Vari, 8 ottobre 2007
Roma, 7 ott. (Adnkronos/Adnkronos) - Una compilation d’autore prodotta da Radio Fandango e dedicata, nel quarantesimo anniversario della morte, alla figura del rivoluzionario argentino, Ernesto Rafael Guevara De la Serna
Roma, 7 ott. (Adnkronos/Adnkronos) - Una compilation d’autore prodotta da Radio Fandango e dedicata, nel quarantesimo anniversario della morte, alla figura del rivoluzionario argentino, Ernesto Rafael Guevara De la Serna. "Ernesto Che Guevara, Comandante", questo il titolo dell’opera, si divide in due parti: un cd di documentazione artistica e un altro di documentazione storica. Il primo comprende dodici canzoni eseguite da alcuni dei piu’ rappresentativi esponenti sia della canzone d’autore italiana (Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Pino Daniele, Angelo Branduardi, Daniele Silvestri, Sergio Endrigo) che di quella latino-americana (Caetano Veloso, Pablo Milane’s, Silvio Rodri’guez). Il cd, che si apre con la celebre "Hasta siempre" eseguita dall’autore Carlos Puebla (canzone che puo’ vantare piu’ di sessanta versioni discografiche in tutto il mondo) conterra’ un brano inedito (eseguito dal comico Alberto Patrucco al suo esordio nelle vesti di cantante) nonche’ una versione inedita di "Cohiba", eseguita da Daniele Silvestri. Nella seconda parte, invece, ci saranno tre documenti con le voci di Fidel Castro (che legge l’ultima lettera inviatagli dal Che) e dello stesso Guevara (l’intervento all’assemblea dell’ONU). Il tutto incorniciato da un libretto di 52 pagine corredato da una doviziosa documentazione scritta e fotografica. Il progetto e’ curato da Sergio Secondiano Sacchi, uno dei dirigenti del Club Tenco (AdnKronos 7/10/2007). ROMA - E’ anche grazie ad una foto scattata da Alberto Korda e riprodotta nel corso degli anni su milioni di magliette, poster e oggetti kitsch, che la figura di Ernesto Che Guevara, a 40 anni dalla morte, continua a vivere nelle nuove generazioni. Quell’immagine, intitolata Guerrillero Heroico, fu scattata nel 1960 da Korda, alias Alberto Diaz Gutierrez, divenuto fotografo personale di Fidel Castro dopo aver lavorato nel mondo della moda. Korda scattò due foto mentre Guevara saliva sul podio durante il funerale di 140 cubani uccisi da un’esplosione. Il comandante si trovava tra un uomo e delle foglie di palma, ma Korda, impressionato dall’intensità dell’espressione del Che, decise di isolarne il volto "encabronado y dolente" (corrucciato e triste) e nacque quel primo piano, destinato a diventare un’icona. Praticamente sconosciuta prima di essere riprodotta in Italia in occasione della morte di Guevara, l’immagine divenne rapidamente in tutto il mondo il simbolo della rivolta studentesca del ’68. Comparve su poster, magliette, murales e fu usata in una miriade di dimostrazioni negli anni che seguirono. Ma e’ anche vero che da allora l’immagine di Korda vive di luce propria e se continua a rappresentare in America Latina, Medio Oriente e Asia lo spirito rivoluzionario e indomito contro oppressione e tirannia, resta un fenomeno contemporaneo, entrato di prepotenza nel mondo della cultura popolare, della moda, delle celebrità. A questa foto la Triennale Bovisa di Milano ha dedicato una mostra nei mesi scorsi, The Legacy of Korda Portrait, con l’intento di spiegare perché lo scatto di Korda continua ad essere, a distanza di quasi 50 anni, il simbolo della rivoluzione e della contestazione giovanile. In copertina per l’album American Life di Madonna o nell’opera di Pedro Meyer American Five Dollar Bill (in cui il viso di Abraham Lincoln è sostituito da quello del Che), l’immagine di Guevara continua ad avere una natura sia populista che controculturale. Anche oggi che è oggetto di caricature e parodie, è al tempo stesso utilizzata come grido di protesta politica da parte dei movimenti più disparati, che si battono per la cancellazione del debito, per l’anti-americanismo, per l’identità latino-americana, per i diritti degli omosessuali e delle popolazioni indigene. (Ansa. 7/10/2007) LA PAZ - "La prima volta che ho visto il suo corpo è stato sulla pista d’atterraggio di Vallegrande. Ero arrivato assieme a Felix Ramos, un agente della Cia. Il cadavere era su un lettino legato ad un elicottero..": è il ricordo del giornalista boliviano José Luis Alcazar, il primo cronista che vide il cadavere di Ernesto Che Guevara il 9 