Note: [1] Corrado Giustiniani, Il Messaggero 5/10; [2] Roberto Petrini, la Repubblica 6/10; [3] Giorgio De Rienzo, Corriere della Sera 5/10; [4] Filippo Ceccarelli, la Repubblica 5/10; [5] Roberto Giovannini, La Stampa 5/10; [6] Maria Luisa Agnese, Corrie, 6 ottobre 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 8 OTTOBRE 2007
Negli anni 70 gli istituti di ricerca consideravano giovani gli individui fra i 15 e i 25 anni. Corrado Giustiniani: «Negli anni ”80 ci si è spostati di un quadriennio, fino a 29. Alla fine degli anni 90 ci si è dovuti spingere fino ai 34 anni. Viene tradizionalmente considerato adulto chi abbia superato queste cinque fasi: completamento degli studi, conquista di un lavoro continuativo, abbandono della casa dei genitori, matrimonio, maternità o paternità. Ora, secondo i dati dell’Istituto milanese Iard, nel 2004 soltanto il 22 per cento dei giovani italiani di età compresa fra i 30 e i 34 anni aveva completato il percorso». [1]
Considerando il solo parametro dell’uscita dalla casa dei genitori, il confronto con i paesi della vecchia Europa a 15 è mortificante. Giustiniani: «L’European Foundation for the Improvement of Living ha fatto dei conti rispetto alla fascia d’età fra i 18 e i 34 anni. In Svezia, appena il 10 per cento di quei giovani vive ancora in famiglia, il 15 per cento nel Regno Unito, poco meno del 20 in Germania, il 25 in Francia. In Italia, invece, ancora il 60 per cento dei ”ragazzi” fino a 34 anni vive ancora con i genitori». [1]
«Mandiamo i bamboccioni fuori casa!» ha detto giovedì in Parlamento Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia che intendeva così promuovere una misura della Finanziaria che prevede sconti Irpef di 1.000 euro per gli under 30 che vadano ad abitare in affitto (a condizione che abbiano un reddito sotto i 15.500 euro annui). Fabio Mussi, ministro dell’Università: «Ha usato una terminologia icastica e popolaresca per rappresentare un problema vero». [2]
In senso proprio la parola bamboccio significa bambino grassottello e un po’ imbranato, in senso figurato addirittura fantoccio. Giorgio De Rienzo: «Nella forma accrescitiva le cose si mettono ancor peggio: vanno a individuare una persona sciocca o credulona oppure chi non ha intenzione di fare niente. Neppure l’etimologia viene in soccorso: segnala l’antico bambo (bambino) o il francese bamboche, che sta per marionetta». [3] Filippo Ceccarelli: «Compare nella indimenticabile Città vecchia di De Andrè, a proposito di un vecchio professore alla ricerca di piacere: ”Diecimila lire/ per sentirti dire/ micio bello/ e bamboccione”. Ma anche al cinema lo si è sentito di recente, in Harry Potter e il calice di fuoco, sia pure a mo’ di scioglilingua: ”Bande di balbettanti bamboccioni babbuini”». [4]
Il ”bamboccismo economico” ha quattro caratteristiche. L’economista Renato Brunetta (Forza Italia): «Scarsa mobilità territoriale, sociale e professionale; scarsa propensione al rischio; scarsa dinamicità dell’offerta e della domanda di lavoro; minore efficienza del sistema produttivo». L’economista Giacomo Vaciago: «All’estero i giovani escono da casa a 18 anni per andare all’Università; in Italia, dove ogni paesello o quasi ha un Ateneo che certamente non è Oxford, ”si è raggiunti” dall’Università». [5]
Il termine scelto dal ministro ha suscitato risentite lamentele. Maria Luisa Agnese: «Ma, pur nella sua sinteticità, rende bene l’idea di questa generazione vissuta nella bambagia un po’ per naturale vocazione personale (e a chi non piacerebbe continuare a vivere a casa, trovare tutto stirato e pronto, avere una cameretta tutta per sé e all’occorrenza per la fidanzata, l’auto alla porta, e tutto pagato o quasi: anche a noi!), ma un po’ anche per naturale vocazione italiana. Sì, perché il nostro è il Paese dell’adolescenza ad honorem, dove restare giovani e pretendere di godersela rappresenta un fatto naturale, facilitato dalla nostra storia, dalla nostra psicologia, dal nostro habitat» (Maria Luisa Agnese). [6] Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, padre di otto figli in età da bamboccione: «Qui non si tratta di una generazione, qui sono tutti gli italiani, il ”corpaccione” degli italiani ad essere bamboccioni. Tardo adolescenziali, pronti tutti - dai politici, ai giudici, ai comici - ad esibirsi sulla piazza, a fare a spintoni per andare in tivù, ad emozionarsi e arrovellarsi come eterni sedicenni». [7]
Nella indifferenziata generalità l’odierna classe politica si prenota e si merita senz’altro un rango di eccellenza bamboccionesca che, a memoria di giornalista, non ha eguali nella storia repubblicana. Ceccarelli: «Deputati che sfilano in passerella o si spogliano con aria ammiccante; ministri che festeggiano la loro visibilità facendosi tirare torte in faccia; capi partito che si mascherano, fanno i galletti, compongono canzonette oppure si addormentano sul più bello - e i cortigiani assicurano che è un trucco. Personaggi delle istituzioni vanitosissimi che non mancano un Cafonal di Dagospia o costretti a mostrare patacche di umido sotto i quadri. Chi racconta gli spinelli (’ma solo un tiro”) e chi i filmini porno, chi vola a tutti i costi al Gran Premio e chi si vanta di essere un campione a subbuteo». [4]
