Vari 5/10/2007, 5 ottobre 2007
Da: ”Il Sole-24 Ore” di Mercoledì 7 Febbraio 2006, pag.10 Quei figli che non crescono... addormentati nelle università «I figli non vanno mantenuti più dai genitori se sono in ritardo con gli studi»
Da: ”Il Sole-24 Ore” di Mercoledì 7 Febbraio 2006, pag.10 Quei figli che non crescono... addormentati nelle università «I figli non vanno mantenuti più dai genitori se sono in ritardo con gli studi». Que¬sta sentenza della Cassazio¬ne (si veda «Il Sole-24 Ore di domenica) sembra a pri¬ma vista dimostrare come l’applicazione della legge riesca talvolta a muoversi nella direzione del buon senso: potrebbe stupire in¬fatti che si sia dovuti ricor¬rere all’Alta Corte per stabi¬lire un principio che do¬vrebbe essere nella natura delle cose. Ma se si riflette sui cam¬biamenti di fondo della so¬cietà italiana, magari può an¬che venire a galla che il "co¬mune sentire" sui valori e le responsabilità della famiglia stia progressivamente cam¬biando. E che, per esempio, i figli mantenuti agli studi anche ben oltre i tempi dei regolari programmi scolasti¬ci non sono più un’eccezio¬ne, ma (quasi) una regola. Su questo fronte, infatti, l’Italia può vantare tutta una serie di record che giu¬dicare positivi è certamente temerario. In Europa l’età media di "uscita" dalla fami¬glia è attorno ai 25 anni, in Italia si arriva ai 30 anni (e tra i 30 e i 34 anni il 40% degli uomini e il 20% delle donne vive ancora con i ge¬nitori). E in Italia ci si sposa più tardi e, di solito, ancora più tardi si ha il primo figlio (che sempre più spesso re¬sta l’unico). Gli italiani di¬ventano padri infatti dopo aver superato i 33 anni, due anni in più di francesi e spa¬gnoli e tre anni e mezzo in più della generazione nata negli anni 50. Non può stupire a questo punto che l’Italia abbia an¬che il più basso indice di fecondità, che può essere collegato anche alla progres¬siva diminuzione, anche qui più forte che in altri Paesi europei, del numero di matri¬moni. La sempre più lenta transizione dallo stato giova¬nile a quello adulto ha quin¬di molte conseguenze socia¬li. Il trend non è solo italia¬no, ma il fatto che in Italia sia più accentuato che nel resto d’Europa dimostra co¬me la politica per famiglia possa almeno chiedere un posto di rilievo nei program¬mi elettorali. Completare con la lau¬rea un corso di studi quadriennale a 28 anni era considerato indice di qual¬che eccesso, fosse di lentezza o di goliardia. Ma i dati rac¬colti dalla bolognese Alma Laurea per il 2003, ultimo an¬no dei laureati quadriennali (in corso) prima del tre più due, indica che l’età media è stata per giurisprudenza di 28 anni tondi tondi. Andava me¬glio nonostante un anno di corso in più a ingegneria, quando mediamente il capito¬lo universitario di base è stato chiuso nel 2003 a 27,5 anni. Per l’insieme delle facoltà l’età media della laurea era 27,8 anni. Il fenomeno dei troppi an¬ni passati a preparare esami è vecchio quanto l’Europa, con Elinardo abate cistercense di Froidmont che attomo al 1200 sanzionava quegli eterni vagabondi che «percorrono il mondo intero e studiano le arti liberali a Parigi, gli autori classici a Orléans, la giuri¬sprudenza a Bologna, la medi¬cina a Salerno, la magia a Toledo, e non imparano i buo¬ni costumi in nessun luogo». Famosi, quasi quattro secoli dopo, gli «estudiantones» di Cervantes che a Madrid o Sa¬lamanca si preparavano eter¬namente a una vita adulta di continuo rinviata. Il problema si è presentato, più ancora che in Italia, in Germania, dove in molte fa¬coltà lo studente trentenne è diventato parte integrante dell’arredamento. Gli studen¬ti tedeschi impiegano in me¬dia sei anni per completare un corso triennale e sono stati¬sticamente i più lenti d’Euro¬pa. Le prime tasse scolastiche introdotte in vari Laender tede¬schi da molti anni hanno pro¬prio l’obiettivo di scoraggiare gli «estudiantones». Nel cor¬so degli ultimi anni dodici Laender su sedici hanno intro¬dotto tasse per chi va troppo lentamente, varianti fra i 300 e i 900 euro, in un sistema ancora - e per poco, in alme¬no nove Laender - gratuito per chi è in regola con gli studi. grossomodo, con la seconda cifra, quanto si paga in Italia per molti corsi non tecnici, mentre questi ultimi sono più cari. In Italia spesso la spesa aumenta con il terzo anno fuori corso. Ma non è stato un gran deterrente. 7 febbraio 2006 Figli mantenuti anche se lavorano Cassazione, se stipendio è basso I genitori devono mantenere i figli che lavorano ma guadagnano poco. Questo quanto stabilito dalla Cassazione (sentenza 407) che ha ordinato il ripristino del mantenimento negato al figlio maggiorenne di una coppia separata della Romagna. Il giovane, infatti, da nove mesi aveva un contratto da apprendista presso un albergo che non gli consentiva comunque di essere "autosufficiente". Tanto è bastato a convincere la Cassazione. Il ragazzo, peraltro, continuava a studiare presso un istituto alberghiero per ottenere un ulteriore diploma. Per la Corte d’appello di Bologna, il ragazzo non doveva essere più mantenuto dal padre in quanto il lavoro da apprendista era fonte di reddito. la Cassazione ha invece accolto il ricorso della madre del ragazzo poiché "la mera prestazione di lavoro da parte del figlio occupato come apprendista non è di per sè tale da dimostrare la totale autosufficienza economica". Infatti, non è "sufficente il mero godimento di un reddito" per fare cessare i doveri dei genitori verso figli, occorre che ciò che guadagnano li renda "autosufficienti". 