Vari, 8 ottobre 2007
14 settembre, 2007 - Corriere della Sera dalla Bolivia Cade il mistero sul taccuino del Che: versi d’ amore DAL NOSTRO INVIATO LONDRA - Leggeva poesie d’ amore Ernesto Che Guevara
14 settembre, 2007 - Corriere della Sera dalla Bolivia Cade il mistero sul taccuino del Che: versi d’ amore DAL NOSTRO INVIATO LONDRA - Leggeva poesie d’ amore Ernesto Che Guevara. Appollaiato su un albero. Nei rari momenti di solitudine mentre combatteva per esportare la rivoluzione cubana in Bolivia. Cade il velo sul misterioso taccuino che il guerrigliero aveva nello zaino quando fu catturato dall’ esercito boliviano e poi ucciso il 9 ottobre del 1967. Il Quaderno verde del Che è arrivato in questi giorni nelle librerie messicane per i tipi di Seix Barral/Planeta. Sessantanove poesie, anonime, scritte a mano, in fretta, probabilmente per evitare di portare nella giungla tanti libri. Pagine curate da Paco Ignacio Taibo II, lo scrittore messicano biografo del Che: «I testi - racconta - mi sono arrivati in fotocopia da un amico (l’ editore n.d.r.). Ho riconosciuto subito la sua scrittura. Allora mi sono chiuso in casa, ho staccato il telefono e ho cercato di capire chi fossero gli autori delle poesie». Un lavoro non facile. All’ inizio si pensa che i versi siano stati scritti dallo stesso Che o da uno dei suoi poeti preferiti Antonio Machado e Miguel Hernández. Poi, saltano fuori il cileno Pablo Neruda con Venti poesie d’ amore e una canzone disperata, il peruviano César Vallejo con Gli araldi neri, lo spagnolo León Felipe e il cubano Nicolás Guillén. Passione, sentimenti, storie di vita quotidiana. Il Quaderno verde è un’ antologia intimista. «Mi sono chiesto perché queste poesie e non altre - dice ancora Taibo -. Per esempio perché non il Canto generale di Neruda che era uno dei suoi libri favoriti e sposava la visione guevarista del mondo?». Finora nessuno era riuscito a leggere il quaderno, custodito negli archivi segreti dell’ esercito boliviano. E a La Paz c’ è chi sussurra che sia stato proprio l’ arrivo del presidente Evo Morales, grande alleato di Castro, a permetterne la pubblicazione. «Sete di te m’ incalza nelle notti affamate. Tremula mano rossa che si leva fino alla tua vita», si legge nel taccuino. Che Guevara diventò un avido lettore di poesie da adolescente, quando frequenti attacchi di asma lo costringevano a letto. «Nei momenti di abbandono o pessimismo mi consolo con un paio di versi», aveva confidato allora a un compagno di classe. la stessa cosa che ha fatto in Bolivia, prima di essere ucciso. *** IL QUADERNO VERDE Era nello zaino di Ernesto Guevara quando venne catturato dai militari boliviani * * * LA PUBBLICAZIONE Da La Paz è arrivato allo scrittore messicano Paco Taibo II che l’ ha stampato Monica Ricci Sargentini *********** CORRIERE DELLA SERA Sezione: varie - Pagina: 057 21 settembre, 2007 - Corriere della Sera PERSONAGGI Nel saggio di Ludovico Incisa di Camerana un profilo insolito dell’ eroe rivoluzionario Il Che come d’ Annunzio, l’ altra faccia del mito «L’ avventura guevarista modello per l’ uomo di destra» «Un’ ombra domina l’ America Latina nella seconda metà del secolo XX e si prolunga nel Duemila: l’ ombra di una rivoluzione mancata. Mancata come espansione, proseguimento e correzione della grande rivoluzione della prima metà del secolo scorso: la rivoluzione messicana. Mancata come espansione e proseguimento della piccola rivoluzione della seconda metà dello stesso secolo: la rivoluzione cubana». Ludovico Incisa di Camerana, sottosegretario agli Esteri nel governo di Lamberto Dini, diplomatico di carriera con lunghi soggiorni fra gli anni Cinquanta e Sessanta in Venezuela