ottobre del 1967. Attualmente Alcazar vive a Tarija, nel sud della Bolivia, dove ha riferito a ANSA la sua esperienza di 40 anni fa. "Ovviamente il suo volto, i suoi occhi, mi colpirono. Non sembrava il volto di un morto. Sembrava vivo.. Non lo dimenticherò mai.. Non c’era paura nei suoi occhi, c’era una espressione di serenità. La sua bocca era semiaperta, con un sorriso ironico" ricorda Alcazar, che per conto del quotidiano cattolico Presencia seguì le vicissitudini del gruppo guerrigliero guidato da Guevara nella selva boliviana dal novembre 1966 fino al momento della cattura del Che. "In realtà, era morto poche ore prima che il suo corpo fosse portato a Vallegrande, un giorno dopo essere stato catturato, secondo quanto mi spiegò un medico di cognome Martinez che aveva fatto l’autopsia del corpo" prosegue il giornalista. "Vidi la sua mano che spuntava fuori dalla coperta e la presi: rimasi sorpreso perché era ancora calda.. Mi si strinse il cuore durante qualche secondo.. Questo fu il primo sospetto che non era morto la notte prima, come dicevano i documenti ufficiali", sottolinea Alcazar. (ANSA, 6/10/2007). ROMA - Da Hasta Siempre a Cohiba: per celebrare Che Guevara, a 40 anni dalla morte, scende in campo anche la musica con una compilation d’autore, edita da RadioFandango e dedicata ad uno miti del Novecento, icona che non ha mai smesso di alimentare produzioni editoriali, cinematografiche e musicali. Il disco ’Ernesto Che Guevara, Comandante’, uscirà proprio il 9 ottobre, giorno della morte del Che. L’opera si divide in due parti: un cd di documentazione artistica e un altro di documentazione storica. Il primo comprende dodici canzoni eseguite da alcuni dei più rappresentativi esponenti sia della canzone d’autore italiana (Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Pino Daniele, Angelo Branduardi, Daniele Silvestri, Sergio Endrigo) che di quella latino-americana (rappresentata da personaggi di prestigio come Caetano Veloso, Pablo Milanés, Silvio Rodriguez). Il disco, che si apre con la celebre Hasta siempre eseguita dall’autore Carlos Puebla (canzone che può vantare più di sessanta versioni discografiche in tutto il mondo) contiene un brano inedito (eseguito dal comico Alberto Patrucco al suo esordio nelle vesti di cantante) nonché una versione inedita di Cohiba, eseguita da Daniele Silvestri. Il secondo cd contiene invece tre documenti con le voci di Fidel Castro (che legge l’ultima lettera inviatagli dal Che) e dello stesso Guevara (l’intervento all’assemblea dell’ONU). Il tutto è presentato da un ricco libretto di 52 pagine corredato da una doviziosa documentazione scritta e fotografica. L’operazione è curata da Sergio Secondiano Sacchi, uno dei dirigenti del Club Tenco ed è una produzione Radiofandango Marketed by Nunflower Distribuzione Edel (Ansa, 6/10/2007) ROMA - In occasione del quarantesimo anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, avvenuta il 9 ottobre 1967, escono alcuni nuovi libri. Innanzitutto ’Io e il Che’ di Fidel Castro (Mondadori, pp. 240 - 8,40 euro), una raccolta inedita di scritti, interviste e discorsi pubblici tenuti dal lider maximo cubano e che ricostruiscono la loro storica amicizia. Rizzoli invece ripubblica una graphic novel di Alberto ed Enrique Breccia su sceneggiatura di Hector Oesterheld, semplicemente intitolata ’Che’ (pp. 120 - 14,90 euro). Sono i due titoli più significativi annunciati per l’occasione, ma che seguono una serie di pubblicazioni recenti che, solo nel 2007, conta almeno una decina di altri volumi. La Feltrinelli, che a suo tempo è stata l’editrice storica del Che, lo ricorderà con manifestazioni. Dal 2005 è ormai la Mondadori a detenere l’esclusiva per l’Italia della pubblicazione delle opere edite e inedite del comandante. Il primo volume a inaugurare questo nuovo percorso editoriale è stato nell’agosto 2005 ’Guerra per bande’, vero e proprio manuale del perfetto guerriero, cui è seguito lo stesso anno, ’La storia sta per cominciare’, biografia per immagini del Che. Nel 2006 sono stati pubblicati ’Giustizia globale’, raccolta di scritti che offre una visione alternativa all’imperialismo e alla globalizzazione, e ’Diario del Che in Bolivia’. Nel nuovo libro, Fidel Castro racconta la condivisione di ideali, l’esperienza comune nella rivoluzione cubana e nel farlo ci restituisce numerosi aneddoti e scenari fino ad ora