Oliver Burkeman, Corriere della Sera 6/10/2007 (copyright The Guardian), 6 ottobre 2007
Bill Clinton non ha mai accettato di buon grado il ritiro dalla scena pubblica. L’estate scorsa, in una serata afosa, è salito sul palco di una discoteca a Manhattan, dove diverse migliaia di giovani – sicuri di essere i «filantropi del futuro» – si erano radunati per sostenere le iniziative di beneficenza dell’ex presidente
Bill Clinton non ha mai accettato di buon grado il ritiro dalla scena pubblica. L’estate scorsa, in una serata afosa, è salito sul palco di una discoteca a Manhattan, dove diverse migliaia di giovani – sicuri di essere i «filantropi del futuro» – si erano radunati per sostenere le iniziative di beneficenza dell’ex presidente. Naturalmente, Clinton è stato subissato di applausi. Ma quando ha ceduto il posto a John Legend, il pianista di R&B, la folla ha cominciato a disperdersi. Clinton, così pensavano tutti, si era infilato in un’uscita secondaria per salire nella vettura che l’aspettava, per recarsi al successivo appuntamento. Solo parecchio tempo dopo, quando la lunga esibizione di Legend è finita, l’ex presidente è riemerso sotto la luce dei riflettori, le guance rosate, la cravatta rosa, quasi un nonno affettuoso, per augurare ai restanti spettatori di guidare con prudenza nel far ritorno a casa. Era rimasto nel locale per tutto il tempo, e ci sarebbe rimasto, si è capito subito, fino ad aver stretto l’ultima mano protesa verso di lui. (…) La grande ironia della popolarità internazionale di Bill Clinton e di quella nazionale di Hillary Clinton è che sono entrambe dovute, e non in piccola parte, alla quasi universale impopolarità di George Bush. E non occorre fare troppe congetture per capire che Bush si trova alla Casa Bianca in primo luogo per i fallimenti e le delusioni della presidenza di Clinton, segnata dagli insuccessi in Medio Oriente come altrove e anche, certo, dal Monicagate. (Su quest’ultimo punto, l’ex capo di gabinetto della Casa Bianca, Leon Panetta, ha riferito al New Yorker l’anno scorso: «Il metodo che Clinton usa per vivere in pace con la sua coscienza è di autoconvincersi che si è trattato di un tiro mancino di cui è stato vittima, non di qualcosa di cui egli stesso è responsabile. Grazie alla sua grande intelligenza, è capace di dare una logica a qualunque evento».) Clinton si rifiuta di criticare Bush a livello personale e ci tiene a ribadire spesso che prova simpatia per suo padre, assieme al quale ha raccolto fondi per le vittime dell’uragano Katrina, ma i suoi giudizi, tuttavia, restano taglienti. «Esiste un collegamento, a mio avviso, tra il gradimento che Hillary riscuote in questo momento e le preoccupazioni che gli americani nutrono per la posizione di prestigio che il nostro Paese ha perso a livello mondiale, per colpa del nostro eccessivo unilateralismo» – sul-l’Iraq, sui cambiamenti climatici, sulla non proliferazione nucleare e sul Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità. «Il risultato generale di tutto questo è stato di scatenare sdegno e rabbia nel mondo intero, nel momento stesso in cui gli Stati Uniti godevano del maggior sostegno globale mai ricevuto nella storia recente, a causa dell’11 settembre. stato un dietrofront incredibile da parte dell’opinione pubblica». Per la prima volta nella sua esperienza politica, afferma Clinton, «l’elettore americano comune» si preoccupa per la reputazione degli Stati Uniti nel mondo. «L’americano medio sa istintivamente che non esistono problemi internazionali che noi possiamo risolvere esclusivamente da soli». Non è una coincidenza, ribadisce Clinton, che gli unici Paesi dove la percezione degli Usa è migliorata negli ultimi anni siano quelli africani, dove il programma di aiuti per combattere l’Aids, sostenuto da Bush, e il lavoro svolto da Clinton, Bill Gates e altri ancora, hanno generato «una percezione dell’America che non si basa esclusivamente sull’Iraq, Kyoto e l’unilateralismo». Clinton dice che Hillary gli ha chiesto, se sarà eletta, di mettersi alla testa di una campagna per rimediare ai danni subiti dagli Usa sul piano internazionale. «Hillary ha detto che, nel caso di vittoria elettorale, chiederà a me e ad altri – compresi gli ex presidenti repubblicani – di andare all’estero e di fare in modo di ristabilire la buona reputazione dell’America, per diffondere il messaggio che l’America è di nuovo aperta sia al commercio che alla cooperazione ». Dall’altro lato del