e Argentina, autore di saggi come L’ Italia della luogotenenza e I caudillos, comincia con una considerazione sul fallimento di un’ illusione il suo nuovo saggio, I ragazzi del Che, appena uscito da Corbaccio nella collana storica diretta da Sergio Romano (pagine 406, 20). Scritto in occasione dei quarant’ anni dalla morte di Che Guevara, eliminato il 9 ottobre 1967 da un soldato ubriaco il giorno dopo la cattura sull’ altopiano della Bolivia, il libro di Incisa di Camerana è soltanto per metà una biografia di Ernesto Guevara de la Serna. Per l’ altra metà è la storia del suo mito e dell’ influenza che le sue idee hanno avuto sia in America Latina sia in Europa. Il medico argentino, nato il 14 giugno 1928 in una famiglia altoborghese decaduta, scopre la sua vocazione rivoluzionaria nell’ incontro a Città del Messico con un esule cubano, Fidel Castro. il 1956. Il 25 novembre il Che, così chiamato per sottolineare il suo intercalare argentino, si imbarcherà con altri 81 compagni su un vecchio battello diretto a Cuba. Guevara scriverà con Castro una pagina di storia. «Ma il mito - ci dice Incisa di Camerana - nascerà soltanto dopo la morte, anzi proprio per le modalità della morte. Intanto il Che era andato in Bolivia, in una zona pochissimo popolata, con la coscienza che si trattasse di un’ operazione disperata. Più che uno spregiudicato materialista, un rivoluzionario romantico che ricorda i nostri eroi risorgimentali Carlo Pisacane e i fratelli Emilio e Attilio Bandiera. Dopo la cattura nessuno ebbe il coraggio di formare il plotone d’ esecuzione per eliminare quell’ uomo malandato. Per ucciderlo ci volle la raffica di mitra di un sottufficiale ubriaco». Un episodio, scrive Incisa di Camerana, «che a noi italiani ricorda l’ assassinio di Francesco Ferrucci e l’ infamia di Maramaldo. Un’ esecuzione comunque illegale, non derivando da un regolare processo e non essendo prevista in Bolivia la condanna a morte». Il personaggio Guevara, secondo l’ interpretazione di Incisa di Camerana, sembra dunque scolpito più che sull’ esempio degli eroi sudamericani, il cubano José Martí e il venezuelano Simón Bolívar, o i messicani Pancho Villa ed Emiliano Zapata, su quello dei nostri eroi risorgimentali. Ma c’ è di più: l’ ingenuità con cui si lancia in certe avventure, come la spedizione in Tanzania e Congo, lo stile frugale e il disinteresse per la propria incolumità, ricordano all’ autore la ricerca della «bella morte» e l’ estetica di certi scrittori europei. «Sul piano storico-politico - scrive lo storico - la sua figura è meglio conosciuta nel quadro di quel volontarismo europeo, di una giovane borghesia attivista, disposta a vincere o a perdere, pronta nella guerra o nell’ insurrezione a giocare il tutto per tutto e specialmente se stessa, l’ élite dei reparti d’ assalto. Il mito dell’ esperienza della guerra, il mito dei caduti, della legittimità della morte e del sacrificio in guerra, che affascina, come lo descrive George Mosse, i volontari delle guerre europee, diventa per una gioventù latinoamericana, che si candida al protagonismo, il mito dell’ esperienza della rivoluzione». E non c’ è da stupirsi se, in questo quadro, l’ autore affianchi il nome del Che a quelli di Gabriele d’ Annunzio e Filippo Marinetti, ma anche di André Malraux e Curzio Malaparte. Un accostamento con protagonisti della destra europea che ad alcuni apparirà sacrilego, ad altri svelamento della vera natura di un mito. Questa lettura etica ed estetica dell’ avventura guevarista non può che avere un esito pessimistico: fatta salva l’ eccezione di Cuba, la teoria dei «focos» rivoluzionari attorno ai quali doveva divampare la rivoluzione