sconosciuti, sovrapponendo discorsi privati a momenti di pubblica retorica, come in occasione dell’orazione funebre: "Com’é possibile che possa essere contenuto in questa lapide? Come può essere contenuto in questa piazza? Come può essere contenuto nella nostra amata ma piccola isola? Solo nel mondo che sognava, per il quale ha vissuto e per il quale ha lottato, c’é spazio sufficiente per lui". La sua storia a fumetti, pubblicata 12 anni fa a Milano dalle piccolissime Topolin Edizioni, ripercorre a capitoli alterni l’ultima spedizione del Che in Bolivia e la sua vita precedente. "Non è un lavoro qualsiasi - scrive Fofi nell’attuale prefazione - è una testimonianza di adesione morale politica ai suoi ideali.... con una capacità evocativa che vede una rara compenetrazione di parola e segno". Uscito in Argentina l’anno dopo la sua morte, il libro fu vietato dal governo di Isabelita Peron, mentre l’editore e Oesterheld sono desaparecidos. I due autori ne salvarono qualche copia seppellendola in giardino. Corbaccio ha invece pubblicato ’I ragazzi del Che’ di Ludovico Incisa di Camerana (pp. 406 - 20,00 euro), sottosegretario agli esteri nel governo Dini, che ricostruisce la biografia di questo "più che spregiudicato materialista, rivoluzionario romantico che ricorda i nostri eroi risorgimentali, da Pisacane ai fratelli bandiera", ma il saggio riguarda soprattutto il suo mito in questi 40 anni, avvicinandolo, tra l’altro, a D’Annunzio e Malaparte, ai borghesi affascinati dalla guerra come esperienza rivoluzionaria e rigeneratrice della società. Negli ultimi mesi, oltre ai libri Mondadori, sono usciti tra l’altro ’Evocacion - La mia vita a fianco del Che’ di Aleida March (Bompiani); ’Guevariana’, antologia di racconti e storie sul Che di grandi scrittori sudamericani, ma non solo (Einaudi); ’Il mito Che Guevara e il futuro della liberta’’ di Alvaro Vargas Llosa (Lindau), ’I ragazzi del Che’ di Ludovico Incisa di Camerana (Corbaccio), mentre la Newton Compton, che ha in catalogo due biografie del Che, una di Herberto Norman Acosta e l’altra di Andrew Sinclar, ripropone anche le ’Poesie’ di Che Guevara e suoi interventi sulla letteratura e la cultura, a cura di Elena Clementelli e Walter Mauro, e ’Il sogno rivoluzionario’, che riunisce, col ’Diaro della rivoluzione cubana’ e ’Questa grande umanita’’, il suo ’Ideario’, raccolta di massime e pensieri, lettere e frammenti di discorsi che condensano i suoi ideali e la sua visione del mondo (Ansa, 6/10/2007) ROMA - Per un eroe della rivoluzione e dell’utopia che ha impresso il suo volto su migliaia di poster, bandiere, magliette, servizi d’attualità e perfino pubblicità commerciali come Ernesto Che Guevara, un destino cinematografico era scritto. Ma, strano a dirsi, mentre le canzoni a lui ispirate non si contano, i film in cui appare da protagonista sono molto pochi e uno solo, ’Diari della Motocicletta’ di Walter Salles, lo vede star incontrastata. Il film, tratto dalle memorie del futuro medico argentino e rivoluzionario cubano, si limita alla scapestrata giovinezza di Guevara e non avrebbe potuto trovare migliore rappresentazione del divo sudamericano per eccellenza di oggi: Gael Garcia Bernal. Che la figura del Che abbia esercita un influsso evidente sul cinema degli anni ’60 si desume bene da opere come ’Sierra Maestrà di Ansano Giannarelli (1969) in cui si rilegge l’avventura boliviana di Regis Debray che fu vicino a Guevara durante l’ultima, sfortunata spedizione guerrigliera, nel biografico ’El Che Guevara’ di Paolo Heusch (1968) con Francisco Rabal a masticare il leggendario sigaro del comandante, nel successivo Che! di ’Richard Fleischer’ (1969) che osò riprodurne il mito a Hollywood affidandosi a star come Omar Sharif e Jack Palance (Fidel Castro). Poi, per anni, toccò alla documentaristica mantenere viva la memoria e l’italiano Gianni Minà fu l’aedo principe di questa storia tra realtà e leggenda, come si vedrà anche alla prossima Festa del Cinema di Roma. Alla fine degli anni ’90 il documentario argentino ’Hasta la Victoria Siempré mescolava filmati reali e documentazioni storiche per raccontare soprattutto la sua avventura a Cuba tra i Barbudos. Poi nel 2002, Gael Garcia Bernal ne vestiva per la prima volta i panni nel televisivo ’Fidel’. Più di recente si segnala ’Che Guevara’ di John Evans (2005) con Eduardo Noriega nel ruolo e l’italiano