Il curriculum personale del ministro non lascia dubbi circa il suo impegno a favore dei ”bamboccioni”. L’economista Tito Boeri, autore con Vincenzo Galasso del libro Contro i giovani - Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, in uscita da Mondadori: «Ma è stato il governo capace di convertire questa maggior consapevolezza in azioni concrete? Perché il forte extragettito non è stato destinato alla riduzione del debito pubblico, che grava sulle spalle delle giovani generazioni (80.000 euro per ogni italiano con meno di trent’anni)? Perché per ogni euro destinato ai giovani oggi se ne spendono 3 e mezzo per chi ha più di sessantacinque anni e perché la Finanziaria 2008 ha ridotto le spese per i giovani mentre ha aumentato ancora di più la già altissima quota di spesa pubblica destinata alle pensioni?». [8] Vaciago: «Basti pensare che l’età media in cui si riceve l’eredità è di 64 anni. Una società costruita per servire i vecchi». [5]
Dagli anni ”90 per i giovani le difficoltà economiche sono decisamente aumentate. L’economista Alessandro Rosina: «Intanto, l’accesso all’occupazione è divenuto molto più arduo: tra i 20-25 anni, solo poco più del 40% ha un impiego, contro il 60% medio in Europa». Roberto Giovannini: «E una volta trovato un lavoro, ci si accorge che si guadagna poco: secondo i dati del Panel Europeo delle Famiglie (Echp), il reddito medio dei giovani italiani occupato nella fascia 25-30 anni è quasi la metà rispetto ai coetanei inglesi». [5] De Rita: «Oggi si resta a casa perché quello è l’unico modo di mantenere il ritmo dei consumi raggiunto dai genitori senza avere un reddito che ti permetta di farlo». [7] Un’Ilaria V. intervistata dalla Stampa: «Conosco giovani che preferiscono buttare i soldi in serate, cellulari, vestiti, cene, bevute, giovani che preferiscono rimanere nel limbo dell’eterna adolescenza. Sono una categoria coltivata dai pubblicitari, il principale business sono i bamboccioni». [9]
Secondo una ricerca Istat, il 16% di chi sta in casa lo fa perché non trova un lavoro stabile, il 24,1 perché non può permettersi di pagare mutui o affitti. [5] Lo scrittore Aldo Nove (40 anni): «L’affitto di un appartamento trent’anni fa costava un quarto dello stipendio di un operaio. Oggi costa più dello stipendio di un giovane precario. C’è altro da dire?». [10] Francesco Caruso, deputato di Rifondazione comunista (33 anni): «Non bastano gli aiuti per gli affitti, ma ci vuole il reddito sociale garantito». [11] Camillo Padoa Schioppa, 37 anni, figlio del ministro, ricercatore alla Harvard Medical School: «Guardi che ci sono più ”bamboccioni” tra i figli di papà che tra chi ha una situazione economica meno avvantaggiata. Non è un fatto di background socioeconomico». [12]
La concorrenza è durissima, essere dei bamboccioni può non essere male. Mario Acquaviva, «director» di una banca svizzera con sede a Londra: «Guadagnare di meno e avere più tempo per sè può essere un’alternativa. Non c’è solo la competizione». [13] Falvio Insinna, attore e conduttore tv, 42 anni: «Potevo andare a vivere da solo da mo’. Non è mai successo perché sto bene con i miei genitori e perché le mie ribellioni sono state di segno diverso: non ho voluto fare l’università, ho voluto fare l’attore ma non mi sono mai sentito giudicato in casa. Non ho trovato la donna giusta, oppure non ero giusto io. E poi non ho trovato la casa dei miei sogni e non ne prendo una a caso tanto per fare un piacere a Padoa-Schioppa». [14]
Si è bamboccioni per sentimento, per esempio, o per necessità di autoingannarsi. Jacopo Iacoboni: «’Ho 33 anni, guadagno 2 mila euro al mese e vivo con mammà”. Che ignavia, direte. ”Le do 300 euro al mese, e le ho prestato 80 mila euro perché acquisisse in modo completo una proprietà di famiglia, che altrimenti si sarebbe preso mio padre, con la seconda moglie rumena e ora una russa. Alla prima aveva comprato una villa, alla seconda paga gli alimenti”. Gli olandesi se ne vanno fuori casa, sì, ma non si immolano così per la mamma. Volevate la famiglia, no?». [9]
Va cambiato il quadro di riferimento. De Rita: «La madre sessantenne che parla del figlio precario vive quella condizione come un fallimento, suo e del figlio. Ma per il trentenne non è detto che debba essere così. cambiato tutto, e se i giovani hanno saputo inventare un modo nuovo di vivere, un modo moderno, diverso da quello dei loro genitori, noi non possiamo chiudere gli occhi, limitarci a valutarli negativamente e accusarli di essere bamboccioni. un termine che non ha senso, è arcaico». [7] Padoa Schioppa: «Negli anni Sessanta del secolo scorso il lavoro si trovava, mentre oggi è molto più difficile. Quindi i trentenni di oggi si trovano in una difficoltà di cui non hanno colpa loro. Hanno subito il debito pubblico e la globalizzazione. Ma vorrei che questi ragazzi capissero che soltanto una loro reazione ed una maggiore consapevolezza dei problemi possono rompere il guscio in cui sono imprigionati. Solo loro possono fare in modo di non essere più percepiti, per quanto ingiustamente, come inesorabilmente legati alla famiglia dei genitori». [15]