poteva affascinare, in America Latina come in Europa, soltanto una minoranza di studenti e intellettuali. Dagli ufficiali rivoluzionari venezuelani, che si ritrovarono senza seguito nella sierra, al nostro Giangiacomo Feltrinelli, editore e ammiratore del Che finito tragicamente su un traliccio di Segrate, gli imitatori di Guevara andarono tutti incontro all’ isolamento e al fallimento. Così come alla luce della storia si dimostrano sterili i due capisaldi della teoria rivoluzionaria guevarista: la sconfitta dell’ esercito e la conquista del consenso fra i contadini. «Ogni movimento di qualche consistenza in America Latina - ci dice Incisa di Camerana - non ha potuto fare a meno dell’ appoggio dell’ esercito. Quanto ai contadini, non sono mai stati conquistati dal mito rivoluzionario. Anzi, l’ idea di rivoluzione è completamente tramontata nel subcontinente. Al punto che un leader come Rubén Zamora ha dichiarato: "La lotta armata non è più un’ alternativa di potere in America Latina"». Al di là della faccia sulle magliette, secondo l’ autore de I ragazzi del Che, del mito Guevara resta poco anche in Europa. Il Sessantotto è lontanissimo, i suoi leader come Régis Débray hanno preso sentieri inaspettati. E gli studenti oggi sono certo più affascinati dalla tecnologia e dai consumi che dalle teorie pauperiste del rivoluzionario argentino. Dino Messina ****** La Repubblica 07-10-07, pagina 18, sezione POLITICA ESTERA Il Paese riscopre l’ eroe ignorato per quarant’ anni Più popolare di Peròn l’ Argentina si riprende il Che Un libro rivela: dopo la Bolivia, voleva portare la rivoluzione a Buenos Aires Dopo anni di silenzio, la patria tributa onori e copertine al figlio rivoluzionario OMERO CIAI BUENOS AIRES iato omero ciai buenos aires L’ hanno scoperto in tv quasi per caso quando in un innocuo sondaggio sul politico più amato nel paese del tango è risultato primo colui che pochi s’ aspettano: Ernesto Guevara de la Serna. Argentino? Eroe a Cuba, morto in Bolivia, che il «Che Guevara» fosse un figlio della Pampa se lo dimenticò perfino qualche vaticanista catapultato all’ Avana insieme a Giovanni Paolo II con un indimenticabile: «Eccoci a Santa Clara, città natale del Che». Ma sicuramente fino a qualche tempo fa lo aveva dimenticato anche l’ Argentina. Straziata dalle guerriglie e dagli orrori della dittatura militare questa nazione aveva archiviato Guevara come l’ ennesimo mito «politicamente scorretto» che, per fortuna, aveva vissuto altrove la sua avventura armata e rivoluzionaria. Era nato a Rosario d’ accordo, ma s’ era sposato all’ Avana, aveva combattuto in Angola ed era morto sulle Ande: tanto bastava nel paese più europeo dell’ America Latina per considerarlo un po’ estraneo, cosa d’ altri. Tanto che l’ intervento di Peron che gli salvò la vita dopo il golpe in Guatemala nel ’53 sembrava nelle sue biografie quasi una stranezza. Peron? E perché? Che c’ entrava il giovane medico comunista con il generale populista presidente d’ Argentina? Oggi, a 40 anni dal calvario boliviano, lo scenario è davvero completamente nuovo se perfino «Los Pumas», i giocatori della nazionale argentina di rugby, rivendicano il «Che» come loro eroe, lo venerano, e sono pronti oggi a dedicargli l’ eventuale vittoria nel torneo mondiale contro la Scozia. «Lui amava il rugby ed era uno dei nostri, andremo in semifinale anche per onorarne la memoria», ha detto senza scomporsi Agustin Pichot, il capitano della squadra. La sinistra radicale storce il naso perché il rugby qui è ancora uno sport da ricchi dilettanti che devono pagarsi le trasferte. Ma Pichot ha ragione. Quand’ erano ragazzi Alberto Granado, il famoso amico del primo