Enrico Lo Verso con la giubba di Castro, per poi arrivare al bel documentario di Raffaele Brunetti, ’Il Corpo e il Mito’, che vede la luce dopo due anni di gestazione, quasi in contemporanea con il lavoro dell americana Maria Wye Berry ’The True Story of Che Guevara’. Ma la storia non sembra destinata a concludersi visto che già si annuncia una super-produzione come ’L’Argentinò di Steven Soderbergh, con Benicio Del Toro, atteso per il 2008. Per non parlare dei progetti di Robert Redford e Mick Jagger su di lui, che però, almeno ad oggi, non sono stati portati a termine (Ansa 6/10/2007) ROMA - Arriva in Italia in visita ufficiale il 28 ottobre il presidente della Bolivia Evo Morale, un indio aimara candidato anche al Nobel per la pace, che sta cambiando la costituzione in nome dell’ eguaglianza e parità di diritti di tutti i cittadini: "Ernesto Guevara non era un visionario, lo possiamo ben dire oggi, mentre questo accade nel paese in cui lui venne ucciso 40 anni fa, e sta accadendo anche in Ecuador", afferma Gianni Minà, aggiungendo: "In America latina sta avvenendo qualcosa che forse nemmeno il Che sognava potesse accadere così presto". Minà è diventato celebre in Sudamerica, ma non solo, per due interviste a Fidel Castro, una del 1987 e un’altra subito dopo la caduta di socialismi reali in Europa. E’ direttore da 7 anni della rivista Latinamerica, di cui sta per uscire il n. 100. E’ anche autore di due documentari, uno proprio su ’Fidel racconta il Che’, e un’altro intitolato ’Il Che 40 anni dopo’, che saranno alla Festa del cinema di Roma, dopo essere stati al Festival di Berlino, dove lui ha ricevuto il premio Berlinale Kamera alla carriera come documentarista, consegnatogli da Walter Salles, il regista con cui realizzò il film ’I diari della motocicletta’. Nel documentario, Fidel racconta, tra l’altro di sognarsi ancora spesso Ernesto, illudendosi che non sia morto, e quando fu girato, dette la notizia che, prima di andare in Bolivia, il Che fu in Africa, in Congo dopo l’assassinio di Lumumba, con un gruppo di cubani, per aiutare nella lotta anticoloniale, ma non trovò le condizioni per creare un movimento rivoluzionario e dovette andarsene". "Mi spiace per gli intellettuali italiani - aggiunge Minà - spesso critici, ma in Sudamerica il Che gode ancora di grandissimo rispetto. In Bolivia lo chiamano Santo Ernesto, a Buenos Aires c’e un corso all’università sulla sua figura e i suoi scritti, ora riuniti in 14 libri dal Centro Che dell’Avana, diretto dalla moglie e i figli, che hanno affidato i diritti internazionali all’australiana Ocean Book. Per tutti, anche chi non condivide le idee comunista, resta l’esempio della capacità di lottare e resistere sino all’ultimo, come ha resistito Cuba, piccola isola dei Caraibi, che è orgoglio di tutti i latino americani e a 50 anni dal blocco Usa, a 18 dalla caduta del comunismo in Europa, un anno dopo il ritiro per malattia di Fidel, è sempre lì, contro ogni previsione, fatta evidentemente partendo da presupposti errati". Minà si dispiace che in occidente l’icona del Che sia diventata una sorta di logo, ma sa "che il capitalismo, se non riesce a esorcizzare e vincere, cerca di comprare, di usare e consumare". La sua speranza è comunque "che i giovani, le nuove generazioni, non conoscano solo il Che per sentito dire, ma vadano a leggere i suoi libri, per imparare che nel mondo ci sono ancora posti dove si muore di fame e che solo il 20% dell’umanità ha una vita decente. Se in Sudamerica si intravede un’alba, questo non accade ancora per l’Asia e l’Africa". Intanto tornano in libreria il suo ’Racconto di Fidel’ e il ’Libro di Fidel’ riuniti in un unico volume da Sperling & Kupfer, con le due storiche prefazioni di Garcia Marquez e di Jorge Amado, in cui sono anche molte pagine dedicate al Che. (Ansa 6/10/2007) Che Guevara: 40 anni; Tutino, ricordo sua intelligenza (di Fabrizio Nicotra) ROMA- "Gli avevo chiesto un’intervista e lui, attraverso sua madre, mi disse di no per due motivi: perché ero un giornalista e soprattutto perché facevo parte del Partito comunista italiano, che lui considerava il meno comunista dei partiti comunisti del mondo". Saverio Tutino, classe 1925, partigiano e giornalista, ha conosciuto Ernesto Guevara e, a quarant’anni dalla morte del ’Che’, ricorda gli anni passati a Cuba, come corrispondente di diversi giornali italiani. Tutino (autore fra l’altro di libri come ’Guevara ai tempi di Guevara’ e ’Il Che in Bolivia’) ha raccontato nei suoi articoli (che saranno ripubblicati in un libro che sarà diffuso nei prossimi giorni da ’l’Unita") il guerrigliero e l’uomo politico. Oggi, anche se la memoria fa qualche difetto, preferisce raccontare l’uomo. Una personalità fuori dal comune, fiera e anche scontrosa, senza dubbio ricca di fascino. "Il ’Che’ - rammenta - era consapevole di essere molto famoso, ma cercava in tutti i modi di mostrare che non gliene importava nulla. Era una figura che aveva un senso dell’intelligenza molto particolare, originale, direi ’suo’. Non ripeteva mai ciò che sentiva dire da altri, per esempio da Fidel Castro. Aveva sempre una sua posizione personale e questo lo rendeva attraente per tutti. Soprattutto per i giornalisti". Anche se il rapporto con lui, per i giornalisti, non era una passeggiata: "Con Guevara era difficile avere una discussione politica aperta, a tutto campo. Generalmente le conversazioni terminavano con sue affermazioni drastiche e conclusive, che non ammettevano replica. Era molto restio a cedere alla curiosità giornalistica". Tutino spiega che questo era dovuto anche alla necessità di una riservatezza estrema, molto sentita dal ’Che’: "Si guardava dal dire in pubblico cose che potessero offendere Fidel o danneggiare Cuba. Anche quando tornava dai suoi viaggi, il Congo, la Cina e tanti altri, erano tutti ansiosi di sentire cosa avrebbe detto. Ma spesso lui si tratteneva. Non voleva infatti che passasse l’idea che andava all’estero per coltivare posizioni particolarmente ferme o personali. C’era una fermezza in lui, non si concedeva di assumere posizioni che apparissero troppo visibili o maestose". Caratteristiche che emergevano anche nel suo modo di fare politica, quando a Cuba, dopo la rivoluzione castrista, era diventato ministro dell’Economia e dell’Industria: "Era molto molto riservato". Tutino ricorda anche che il ’Che’ non amava l’Unione sovietica: "Quando tornò dal suo viaggio a Mosca si percepiva un distacco da ciò che aveva vissuto: non gli piaceva ciò che aveva visto a Mosca e non gli piaceva il Partito comunista sovietico". La Cuba di oggi piacerebbe a Guevara? "Non credo. Già ai suoi tempi ha sentito avvicinarsi gli americani...". E oggi, quale causa sposerebbe il ’Che’? "Amo pensare che si schiererebbe con Amartya Sen" (l’economista indiano premio Nobel nel 1998, che ha chiarito che il concetto di sviluppo si differenzia da quello di crescita e non coincide più con un aumento del reddito, quanto con un aumento della qualità complessiva della vita). "Credo che gli piacerebbe - prosegue Tutino - perché la sua era una formazione politica e culturale basata molto sulla persona più che sulle ideologie. E grazie a questo riusciva sempre ad attrarre persone che lo ascoltavano con grandissimo interesse". "Oggi - è la conclusione - mi piacerebbe consultare Guevara per la sua personalità, molto rara per Cuba e per l’America Latina di quei tempi. Non c’erano personalità così forti e spiccate, dotate del fascino che aveva lui" (Ansa, 7/10/2007) Che Guevara: 40 anni; figlio in iran, uniti contro Usa (di Alberto Zanconato) TEHERAN- L’Iran, l’America Latina e tutti "i Paesi del Terzo Mondo" si devono unire contro l’imperialismo americano, perché in tal modo "possono raggiungere tutti i loro obiettivi". E’ l’appello rivolto dal figlio di Che Guevara, Camilo, al termine di una visita compiuta a Teheran, durante la quale ha invitato il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, a "rafforzare l’unità dei Paesi del Medio Oriente e dell’America Latina". Nel quarantesimo anniversario dell’uccisione del padre, Camilo, in una lunga intervista all’agenzia iraniana Fars, lo ricorda come "un rivoluzionario determinato" di cui vorrebbe seguire le orme. "Ma è difficile - aggiunge - perché lui era una figura eccezionale. Per preserevare e diffondere il suo pensiero, però, lavoro in un centro a lui dedicato, attivo a Cuba, e viaggio in molti Paesi del mondo". Una delle tappe è stato appunto l’Iran, dove Camilo è arrivato con la sorella Adelaida. I due hanno reso dapprima omaggio al fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, visitando il suo mausoleo a sud di Teheran. E poi hanno avuto incontri con diversi gruppi di studenti e autorità. Dopo la rivoluzione islamica, nel 