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 2007  ottobre 06 Sabato calendario

Le scrivo per sapere qualcosa di più su Pierre Laval, primo ministro francese nei turbolenti anni Trenta

Le scrivo per sapere qualcosa di più su Pierre Laval, primo ministro francese nei turbolenti anni Trenta. Le cronache storiche di impostazione generale ne danno notizia soltanto in due occasioni nel 1935: prima come firmatario di un accordo con Mussolini al tempo impegnato a preparare la guerra in Etiopia; poco dopo come promotore di un patto segreto col segretario del Foreign Office, Samuel Hoare, sempre in riferimento alla querelle italo-etiopica. Costretto a dimettersi per la denuncia pubblica di tale patto, riaffiora poi nei libri di storia solo nel 1942, nella veste di primo ministro del gabinetto collaborazionista di Vichy. Dopodiché, con una rigorosa e zelante applicazione delle leggi antisemite nella Francia occupata, viene definitivamente relegato nella parte del cattivo. Ma fu solo questo? Giulio Prosperi giulio.prosperi@email.it Caro Prosperi, dopo un colloquio con Laval nell’ottobre del 1940, Hitler vide Mussolini a Firenze e gli descrisse l’uomo politico francese con queste parole: «un politicante democratico sporco, un uomo che non crede a ciò che dice e che si orienta verso di noi soltanto per salvarsi». E’ probabile che «sporco», nella descrizione del Führer, non avesse una connotazione esclusivamente morale. Piccolo, tozzo, occhi scuri, capelli e baffi corvini, una redingote nera e quasi sempre una vistosa, pacchiana cravatta bianca, Laval dava effettivamente l’impressione di non essere particolarmente pulito. Era nato in provincia nella famiglia di un piccolo albergatore, era «salito» a Parigi come un personaggio di Balzac, si era pagato gli studi facendo il prefetto in un collegio francese, era diventato avvocato e si era iscritto al partito socialista. Ambizioso, abile, intelligente, si fece strada rapidamente nel mondo della politica parigina, ma non riuscì mai a scrollarsi di dosso l’aria di arrivismo provinciale che traspariva dal suo stile e dalla sua persona. Hitler, apparentemente, non aveva torto. Tra la fine della Grande Guerra e lo scoppio del secondo conflitto mondiale Laval fu sovente presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ma si dimostrò più manovriero che stratega. Dopo la fase socialista e pacifista, si spostò a destra e fece, dopo la grande crisi finanziaria del 1929, una politica deflazionista che salvò il bilancio dello Stato a spese dei salari della classe operaia. Quando Hitler conquistò il potere, Laval non esitò a stringere intese con i Paesi che erano allora maggiormente preoccupati dalla prospettiva di una Germania riarmata, aggressiva e revanscista. Incontrò Mussolini a Roma in gennaio, partecipò in aprile alla conferenza di Stresa con cui il capo del governo fascista cercò di creare un fronte anti-tedesco, e firmò un comunicato congiunto con Stalin a Mosca in maggio. Ma nell’estate del 1940 divenne il più filotedesco fra i membri del governo che il maresciallo Pétain aveva costituito dopo la disfatta francese. Anzi, fu così palesemente favorevole alla collaborazione con la Germania che il maresciallo, nel dicembre del 1940, decise di sostituirlo al ministero degli Esteri con una personalità più indipendente. Quando tornò al potere nell’aprile del 1942, Laval fu quindi l’esponente del collaborazionismo più esplicito ed entusiasta. «Per costruire l’Europa», dichiarò il 22 aprile, «la Germania è impegnata in combattimenti giganteschi (...). Auspico la sua vittoria perché senza di lei il bolscevismo, domani, s’installerebbe ovunque». Costituì la Milice Française, consegnò gli ebrei alle autorità tedesche, offrì all’industria del Reich la collaborazione degli operai francesi e si ritirò con i tedeschi a Siegmaringen dopo lo sbarco in Normandia e la liberazione di Parigi. Riuscì a fuggire e a riparare in Spagna nel maggio del 1945, ma fu arrestato a Barcellona e consegnato alle autorità francesi in luglio. Il suo processo fu una tragica farsa e la sua esecuzione in ottobre sembra uscire dal copione di uno di quei drammi truculenti che andavano in scena al teatro del Grand Guignol sulla collina di Montmartre. Il suo ingresso in tribunale fu accolto da fischi e insulti che resero il dibattimento caotico. Dopo la condanna a morte, cercò di suicidarsi, come Göring, ma venne «salvato » con una serie di lavande gastriche e trascinato in stato confusionale di fronte al plotone di esecuzione: un episodio che ricorda l’esecuzione a Milano, qualche mese prima, di Guido Buffarini Guidi, ministro degli Interni della Repubblica Sociale. Questa fu per grandi linee, caro Prosperi, la vita di Pierre Laval. Fu certamente cinico, opportunista e spregiudicatamente ambizioso. Eppure fu anche, a modo suo, un patriota, convinto che la salvezza della Francia passasse attraverso la collaborazione con la Germania. «Si rende conto», gli disse un giorno il generale Weygand, «che il 95% dei francesi è contro di lei?». Laval rispose: «Dica pure 98%. Ma li renderò felici anche contro la loro volontà ».