viaggio lungo il continente, aveva soprannominato Guevara «Furibundo Serna», poi contratto in «Fuser», per la furia con la quale correva dietro alla palla ovale. E, insieme ai «Pumas», è tutto un paese che si riappropria del suo figliol prodigo. Spogliato delle armi oggi il Che è un eroe di tutti. Dei medici, degli asmatici, dei rugbisti, degli onesti, degli altruisti, dei coraggiosi. Mito di una religione laica che tutti possono abbracciare senza diventare «scorretti», egli è entrato dritto dritto nell’ esile Pantheon contemporaneo di questa sfortunata nazione accanto a Peron, ad Evita e, senza offesa, a quello che prima di lui era, secondo il giudizio comune, il più grande di tutti: Diego Armando Maradona. E’ sorprendente a Buenos Aires lo sforzo che i mass media stanno dedicando a celebrarne l’ anniversario. Programmi tv, interviste, supplementi speciali, copertine di tutti i newsmagazine. Di nuovo c’ è poco ma è un festival di ricordi al quale nessuno si sottrae. Da sinistra a destra. Il quotidiano Clarin ha inviato un giornalista sulle tracce di tutti i movimenti del piccolo esercito di Guevara nella selva boliviana, un altro a rileggere le pagine originali del famoso Diario conservato come «segreto di Stato» a La Paz, e un altro ancora a caccia dell’ assassino, il vecchio e malato sergente Teran. Gli altri pubblicano enormi poster, dissertano sulle donne che amò il Che, raccontano come fossero un giallo le ultime 48 ore della sua vita. Intervistano politici, artisti e perfino qualche modella. Così mentre alcune minoranze ne disputano l’ eredità (la sinistra riformista con la critica delle armi e quella radicale con un bel viaggio in pullman fino a Vallegrande in Bolivia, dove si assisterà persino ad una cerimonia religiosa per la sua resurrezione), il resto del paese riabbraccia il simbolo ormai purificato, il cavaliere della giustizia e dell’ uguaglianza. Giustizia e uguaglianza che sono ormai le inevitabili parole d’ ordine per chiunque voglia vincere le elezioni in questo sub-continente ma che nel caso dell’ Argentina hanno qualche nota in più. La riconquista della memoria dell’ uomo che i rangers boliviani arrestarono l’ 8 ottobre del 1967 con un uovo sodo nel sacco in spalla - l’ unico suo alimento per tutta la giornata - e uccisero la mattina del giorno dopo, ha un legame spontaneo con l’ onda neo nazionalista che ha attraversato l’ Argentina dopo la bancarotta di Stato del 2001. Un sentimento che mescola gli exploit sportivi (calcio, tennis, rugby) con il ciclo economico favorevole (qui si cresce al 9% annuo) e ha restituito agli argentini un’ identità nazionale di cui non devono vergognarsi. Squassati dal default finanziario d’ inizio secolo si riprendono anche Che Guevara perché è loro quest’ eroe globale, ormai gadget da T-shirt e tatuaggio da fondoschiena, ma conosciuto, amato e rispettato in tutto il pianeta. Dulcis in fundo a puntellare questa piccola rivoluzione è arrivata nelle librerie la testimonianza di Ciro Bustos, il compagno argentino di Ernesto Guevara che quarant’ anni fa venne ingiustamente accusato di averlo tradito. Bustos rivela che entrando in Bolivia il comandante Guevara pensava all’ Argentina. Che era l’ Argentina il paese che voleva incendiare col suo spirito rivoluzionario. La Bolivia era solo un pretesto, un luogo di confine. Bustos racconta che Guevara lo convocò nella selva affinché iniziasse ad organizzare «un foco», un avamposto, di guerriglia in Argentina. Cosa che lui non poté fare perché venne arrestato. L’ idea dell’ Argentina non era nuova. Guevara aveva già tentato di aprire un fronte armato nel suo paese anni prima quando era ancora ministro a Cuba. Inviò