tavolo, un vecchio collaboratore di Clinton, che da un pezzo traffica con il suo BlackBerry, comincia a innervosirsi. Le interviste con Clinton seguono sempre questa falsariga: il giornalista vorrebbe un po’ più di tempo di quanto non gli sia stato concesso, e l’ex presidente adora dilungarsi in conversazione; sono solo i suoi assistenti a preoccuparsi di rispettare l’agenda degli impegni. E loro sarebbero pronti a buttar fuori il giornalista in un batter d’occhio, ovviamente. Ma non riescono a prevalere sul loro capo. Forse il nervosismo del collaboratore ha cominciato ad affiorare quando la conversazione si è rivolta alla strana ostilità personale che ancora affligge i Clinton nei media americani. L’ultima accusa è che la risata «gracchiante» di Hillary Clinton potrebbe ssere la sua rovina. (Rush Limbaugh ha mandato in onda la risata nel suo programma alla radio, ripetendola all’infinito). «Beh, certo, tutti sanno che sin dal 1980 il partito repubblicano è dominato, a livello nazionale, dalla sua ala più ideologica ed estrema, e che i repubblicani hanno vinto più elezioni di quante ne abbiano perse semplicemente trovando il modo di dividere i democratici. Senza contare che da sempre hanno molti amici nel mondo dell’informazione », spiega Clinton. Una realtà tridimensionale viene stravolta e trasformata in «caricature bidimensionali, e poi i media repubblicani dividono il pubblico tra quelli che apprezzano la caricatura e quelli che la respingono». Ma la situazione sta già cambiando, Clinton ne è convinto. «Il popolo americano ha capito di essere vulnerabile davanti a questo genere di politica ed è pronto a sconfessarla», afferma Clinton. «Tuttavia, non lo sapremo con certezza fino alla prossima vittoria elettorale. Io ho vinto due volte, ma devo ammettere di avere la pelle molto dura». Due mandati, ovviamente, perché questo è il limite imposto dalla Costituzione. Ma non gli piacerebbe, nemmeno un pochino, di poter correre nuovamente nella corsa presidenziale? Oppure svolgere un incarico politico post pensionamento, come fa oggi Tony Blair? «Gli ho consigliato di prendersi una pausa, per riflettere su quello che voleva fare», dice Clinton a proposito di Blair. Ma «non credo che potesse rifiutarsi di lavorare in Medio Oriente. troppo importante per il mondo intero, e troppo importante per lui personalmente. So bene quello che prova». Clinton tace. «Ma, a dire il vero, sto facendo esattamente quello che volevo fare. Ho sempre pensato che fosse uno spreco di tempo e di energia passare un’ora o un giorno della propria vita – che già è corta abbastanza – a rimpiangere di non poter più fare quello che si voleva. Voglio che Hillary vinca le elezioni perché la amo e perché so che farebbe un lavoro splendido. Ma per quanto mi riguarda, quell’incarico non mi manca poi tanto. Mi manca solo quando si presenta una grande opportunità, o qualche grosso problema, e io mi dico, "Dovremmo agire in questo modo". Ecco, questo mi manca talvolta. Ho svolto il mio incarico di presidente con grande passione, ma quando è finito, è finito. E la vita è troppo breve per angustiarsi per queste cose». Pochi minuti più tardi, davanti all’uscita secondaria della libreria Waterstone’s su Jermyn Street, si è raccolta una piccola folla (l’ingresso per acquistare l’ultimo libro autografato da Clinton – intitolato Giving, Dare’ è controllato tramite bracciali di plastica; questa invece è solo una folla di curiosi). Clinton si incammina verso di loro, salutando i pedoni che incrocia. «Ciao, Bill!» è tutto quello che le persone sanno dire quando si trovano faccia a faccia con Clinton. Non sembrano capaci di articolare altre parole, forse per il livello stratosferico della sua fama, oppure per il fatto che qualsiasi battuta sembrerebbe vecchia di almeno dieci anni. Oppure, come Clinton, anche loro amano il semplice contatto. «Ciao, Bill!». Qualcuno porge a Clinton un casco da operaio edile, e lui ci fa sopra l’autografo. «Salve!» dice lui, felice dell’attenzione. «Salve! Grazie, grazie!», si ferma per qualche secondo, godendosi il calore della folla, ma i nove uomini in completo nero che lo circondano sono nervosi e vorrebbero che si avviasse verso la libreria. Cominciano ad agitarsi. Clinton li ignora finché può. «Devo andare a firmare i libri», dice rivolto agli astanti, scuotendo il capo in segno di rammarico. E poi, con riluttanza, salutando ancora con la mano, si volta e sparisce all’interno dell’edificio.