1979, l’Iran ha dichiarato la sua ostilità al mondo comunista, così come agli Stati Uniti, e nel 1983 i principali dirigenti del Tudeh, il partito comunista iraniano, vennero arrestati e condannati per spionaggio in favore dell’allora Unione Sovietica. Ma da quando Ahmadinejad è diventato presidente, nel 2005, Teheran ha instaurato stretti legami con i governi di sinistra dell’America Latina in funzione anti-americana, in particolare Cuba, Venezuela, Bolivia e Nicaragua. "Ogni Paese ha i suoi modi per combattere i nemici - afferma Camilo - ma possono contare sul nostro sostegno. Ci sono certamente delle differenze culturali, ma è importante rimanere uniti, perché con l’unità dei Paesi del Terzo Mondo possiamo raggiungere tutti i nostri obiettivi". Secondo il figlio del Che, ciò è importante soprattutto oggi che "in America Latina c’é una situazione rivoluzionaria unica, ma non bisogna essere troppo ottimisti, perché gli imperialisti hanno la capacità di difendersi". "Noi abbiamo bisogno di voi, e voi avete bisogno di noi", afferma Camilo rivolto agli iraniani. Quanto al programma nucleare di Teheran, Camilo non ha dubbi che esso sia esclusivamente civile e che gli Stati Uniti non abbiano il diritto di contrastarlo. "Quando un Paese - dice - ha ucciso migliaia di persone con le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki e la sua strategia si basa sul terrore e sull’orrore degli ordigni nucleari, come può opporsi ad un altro Paese che vuole usare la tecnologia atomica a beneficio del suo popolo?". Infine, un giudizio telegrafico, richiesto dall’ intervistatore, sul presidente americano George W. Bush: "L’elefante più asino che abbia mai visto", lo definisce Camilo, con un gioco di parole sui simboli dei Repubblicani (elefante) e dei Democratici (asino). (Ansa, 7/10/2007) MADRID - Era il 13 giugno del 1959. I ’barbudos’ con alla testa Fidel Castro, avevano da pochi mesi rovesciato il dittatore cubano Fulgencio Batista. Ernesto Guevara in viaggio per il vertice dei paesi non allineati al Cairo, è costretto per mancanza di un volo diretto a far scalo a Madrid, capitale della Spagna anticomunista del generalissimo Francisco Franco. E ne approfitta per fare il turista e un po’ di shopping acquistando, fra al’altro, le opere di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange che ispirò Franco ed era un ammiratore di Benito Mussolini. La visita del Che venne immortalata da un giovane fotografo dell’agenzia Europa Press, Cesar Lucas, che era stato tirato giù dal letto dall’ambasciata cubana per conto del giornalista Antonio D. Olano, che aveva conosciuto il Che nella Sierra e che gli faceva da cicerone. Di quelle fotografie ne fù pubblicata all’epoca solo una, alcuni giorni dopo la visita, perché, raccontano Lucas e altri testimoni, Franco aveva acconsentito al transito del rivoluzionario argentino, il cui governo non aveva ancora optato apertamente per la parte sovietica, a condizione che non avesse contatti politici. E così fu, e quasi nessuno se ne accorse. Solo un signore, ricorda Lucas, al vederlo passare disse alla moglie: "Quello deve essere Fidel Castro". Guevara, giunto a Madrid la sera del 13 giugno ripartì alle 15.00 di quello successivo. Vestito con la divisa grigioverde, gli stivali e il berretto da guerrigliero, si fece portare in giro per Madrid, visitò il Palazzo Reale e l’università, andò a vedere una plaza de toros vuota aperta per lui dal proprietario, fratello del torero Luis Dominguin, bevve qualcosa in una caffetteria facendosi fotografare con una cameriera, e visitò la Galeria Preciados, un centro commerciale poi assorbito decenni dopo dal Corte Ingles. Data l’ora e la giornata festiva Olano chiese al proprietario José Fernandez di aprire la galleria per Guevara, e così venne fatto. Qui, secondo la testimonianza del diciottenne Lucas il ministro cubano acquistò "alcuni libri". Secondo altre testimonianze, che parlano anche di una macchina da scrivere Olivetti 22, i libri acquistati dal Che erano le opere di Primo de Rivera, un rivoluzionario di destra ammirato pubblicamente dallo stesso Castro. Ed è probabile che fosse stato Fidel, che si era portato i libri di de Rivera nella Sierra Maestra, a suscitare il suo interesse. Una leggenda sostiene che quando il Che fu assassinato in un villaggio boliviano l’8 ottobre 1967, aveva con sé i volumi del fondatore della