Ricardo Masetti, il giornalista fondatore dell’ agenzia Prensa Latina, a Salta nel nord del paese. Era, per le coltivazioni di canna da zucchero, la zona sociale e geopolitica più simile a Cuba. Ma Masetti vi scomparve insieme ad un piccolo gruppo di militanti. Furono i primi desaparecidos dell’ epoca, uccisi e mai ritrovati. ******** LA STAMPA 20/9/2007 Sezione: Imperia Pag. 74 OGGI OSPITE DEL CIRCOLO ARCI A CALATA CUNEO Rivive il mito di Che Guevara nei ricordi dell’amico Granado L’iniziativa si deve all’associazione amicizia Italia-Cuba IMPERIA «Una delle responsabilità che abbiamo noi che abbiamo conosciuto il Che e Fidel, è quella di far comprendere come siano uomini in carne e ossa e non miti... Troppo spesso amici in buona fede, e nemici per interesse, tendono a elevare la figura di Che Guevara oltre i limiti umani, tanto che non pare possibile seguirne l’esempio. Un episodio emblematico di quanto fosse un uomo normale: quando andai a trovare il Che a Cuba la prima volta, era presidente della Banca nazionale. Chiesi di annunciarmi e mi risposero che non poteva essere disturbato perchè stava studiando matematica finanziaria». E’ un brano di un’intervista fatta al professor Alberto Granado che appare sul sito «www.italia-cuba.it». Granado è stato amico di Che Guevara: è lui quello del resoconto del viaggio in America Latina intrapreso in sella a una motocicletta, in compagnia del futuro «Comandante». Chissà quante cose, quanti aneddoti, adesso che ha 85 anni, è in grado di raccontare su una figura storica tra le più amate da ogni generazione ma anche su Fidel Castro e sulla Cuba di ieri e di oggi. Ebbene, stasera è possibile incontrarlo a Imperia, dove è stato invitato da Edoardo Trucchi, presidente del circolo dell’Associazione Amicizia Italia-Cuba, e dall’Arci. L’appuntamento è alle 20,15 presso la sede Arci dell’Antica Compagnia portuale di Oneglia, nel quartiere di Calata Cuneo. Il programma prevede l’intervento iniziale del professor Granado che risponderà poi alle mille domande che gli riserverà l’uditorio. Gli 82 posti per la cena solidale che seguirà sono già tutti prenotati e ci sono altre sessanta persone in lista d’attesa. La serata si preannuncia stimolante. Alberto Granado Jimènez è uno scienziato argentino nato a Cordoba. Laureato in farmacologia e in scienze naturali, s’è dedicato, nei successivi 50 anni, alla ricerca scientifica e alla medicina. Cubano d’adozione, dal 1961 vive a Cuba, dove ha fondato la Scuola Medica di Santiago. Testimone diretto degli anni giovanili di Che Guevara, con il quale intraprese il celeberrimo viaggio alla scoperta dell’America latina, una sorta di grand tour che ha formato culturalmente e socialmente lui e Guevara. I suoi ricordi sono alla base del film di Walter Salles «I diari della motocicletta», e del documentario di Gianni Minà «In viaggio con Che Guevara». Nel 2005 è stata edita la sua autobiografia «Memorias de un gitano sedentario». In Italia è stata data alle stampe da Sperling Paperback con il titolo: «Un gitano sedentario. L’autobiografia del ragazzo che viaggiò in moto con Che Guevara e lo seguì nella Cuba della rivoluzione». *************** LA STAMPA 24/9/2007 Sezione: Esteri Pag. 13 Colloquio PABLO TRINCIA MIAMI Verso la fine dell’estate del 1967, un agente della Central Intelligence Agency con base a Miami convocò sedici dissidenti cubani per selezionare un volontario da mandare in missione segreta in Sud America. L’obiettivo dell’operazione era un pezzo grosso: Ernesto «Che» Guevara de la Serna, all’epoca il leader rivoluzionario più famoso al mondo, nascosto con i suoi guerriglieri nella boscaglia boliviana. Vi era arrivato dopo aver