace contesto giuridico» disse. (Silvio Berlusconi - Foto U.Pizzi) Anche se corteggiato da Silvio Berlusconi, non ne ha mai voluto sapere. Lui che è stato partigiano e con civetteria mostra la piccola macchia nera nell’occhio (una scheggia di una mina) con il mondo della politica sembra essere meno a suo agio che con quello della finanza e dell’impreditoria. Anche se è consapevole che la politica può aiutare la ricerca scientifica. Lo sapeva il suo maestro Pietro Bucalossi, luminare impegnato in politica, sindaco di Milano negli anni 60, socialista passato al Partito repubblicano, che nel 1973 venne nominato ministro della Ricerca. Fu allora che Veronesi assunse la direzione scientifica dell’Istituto dei tumori, avendo la meglio su Giuseppe Della Porta, meticoloso e grande organizzatore, che rimarrà suo fedele collaboratore, seguendolo all’Ieo. E il distinto Bucalossi? Raccontava con amarezza che, chiusa la parentesi ministeriale, si sentì estromesso dall’istituto. Il professore («Pugno di ferro in guanto di velluto» ebbe a dire Nuccio Abbondanza, presidente dal 1982 al 1994 dell’Istituto dei tumori), ha rifiutato per due volte la proposta, prima di Tognoli nel 1985, e vent’anni dopo quella della sinistra di diventare sindaco di Milano. Motivò il suo rifiuto dicendo che «l’impegno in favore della scienza contro la malattia e il dolore è la mia vita». E che non poteva abbandonare i suoi malati. Qualcuno però sussurra che non volle mettersi in gioco e correre il rischio di perdere: «Lui gareggia solo se ha la sicurezza di vincere». A sinistra non tutti lo avrebbero sostenuto. Non erano piaciute né a Margherita né a Rifondazione certe sue dichiarazioni un po’ troppo bipartisan. L’ultima, un elogio al ministro della Salute Francesco Storace per aver stanziato fondi alla ricerca. Cento milioni di euro di cui oltre la metà a società private: se all’Istituto dei tumori furono destinati 10 milioni di euro, all’Ieo il doppio («Non sono finora arrivati» affermano all’Ieo). Uno dei più accesi contro di lui fu Nando Dalla Chiesa: «Un candidato che spacca la sinistra». (Fausto Bertinotti - Foto U.Pizzi) Avversarono la sua nomina anche Fausto Bertinotti e Alfonso Pecoraro Scanio. A confortarlo in quei 50 giorni di burrascosa riflessione (e polemiche) c’erano i suoi fedeli amici: Francesco Micheli, suo partner nell’avventura della Genextra, azienda biotech creata nel 2003 e affiancata dalla Fondazione Umberto Veronesi, e Renzo Piano, l’architetto cui ha affidato parecchi dei suoi sogni, come l’ospedale a misura d’uomo. Il Nobel Dario Fo fece il tifo per lui: lo avrebbe visto volentieri sindaco di Milano. Lo esortò invece a non mettersi nei guai don Luigi Verzé, presidente della Fondazione San Raffaele e suo «competitor» nella galassia della sanità milanese privata in convenzione. Laico convinto, positivista, da anni Veronesi cerca di portare l’italiano medio a cambiare la percezione che ha della scienza. Su questo obiettivo investe la sua fondazione che dal 2005, a settembre, organizza a Venezia una conferenza mondiale su «The future of science». Quest’anno (si è conclusa il 22 settembre) era dedicata al tema dell’energia. Non ha mai nascosto, il professore, la sua posizione a favore dell’energia nucleare: «L’Italia dovrebbe superare lo spauracchio della tecnologia atomica e costruire centrali». Ha sempre mostrato anche simpatia per gli ogm e ha sostenuto, scatenando le critiche colorite di Beppe Grillo, che più che gli ogm o le polveri sottili sono le tossine contenute in polenta, patate, farina di mais o basilico a far venire il cancro. Che sia spinto a queste affermazioni, ipotizzò Grillo, dalle lobby del settore automobilistico, petrolifero e alimentare che lo finanziano? Se suscitano in alcuni perplessità certe sue idee sull’ambiente (non è tanto l’inquinamento quanto l’alimentazione a favorire il cancro), Veronesi conquista schiere di seguaci quando sostiene che «in Italia solo nel 20 per cento degli ospedali si tratta il dolore in modo efficace» e si batte per contrastare la sofferenza secondo protocolli scientifici. O quando si esprime in favore del testamento biologico e contro «la nutrizione o l’idratazione artificiale di un corpo umano che ha perso per sempre il suo legame con la coscienza», come nel caso di Eluana Englaro, in come vegetativo da 15 anni. (Beppe Grillo - Foto La Presse) Occorre, sostiene, una legge che «stabilizzi le volontà del cittadino e le renda vincolanti». Si trovò in sintonia con i Ds, con gli elogi di Piero Fassino, nella campagna per il referendum nel giugno 2005 per la legge 40 sulla procreazione assistita. Dalla sua parte ebbe anche scienziati che di solito criticano il suo strapotere quando si dichiarò a favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non esitò a prestarsi a una campagna pubblicitaria sui media per i quattro sì ai quesiti referendari. Veronesi è instancabile nella raccolta dei fondi per la ricerca. Il suo fiore all’occhiello è l’Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro, 2 milioni di soci finanziatori. stato lui con Dalla Porta a far nascere in Italia, sul modello americano, questa «charity». Nacque quando la parola cancro sui giornali era tabù e ottenne in partenza le donazioni da banche, dalla Cariplo, tramite Silvio Tronchetti Provera, ma