Falange. Quella visita a Madrid non fu l’ultima. Di ritorno dal vertice del Cairo Guevara ripassò nella capitale spagnola. E infine nell’ottobre 1966 transitò sotto il falso nome di Ramon Benitez e un volto irriconoscibile per il trucco. Benitez era l’identità assunta da Guevara per raggiungere clandestinamente la Bolivia dove un anno dopo trovò la morte. (Ansa, 7/10/2007) LA PAZ - C’é anche una cerimonia religiosa che prevede l’annuncio della "resurrezione" di Ernesto Che Guevara fra le numerose commemorazioni in programma in Bolivia per il 40/o anniversario della morte del guerrigliero argentino-cubano, ucciso a La Higuera il 9 ottobre 1967. Lo ha reso noto il direttore della Fondazione Che Guevara boliviana, Fernando Valdivia, precisando che la cerimonia avrà luogo a Vallegrande, il villaggio a circa 800 km di distanza da La Paz dove i resti di Guevara rimasero nascosti per 30 anni, fino al loro ritrovamento e successiva traslazione a Santa Clara (Cuba). Proprio a Vallagrande, martedì si svolgerà "una celebrazione politico-religiosa-culturale" alla quale - ha precisato Valdivia - parteciperanno "musulmani, indigeni aymara e componenti della teologia della liberazione". Durante l’incontro, si parlerà della "resurrezione del Che" tramite l’invocazione degli spiriti, che avverrà - ha precisato Valdivia - con l’uso dei ’pututu’, corna di toro utilizzate in cerimonie rituali dagli aymara, l’etnia alla quale appartiene il presidente della Bolivia, Evo Morales. "Se il Che fosse vivo, sono sicuro che non condannerebbe questo tipo di cerimonie", ha concluso Valdivia, sottolineando che la vita e la morte di Guevara hanno alimentato l’immagine religiosa dello stesso Che fra gli indigeni ed i più poveri della Bolivia (Ansa 7/10/2007) BUENOS AIRES - Il calendario ’Che - 2008’ è in questi giorni appeso in bella mostra alle edicole di Buenos Aires e delle altre città dell’Argentina, patria del celebre Ernesto Guevara, ucciso 40 anni fa in Bolivia e ancora oggi un mito rivoluzionario inossidabile: più passa il tempo, più pare rafforzarsi. Non solo in Argentina e a Cuba, ma in molti paesi latinoamericani, il 40mo anniversario di quel 9 ottobre 1967, quando il medico nato a Rosario nel 1928 venne crivellato a colpi di mitragliatrice, sarà ricordato con commemorazioni ed eventi. Ormai da giorni, quotidiani e settimanali pubblicano articoli in cui le analisi sul Che (il quale se fosse vivo avrebbe ora 79 anni) affiorano un po’ in tutte le salse. Oltre alle vecchie, e nuove, biografie, e ai saggi sulla vita militare e sulle idee politiche - la lotta armata, l’internazionalismo - del ’comandante’ molti sono i ricordi, con gli inevitabili aneddoti, di chi l’ha conosciuto. Sul guerrigliero più fotogenico del pianeta in questi giorni non mancano d’altra parte i siti web oppure le immagini, fra le quali quelle celebri di Alberto Korda, che lo ritrasse col basco e la stella a cinque punte, e di Freddy Alborta, autore delle foto con l’espressione di Cristo che il volto del Che assunse da morto. Fotografie che, tramite mille strade, hanno contribuito a far uscire Guevara dai limiti della storia latinoamericana, per farlo diventare un’icona internazionale. Fra i media che questa settimana hanno scelto di mettere in copertina il bel profilo di Guevara c’é per esempio il settimanale brasiliano Veja, che indaga le ragioni per le quali "l’uomo era diverso dal mitò, oppure la rivista argentina N, che si chiede perché egli sia ormai "il santo di una religione laica". E in fondo, quello che un po’ tutti gli analisti cercano di capire è proprio perché, 40 anni dopo, la figura del Che sia rimasta intatta nella memoria di due-tre generazioni, e quali siano gli ingredienti del mito. Per il messicano Jorge Castaneda, autore di una delle biografie (’Companerò) più note, "Guevara è entrato a far parte delle utopie sociali e dei sogni di un’intera generazione a causa di un’affinità quasi mistica con il suo tempo. Ha avuto un’identificazione pressoché perfetta con il periodo storico in cui visse". Tesi non molto diversa da quella dello scrittore inglese John Berger, per il quale Guevara viene ancora oggi ricordato "non tanto per le sue azioni - del tutto fallimentari sia in Bolivia sia in Africa - ma per il modo in cui, ricorrendo per esempio all’utopia e al martirio, le intraprese". In mezzo a tanta ammirazione, non manca qualche valutazione