lasciato Cuba e al termine di un lungo viaggio in Africa, deciso a riportare il verbo della rivoluzione in America Latina. Gli americani avevano bisogno di qualcuno che aiutasse l’esercito boliviano nella caccia all’uomo. Al termine di ogni colloquio, ai candidati veniva posta una domanda chiave: «Se ti scegliessimo subito, quando saresti disposto a partire?». La maggior parte chiese qualche giorno di tempo. Poi toccò a un 26enne laureato in ingegneria: «Se mi lasciate tornare a casa, prendo le mie cose, saluto mia moglie, torno qui e andiamo. Se siamo di fretta datemi un telefono, così la avviso che devo partire. Se non c’è tempo nemmeno per questo, ecco il suo numero, chiamatela voi e inventatevi che sono dovuto andare via all’improvviso». Impressionato dalla risposta, l’agente della Cia trascrisse il nome del candidato: Felix Ismael Rodriguez. Benché giovane, il cubano aveva già un curriculum di azioni sotto copertura. Rodriguez aveva svolto attività di intelligence nell’operazione che doveva anticipare l’invasione americana della Baia dei Porci. L’invasione era sfumata due giorni prima di cominciare, lasciando decine di esuli cubani dissidenti - nel frattempo infiltrati a Cuba - nelle mani delle forze rivoluzionarie. Ma ora il giovane ingegnere aveva la possibilità di prendersi una rivincita: catturare l’uomo che - a fianco di Fidel - era diventato il simbolo della rivoluzione cubana e dare l’ordine di fucilarlo. Oggi nel suo ufficio di Little Havana, a Miami, quarant’anni dopo la morte del Che, Rodriguez racconta - snidando dettagli nascosti negli angoli più bui della sua memoria - la cronaca di una caccia all’uomo ormai storica. Quasi settantenne, appesantito dagli anni e da un lungo esilio lontano da Cuba, questo ex della Cia - o «guerriero dell’ombra», come l’hanno soprannominato - non lascia trapelare emozioni. La sua voce, cavernosa e atona, velata ancora da un forte accento ispanico, snocciola con freddezza gli aneddoti di una vita tra oscure missioni segrete in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. Rodriguez ha aiutato i governi di Venezuela, Bolivia, Perù ed El Salvador a combattere le guerriglie, volato più volte sopra la guerra del Vietnam e fatto da tramite per la vendita di armi ai Contras in Nicaragua. E’ amico personale di George Bush senior e di altri alti quadri di passati governi Usa. Oggi è presidente della Brigada 2506, che a Miami raccoglie i veterani della Baia dei Porci e altri esuli anti-Castro. Ma per la storia, rimarrà sempre «l’uomo che ha catturato Che Guevara». Una volta arrivato in Bolivia, Felix Rodriguez trovò un esercito cencioso e poco motivato, privo di equipaggiamenti. «Decisi di addestrarne un gruppo e di mandare in avanscoperta altri che parlavano le lingue locali». Intanto Guevara e i suoi avevano ottenuto l’ospitalità di un contadino, Honorato Rojas. Lo stesso Rojas li tradì, informando l’esercito. Ma a guidare Rodriguez alla cattura dei guerriglieri fu anche José Castillo Chavez, detto Paco. «Quando seppi della sua cattura chiesi ai boliviani di interrogarlo», ricorda Rodriguez. «Paco era gravemente ferito e temevo che l’avrebbero fucilato. Lo feci curare e lui contraccambiò con molte informazioni utili sul Che, con il quale era furioso. Gli era stato promesso che l’avrebbero mandato a Cuba e poi in Urss, ma non partì mai. Ci spiegò che il battaglione si muoveva con Guevara al centro e due reparti - uno avanzato e uno arretrato - a un chilometro di distanza. Così, quando furono catturati tre membri dell’avanguardia, capimmo che eravamo vicini». Eppure a dare la staffilata finale alla guerriglia fu un colpo di fortuna. Uno dei boliviani addestrati