Enrico Salza, La Stampa 8/10/2007, 8 ottobre 2007
Enrico Salza Le proiezioni demografiche al 2050 parlano di una popolazione anziana nell’Unione Europea che supererà i 100 milioni di persone, il 20% delle quali saranno italiani
Enrico Salza Le proiezioni demografiche al 2050 parlano di una popolazione anziana nell’Unione Europea che supererà i 100 milioni di persone, il 20% delle quali saranno italiani. Queste previsioni prefigurano una situazione in cui ogni persona in età lavorativa dovrà produrre un reddito sufficiente per mantenere se stesso nonché per coprire i costi di assistenza previdenziale e socio-sanitaria di almeno una persona anziana. Fino a pochi anni or sono questa corrispondenza vedeva due persone in età lavorativa sostenere una persona anziana. Questo «capovolgimento» demografico è destinato ad appesantire ulteriormente i bilanci pubblici, attraverso gli incrementi di spesa per le pensioni, i servizi sanitari e l’assistenza sociale. / Alle trasformazioni demografiche si sommano importanti cambiamenti epidemiologici che accentuano gli elementi disabilitanti legati all’invecchiamento e rendono particolarmente pressante l’esigenza di assistenza per anziani, disabili, non autosufficienti. Rappresentano infine un punto di grandissima fragilità per la sostenibilità di medio periodo della finanza dei bilanci regionali, cui è demandata l’erogazione dei servizi sanitari. La spesa sanitaria ha superato lo scorso anno la quota di 102 miliardi di euro - circa il 7% del Pil. Essa è cresciuta negli ultimi 10 anni a un tasso annuo medio del 7%, con una dinamica quasi doppia rispetto a quella del Pil nominale e tre volte superiore a quella dell’inflazione. La Corte dei Conti ha stimato recentemente che le sole componenti demografiche porteranno la spesa sanitaria ad assorbire quasi il 9% del Pil entro il 2050. L’Ocse, prendendo anche in considerazione gli effetti sui consumi sanitari e sulla domanda di servizi socio-assistenziali da parte di anziani non autosufficienti, stima per l’Italia una crescita della spesa sanitaria tale da raggiungere il 13% del Pil. / Occorre considerare la longevità non più come semplice invecchiamento ma come una fondamentale risorsa per lo sviluppo economico e sociale del Paese. / Per farlo occorrono approcci diversi, occorre liberarsi delle idee vecchie, aprire la testa e uscire da una gestione degli squilibri del Welfare che si preoccupa solo di gestire, in modo più o meno rigoroso, i problemi attuariali legati alla redistribuzione inter-generazionale dei redditi. Un punto fondamentale credo sia quello di offrire ai lavoratori maggiori ambiti di libertà individuale per quanto riguarda il come e il quando andare in pensione ritirandosi completamente dall’attività lavorativa. Alle persone anziane vanno offerti incentivi economici, strumenti finanziari, servizi socio-assistenziali, contesti normativi affinché possano continuare a essere parte attiva della forza-lavoro il più a lungo possibile. Occorre rendere maggiormente flessibile il pensionamento. Tuttavia sono necessari incentivi e contesti normativi appropriati, cioè capaci di incoraggiare carriere lavorative più lunghe, e disincentivare uscite precoci dal mercato del lavoro. La flessibilità al pensionamento può essere praticata in vari modi strettamente legati fra loro, sia attraverso la possibilità di scegliere l’età di collocamento a riposo, sia grazie alla facoltà di uscire in modo graduale dal mondo del lavoro attraverso schemi di pensionamento parziale. Solo attraverso interventi volti a estrarre dalla longevità tutto il suo potenziale in termini di crescita economica e sociale si può pensare di riequilibrare il nostro sistema di Welfare, rendendolo più efficiente e soprattutto più equo. Questo testo è uno stralcio dell’intervento che il presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo tiene questa mattina al convegno su «Svecchiamento e società» presso il Centro congressi Torino Incontra Stampa Articolo