anche dalla Pirelli e da grandi imprenditori milanesi. Disse ai suoi amici: «Dovete fare come i ricchi americani che danno soldi per la ricerca». Oggi l’Airc finanzia per il 40 per cento quella oncologica italiana. Dalla Porta è ancora il vicepresidente, ma è lui, Veronesi, l’icona. Il cancro si identifica con il suo volto rassicurante. Anche se ormai non fa più parte del comitato scientifico dell’Airc e non partecipa alle riunioni, ne ispira i decisori. Una costola dell’Airc è la Firc, la Fondazione per la ricerca sul cancro nata nel 1980, che a sua volta ha reso possibile la nascita quattro anni fa dell’Ifom, l’Istituto di oncologia molecolare. Un campus che si avvale di tecnologie avanzate e in cui operano ricercatori provenienti da diverse istituzioni: Mario Negri, l’Università di Milano, l’Istituto dei tumori e l’Ieo. Direttore scientifico dell’Ifom è Pier Paolo Di Fiore. Come Pier Giuseppe Pelicci, che occupa un’analoga posizione all’Ieo, anche lui era ricercatore al National institute of health di Bethesda. I due hanno seguito percorsi analoghi e con la spin-off Genextra, dove lavora un gruppo di scienziati e un finanziere esperto, Micheli, sperano di produrre una svolta nella ricerca antinvecchiamento. La Genextra controlla il capitale sociale della Congenia, l’altra società biotech che conduce ricerche all’interno del campus dell’Ifom. (Gabriele Galateri - Foto U.Pizzi) All’impero Ieo si è aggiunto nel 2000 il Centro cardiologico Fondazione Monzino, a Milano. A convincere Veronesi a portare a termine l’operazione fu Cuccia, che in vita gli ha fatto da Virgilio nel mondo della finanza. Il centro venne soffiato a Giuseppe Rotelli, imprenditore della sanità privata, per il rotto della cuffia. Cuccia, ricoverato al Monzino, riteneva bisognasse puntare anche su altre patologie, il professore titubava perché temeva potesse distogliere attenzione all’Ieo. Nel consiglio di amministrazione del Monzino ci sono gli stessi rappresentanti dell’Ieo: Gabriele Galateri, ex presidente della Mediobanca, e Andrea Novarese, uomo del gruppo Ligresti. La nuova sfida è ora il Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica, che sorgerà sui terreni agricoli che fanno parte del Parco sud di Milano e appartengono a Salvatore Ligresti, l’imprenditore immobiliare che lo ha sempre affiancato. A chi lo critica per queste sue alleanze risponde: «Se devo comperare una mela, vado dal fruttivendolo». I terreni, 310 mila metri quadrati edificabili e altrettanti adibiti a parco pubblico, hanno ottenuto il cambio di destinazione e Ligresti parteciperà alle varie società immobiliari che realizzeranno le strutture, ne saranno proprietarie e le daranno in affitto alle istituzioni scientifiche. Un’operazione immobiliare da centinaia di milioni di euro, ma anche un piano ambizioso: creare una sinergia tra ricerca e clinica per le varie specialità, oncologia, cardiologia, neurologia, immunologia... Il progetto architettonico di Renzo Piano è ora passato allo studio Boeri, e ha dietro la Milano degli affari. Nel consiglio di amministrazione ci sono fra gli altri: Andrea Novarese, Galateri, Ligresti, Matteo Arpe, Giovanni Bazoli (Intesa Sanpaolo), Carlo Buora (Telecom), Carlo Ciani (Ras), Carlo A. Puri Negri (Pirelli Re), Giovanni Perissinotto (Assicurazioni Generali). (Carlo Buora - Foto La Presse) Presidente della Fondazione Cerba fondata nel 2004 è Veronesi, che vede in questa cittadella una «mission» per «promuovere la ricerca avanzata e rendere disponibili i migliori trattamenti». Ai soliti prescelti, commentano alcuni, oppure a tutti? «Nella sanità pubblica i malati non si scelgono» obietta un oncologo milanese. Intanto, i dietrologi mormorano. Alludono a tattiche di riavvicinamento all’Istituto dei tumori: così viene interpretato il passaggio di Stefano Zurrida, vice del professore all’Ieo per lunghi anni, a direttore generale all’Istituto di via Venezian. «L’idea che ha, e lui è lungimirante, è creare una rete con il pubblico e far crescere il sistema nel suo complesso, non isole di eccellenza» dice l’anonimo commentatore. Come sembra si profili il nuovo polo oncologico, fortemente voluto da don Verzè, al San Raffaele di Milano. Un progetto da 100 milioni di euro in partenza, ma saranno il triplo, che dovrebbe portare il numero dei ricercatori e dei medici da 300 a 600. La concorrenza si amplia e si fa accesa. Il gruppo che possiede l’Humanitas ha avviato una campagna acquisti e aperto un megacentro di ricerca sull’infiammazione che ha un ruolo centrale nello sviluppo del cancro. E Veronesi, che citando il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe dice: «Il destino di un uomo è nel suo carattere», si lascia evidentemente dominare dalla sua voglia di fare, proiettandosi nel futuro. (Giovanni Perissinotto - Foto La Presse) L’ultima idea? Creare una pubblicazione online di libero accesso: Ecancermedicalscience. Lanciata alla conferenza europea sul cancro di Barcellona, dal 23 al 27 settembre, ricalca il modello di PloS, la Public library of science, che ha infranto il monopolio delle riviste scientifiche su carta. Il suo personaggio, fra luci e ombre, va oltre i suoi meriti scientifici. Il Nobel? Non lo ha ricevuto, sebbene sia stato candidato più volte, anche perché chirurgo. Ma chissà... Dagospia 08 Ottobre 2007