dalla Cia ottenne informazioni da un contadino, che aveva sentito voci non lontano da casa sua. Il 7 ottobre, la compagnia comandata da Gary Prado circondò l’area. «Era una domenica, mi trovavo nella zona di Valle Grande», ricorda Rodriguez. «Alle 10 di mattina arrivò il Maggiore Arnaldo Saucedo. ”Mi capitan! - mi disse - abbiamo informazioni dal campo: papa cansado!” (papà è stanco), un termine in codice per indicare che il leader della guerriglia era ferito e catturato. La mattina seguente arrivai a La Higuera a bordo di un elicottero». Nel villaggio, Rodriguez trovò quello che restava della guerriglia boliviana: un gruppo di uomini feriti e stremati. Guevara era da solo in una stanza, seduto sotto la finestra, le mani legate dietro alla schiena, una gamba insanguinata. «Era la peggiore guerriglia che abbia mai visto», commenta il guerriero dell’ombra. «In un anno non erano riusciti a reclutare un solo contadino boliviano. Oltretutto la radio del Che era rotta e non riusciva a comunicare con Cuba. Era solo, probabilmente anche a causa delle sue pessime relazioni con i sovietici. Quando entrai nella stanza lui capì. Mi guardò stizzito: ”A mi no se me interoga!”. Replicai che volevo solo parlare. Lo rispettavo, perché se si trovava lì - e non alla guida del governo cubano - significava che era fedele ai suoi ideali, per quanto li ritenessi sbagliati. Detti l’ordine di slegarlo. Parlammo del più e del meno, poi andai a copiare tutti i suoi documenti, che dovevo inviare negli Usa». Rodriguez ha sempre negato di aver voluto la morte di Guevara, sostenendo che in realtà gli americani lo preferissero vivo per interrogarlo. Ma mentre spulcia tra le carte e i diari del Che, il cubano riceve una chiamata. Una voce dall’altra parte del telefono ordina: «Capitano: 500-600». «Capii. 500 era il codice che indicava Che Guevara. 700 significava vivo. 600 morto. Passai l’ordine all’esercito, ma cercai di prendere tempo. Erano le 11 di mattina. Mi diedero tempo fino alle 2 del pomeriggio. Tornai da lui e scattammo la foto famosa che ci ritrae insieme. Nell’immagine lui appare imbronciato. Un attimo prima, però, rideva: gli avevo detto di guardare l’uccellino nell’obiettivo. Alle 12.30 la radio dette la notizia che Guevara era già morto. Tornai da lui. Gli dissi che avevo fatto del mio meglio, ma c’era un ordine dall’alto comando boliviano. Il Che diventò bianco come un pezzo di carta. Poi commentò che forse era meglio così». Guevara consegna a Rodriguez la sua pipa. L’uomo della Cia riesce anche a entrare in possesso del suo Rolex. Oggi li conserva in una cassaforte. Si abbracciano in segno di saluto. «Mi chiese di dire a sua moglie di risposarsi e di cercare di essere felice. Poi uscii. Ordinai ai soldati di sparare dal petto in giù, perché sembrasse morto in combattimento. Qualche minuto dopo, all’una e dieci, sentii il fragore degli spari». Rodriguez rimane freddo, impassibile.Rimorsi? «No. E nessuno su Che Guevara. Era un assassino a sangue freddo. Faceva fucilare la gente per i motivi più futili. Ne ho sentite, di storie su di lui». Perché è diventato un mito? « stata la propaganda castrista. Altrimenti Castro avrebbe dovuto ammettere di aver fallito con Che Guevara. Fu lo stesso Che ad ammetterlo, nella breve chiacchierata prima dell’esecuzione. Mi raccontò di come riuscì - lui, uno studente di medicina argentino - a diventare presidente della banca nazionale cubana. Un giorno, durante un comizio, Fidel aveva chiesto se tra i presenti ci fosse un vero economista. Il Che alzò la mano e venne nominato presidente. In realtà, nella confusione non aveva sentito bene. Pensava che Castro cercasse un vero comunista».