decisamente negativa. In un articolo in cui descrive il Che come "una fredda macchina omicida", Alvaro Vargas Llosa (figlio del più noto Mario) afferma: "forse il ’Che’ era innamorato della propria morte, di certo lo era di più della morte degli altri". E d’altra parte, in un sondaggio realizzato questa settimana tra gli adolescenti ed i giovanissimi di Buenos Aires ci sono commenti positivi, ma anche valutazioni d’indifferenza o negative: Matias, 17 anni, pensa per esempio che "non ci debba essere un modello da seguire, e d’altra parte il ’Che’ era un uomo violento", mentre Estefania (17) dice di "non sapere nulla su Guevara, per me non è un simbolo". Sempre in Argentina, Guevara continua comunque a battere gli altri due grandi miti nazionali, lo scrittore Jorge Luis Borges ed Evita Peron. Qualche settimana fa, migliaia di telespettatori hanno votato proprio a favore del Che quale politico argentino più popolare del XX secolo. In quell’occasione, Guevara è riuscito a stracciare persino Evita. (Ansa 7/10). BUENOS AIRES - Ernesto Guevara de la Serna, detto ’El Che’ dal suo tipico intercalare, nacque il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina. Ecco le tappe principali della sua vita. - 1950: si iscrive alla facoltà di Medicina a Buenos Aires. Visita il nordovest dell’Argentina. - 1952: è l’anno del viaggio in motocicletta in diversi paesi latinoamericani insieme all’amico Alberto Granado. - 1953-54: si laurea in medicina, con una tesi in allergologia (soffre di asma dall’età di due anni). Primi impegni politici a La Paz, poi in Guatemala, dove nel ’54 conosce quella che sara’ la sua prima moglie, l’esule peruviana Hilda Gadea, dalla quale avrà una figlia. - 1955-56: dopo il colpo di Stato in Guatemala, ripara a Città del Messico, dove conosce Fidel Castro. Il 2 dicembre 1956 sbarca a Cuba con Castro a bordo del Granma. - 1957: Fidel lo nomina comandante di una ’colonna’ di 75 uomini. - 1958. S’installa nella regione di Escambray, dove aggrega diversi gruppi oppositori al dittatore Fulgencio Batista. S’innamora della guerrigliera Aleida March, che diventerà la sua seconda moglie. Avranno quattro figli. A dicembre guida fino alla battaglia finale, a Santa Clara, la rivoluzione. - 1959-65: divenuto cittadino cubano, dirige il Ministero dell’industria, durante i quali andrà per tre volte in Urss. Nel dicembre ’64 pronuncia un discorso all’Assemblea dell’Onu, a New York. Viaggia in Tanzania e in Congo, dove appoggia i ribelli di Laurent Kabila. La missione è un fallimento. - 1966-67. Rientra all’Avana, per preparare la campagna in Bolivia, dove arriva nel novembre del ’67 sotto falso nome. Prende la guida di una cinquantina di guerriglieri. L’8 ottobre, nello scontro di Quebrada de Yuro, ferito, è catturato dagli uomini dell’esercito. Viene ucciso il mattino del 9 ottobre a La Higuera. Trasportato a Vallegrande, il suo corpo, sarà ritrovato solo 30 anni dopo e traslato a Cuba. BUENOS AIRES - Ernesto Che Guevara morì a 39 anni crivellato di pallottole su una panca di una scuola di La Higuera (Bolivia) la mattina del 9 ottobre 1967. La ’campagna boliviana’ cominciò nel novembre 1966 quando, sotto falso nome e senza barba, Guevara entrò in Bolivia con un gruppo di rivoluzionari. Un anno prima il Che aveva rinunciato alla carica di ministro e ’comandante’ nonché alla cittadinanza cubana, per portare il messaggio rivoluzionario nel mondo. A La Higuera Guevara arrivò dopo aver vinto nella giungla alcuni scontri con l’esercito boliviano, nel marzo ’67. I problemi cominciarono quando la colonna lascio’ la giungla, il 26 settembre e cadde in un’imboscata a Vallegrande. I guerriglieri decimati e incalzati dai soldati furono infine accerchiati a Quebrada del Yuro. All’alba dell’8 ottobre si cominciò a combattere. In serata, il Che, ferito ad una gamba, venne rinchiuso con gli altri prigionieri nella vicina scuola di La Higuera. Durante la notte Guevara non ebbe cure mediche mentre a La Paz, il presidente boliviano, il generale René Barrientos, decideva di farlo giustiziare. L’esecuzione avvenne alle 13.00. Gli sparò un sergente, volontario, dopo che il ’Che’ gli aveva detto: spara codardo (secondo un’altra versione: stai tranquillo.. stai per uccidere un uomo). Dopo le foto, il suo corpo, con le mani mozze, fu sepolto a 30 km da lì, a Vallegrande, in una fossa comune non segnata. (Ansa 7/10/2007)