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 2007  ottobre 09 Martedì calendario

CAPECCHI

CAPECCHI Mario Verona 6 ottobre 1937. Premio Nobel per la Medicina 2007, 4º italiano della storia dopo Camillo Golgi, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini. «[...] Italiano Mario Capecchi? Sì certo, italiano perché nato a Verona, ma tutto finisce lì. Per il resto si direbbe che dall’Italia egli abbia avuto solo calci in bocca: la madre gli viene arrestata dalla Gestapo nel 1941 (in Italia: alla faccia dell’orgoglio nazionale così caro al fascismo), poi bambino gira ramingo qua e là, viene ospitato da qualcuno ma subito dopo cacciato, per ricongiungersi finalmente con la madre a guerra terminata e lasciare una buona volta, e per sempre, la cara patria. La quale ora dovrebbe chiedergli scusa, non cercare di farsi bella con onori che non le spettano» (Ernesto Galli Della Loggia, ”Corriere della Sera” 9/10/2007) • «Il ranch sperduto tra i canyon dello Utah dove vive con la moglie Martine e la figlia Misha è tappezzato di tele impressioniste che catturano l’esistenza idilliaca e opulenta della sua famiglia materna. Sono firmate dalla nonna Lucy Dodd-Ramberg, ricca ereditiera-pittrice di Portland e ritraggono sua madre Lucy Jr., poetessa-scrittrice che parlava 15 lingue, il nonno Walter Ramberg, noto archeologo tedesco conosciuto durante una vacanza a Nizza, zio Edward, luminare della fisica, il bisnonno Dodd, che aveva accumulato un’immensa fortuna commerciando con la Cina e il Giappone. Ma quel mondo dorato che sembra uscito da un romanzo di Henry James non ha mai raggiunto Mario Capecchi. ”Non è chiaro se le esperienze premature nella mia infanzia abbiano contribuito al successo di poi o se questi traguardi sono stati ottenuti nonostante quelle esperienze”, afferma in tono amletico il premio Nobel per la medicina. La sua rocambolesca odissea esistenziale parte da Verona, la città dove nasce il 6 ottobre 1937. Sua madre è Lucy Ramberg, suo padre Luciano Capecchi, ufficiale e fascista convinto. ”Il loro fu amore a prima vista, ma per fortuna mia madre decise di non sposarlo”, racconta. Mentre il padre moriva in guerra come pilota nell’aviazione di Mussolini, lei militava tra le file dei Bohemiens, un gruppo francese antifascista e antinazista conosciuto quando insegnava letteratura alla Sorbona. Nel 1941, mentre viveva col piccolo Mario in uno chalet in Alto Adige, Lucy venne arrestata dalla Gestapo e deportata a Dachau come prigioniera politica. Prima di partire la donna affidò il bambino, che aveva circa tre anni e mezzo, ad una famiglia di contadini sudtirolesi. ”Li ricompensò con il ricavato della vendita di tutti i suoi averi”, spiega Capecchi. I primi anni nella fattoria furono sereni. ”Li aiutavo a mietere il grano, a pigiare l’uva, a infornare il pane”. Poi, un bel giorno, i soldi finirono e il piccolo venne messo alla porta dalla famiglia adottiva. ”A cinque anni mi ritrovai a girovagare verso sud. Vivevo per strada, tra bande di giovani teppisti e altri orfani senza casa”. Dopo quattro anni di vagabondaggio fu ricoverato per febbre e malnutrizione in un ospedale cattolico di Reggio Emilia, dove però non riusciva mai a guarire. ”Come gli altri bambini, ricevevo un solo pasto al giorno: una tazza di caffè e una crosta di pane”. Voleva disperatamente scappare ma non poteva. ”Dormivamo nudi e senza lenzuola sopra il materasso. La suora prometteva di lasciarmi andare se mi si fosse abbassata la febbre. Sapeva che, debilitato e senza vestiti, non sarei fuggito da nessuna parte”. Ed è in questa condizione che sua madre’ liberata nel frattempo dagli americani – lo trovò, il giorno del suo nono compleanno, dopo un anno di ricerche. ”Mi comprò un vestito da tirolese, con tanto di cappellino con le piume che conservo ancora oggi nel cassetto”. Dopo qualche settimana i due salparono per l’America dove vennero accolti in una comunità quacchera vicino a Philadelphia da un fratello della donna, Edward Ramberg, fisico i cui studi contribuirono allo sviluppo del microscopio e della tv a colori. ”Era una vera e propria comune utopistica di 65 famiglie vicino a Philadelphia. I miei zii, che erano i fondatori, mi fecero iscrivere alla terza elementare anche se non parlavo l’inglese e non ero mai stato a scuola in vita mia”. L’unico rimpianto, oggi, è di non aver potuto condividere il premio con sua madre. ”Quando tornò da Dachau era irriconoscibile. Non superò mai il trauma e ha vissuto in un mondo di fantasia fino alla morte in Arizona, nel 1989”. Un altro rimpianto, altrettanto cocente, è quello di ”non potere mettere a frutto i miei studi in Italia, dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata”. [...] si autodefinisce ”credente ma non praticante”. [...]» (Alessandra Farkas, ”Corriere della Sera” 9/10/2007) • «Mettere ko i geni di cellule staminali embrionali, usarle per creare topi geneticamente modificati e studiare l’origine di malattie come l’Alzheimer o il cancro: ecco il succo delle ricerche che hanno permesso all’italo-americano Mario Capecchi [...] all’inglese Martin Evans [...] e all’americano Oliver Smithies[...] di aggiudicarsi il Nobel 2007 per la Medicina e la Fisiologia. L’Accademia svedese delle scienze ha voluto premiare due settori di punta della ricerca degli ultimi anni: l’ingegneria genetica e lo studio delle cellule staminali embrionali. Una ricerca cominciata con un’intuizione di Capecchi che attualmente lavora all’Università dello Utah a Salt Lake City: inserire frammenti di Dna in cellule di mammifero per ”tagliare” un gene, impedendone il funzionamento. Metterlo appunto ko. Cellule così modificate potevano, però, essere studiate soltanto in laboratorio e non usate per creare animali con particolari caratteristiche genetiche. stato Martin Evans, ora professore di genetica all’Università di Cardiff, a risolvere il problema ricorrendo a cellule staminali embrionali, sempre di topo, per dar vita ai cosiddetti topi ”knockout”: si tratta di veri e propri laboratori viventi per lo studio delle malattie umane, capaci di trasmettere l’alterazione genetica alla discendenza. E Smithies, attualmente all’’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, ha contribuito ad affinare la tecnologia per la produzione di questi animali transgenici. [...]» (Adriana Bazzi, ”Corriere della Sera” 9/10/2007).