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 2007  ottobre 06 Sabato calendario

Il male del calcio italiano? L’80 per cento dei club recita da sparring partner ormai chiaro che a livello di club il calcio italiano ha problemi importanti

Il male del calcio italiano? L’80 per cento dei club recita da sparring partner ormai chiaro che a livello di club il calcio italiano ha problemi importanti. Se ne parla da qualche anno, poi le vittorie del Milan allontanano per fortuna il problema. una buona abitudine che non tiene conto di un fattore base: non sono le due-tre grandi squadre italiane a rappresentare il valore medio del nostro calcio. Quelle rappresentano se stesse, hanno storie e risorse eccezionali che niente hanno da spartire con la normalità di tutte le altre. Sono le squadre di seconda fascia, quelle molto più normali, a dare indicazioni normali. Bene. Da quando la Coppa Uefa è diventata quella foresta amazzonica di squadre e destini a cui partecipano quasi cento società, da quando cioè il confronto è condannato a essere vasto e reale, l’Italia non ha più vinto una sola edizione. L’ultimo fu il Parma del ’99, squadra ancora di Tanzi, un altro calcio, un’altra epoca. Stavolta il fenomeno è stato anche più brutale. Già tre squadre battute in Champions (Inter-Milan-Roma), tutte in trasferta come si addice agli imperfetti costituzionali, più una quarta, la Lazio, che con la sua imbattibilità non riuscirebbe comunque a passare il turno. Tre sconfitte, tre vittorie, due pareggi, significa perfetta metà classifica europea, non pane per i nostri denti vanesi. Va decisamente peggio in Coppa Uefa ed è questo il vero metro che ci condanna. Al confronto con le medio piccole d’Europa (danesi, cechi, svizzeri) ben il 75 per cento delle nostre rappresentanti è saltato. Da anni va regolarmente ogni volta peggio. Perché? Le risposte sono essenzialmente due, una di passaggio, l’altra di fondo. La prima è che la fine del blocco sovietico ha creato un capitalismo del calcio nella grande area orientale dove prima c’era solo intervento statale. Le varie Spartak, Lokomotiv, Dinamo non sono più dopolavori di ferrovieri o poliziotti, ma privatissime società di nuovi ricchi in cerca di notorietà. I diritti televisivi, poi, divisi quasi dovunque in parti uguali, hanno creato in tutta Europa un piccolo benessere generalizzato che ha permesso arricchimento tecnico. Negli ultimi anni sono arrivati nel calcio europeo circa cinquemila giocatori africani e sudamericani, quasi sempre brasiliani e argentini, che hanno mescolato e a volte ribaltato i valori storici consolidati. Questo porta alla considerazione di fondo. Avendo in Italia i diritti tv costruito una nuova, profonda disparità, si è ottenuto di rafforzare pochi e far perdere competitività a tutti gli altri. Fra l’ottava del campionato inglese-spagnolo e l’ottava italiana, ci sono quindici-venti milioni a favore degli altri. Questo fa la differenza tecnica che stiamo vedendo. In sostanza, mentre in Europa si continua a giocare un calcio squilibrato ma umano, in Italia l’ottanta per cento delle società ha in campionato soltanto il ruolo di sparring partner. Servono per far giocare le grandi squadre, per mandarle in tv. Non hanno nessuna identità personale vera. Sono solo avversari di qualcuno molto più potente di loro. Guardiamoci bene intorno e capiremo che è così. Forse è l’andamento giusto, ma non meravigliamoci se poi finiamo fuori mercato.