11/1/2007 Una sentenza della suprema corte riconosce il mantenimento a un trentenne che non trovava un impiego alla sua altezza Cassazione: "Vanno mantenuti i figli che non trovano il lavoro ideale" Arriva un alibi in più per i figli trentenni che non hanno nessuna intenzione di sloggiare dalla casa paterna. A fornirlo è la sentenza 4765 della Cassazione che ha stabilito che i figli maggiorenni devono essere mantenuti dai genitori anche se rifiutano di lavorare sulla base del fatto che la sistemazione lavorativa non li fa sentire realizzati, in quanto "inadeguata alla loro preparazione e alle attitudini". La suprema corte, al proposito, dice chiaramente che non c’è "colpa nella condotta di un figlio maggiorenne che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini e i suoi effettivi interessi siano rivolti". Ovviamente - precisano i giudici di piazza Cavour - il rifiuto del figlio deve essere compatibile "con le condizioni economiche della famiglia". L’occasione che ha portato la prima sezione civile ad ampliare il mantenimento ai figli riguarda il caso di due professionisti napoletani Marco, un ragazzo maggiorenne laureato in giurisprudenza che non aveva ancora cominciato a lavorare, ma continuava a completare la sua formazione, in attesa di un "inserimento professionale adeguato alle sue aspirazioni e alle sue potenzialità"’. Dopo la separazione dei genitori, si era aperto il problema del mantenimento di Marco, che viveva con la madre, per il quale il tribunale, prima, e la corte d’appello di Napoli, dopo, avevano stabilito un assegno mensile di mantenimento di 1 milione e 500 mila lire (circa 750 euro) a carico del padre. Una somma ritenuta equa dai giudici sulla base del fatto che marco "non aveva ancora raggiunto senza colpa l’indipendenza economica". La locandina del film "Tanguy", la storia di un trentenne per niente intenzionato a lasciare la casa paterna Trama: A 28 anni Tanguy è un ragazzo brillante, bello e affascinante, ha tutto quello che si può desiderare, non vuole però lasciare la casa dei genitori nella quale si trova bene, nonostante essi facciano di tutto per "cacciarlo"...(film francese del 2001) (Pubblicato il 04 aprile 2002) Figli disoccupati per scelta: devono essere mantenuti La Cassazione ha stabilito che i figli laureati e di belle speranze che rifiutino un lavoro non adeguato alle loro capacità, anche se cresciutelli, devono essere mantenuti dai genitori. CASSAZIONE CONTRO CASSAZIONE MILANO - Giovani, viziati e disoccupati (per scelta) non temete: mamma e papà devono continuare a mantenervi. Soprattutto se venite da una famiglia agiata e se il lavoro che vi offrono non è "adeguato alla vostra specifica preparazione, attitudini e effettivi interessi, quanto meno nei limiti temporali in cui dette aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate" potete stare a tranquilli. Dalla parte dei Tanguy nostrani ora c’è addirittura una senteza della Cassazione. La Suprema Corte (sentenza 4765) ha infatti respinto il ricorso di un padre separato stanco di passare alla ex moglie l’assegno di mantenimento di un milione e mezzo al mese in favore del figlio Marco, ventinovenne, laureato in legge da tempo, che preferiva aspettare il posto di lavoro dei suoi sogni piuttosto che accettare le occasioni che gli si presentavano. Il padre ritenendo ingiusto continuare a mantenere un figlio cresciutello che si permetteva il lusso di fare il difficile si è rivolto al giudice. Ma la Cassazione è stata categorica: ha ragione Marco, non c’è alcuna colpa nella condotta di un figlio - specie se nato da famiglia agiata - che rifiuta un posto non adeguato alle sue aspirazioni. Così il signor Giuseppe - benestante napoletano e professionista di elevato livello - e la sua ex moglie dovranno continuare a mantenere il rampollo finché lui non riuscirà a trovare un posto che lo soddisfi davvero. Non solo. Il giudice ha anche scagionato Marco da qualsiasi colpa: non accontentarsi di un lavoro qualunque non è un capriccio, ma un diritto e quindi i genitori non sono autorizzati a tagliargli i viveri.

A meno che il ragazzo non trascini i suoi familiari sull’orlo del tracollo economico a furia di master e specializzazioni, i genitori devono assecondarlo e continuare a staccare, per diversi anni, l’assegno per garantirgli il tenore di vita confacente a un trentenne di buona famiglia e grandi speranze. 
 
I giudici precisano che per valutare i comportamenti dei figli un po’ riottosi a diventare adulti, bisogna ’’ispirarsi a criteri di relativita’’’. In pratica occorre tener presenti le loro ’’aspirazioni, capacità, percorso scolastico, universitario e post-universitario’’. Senza - peraltro - dimenticarsi della ’’situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il figlio abbia indirizzato la propria formazione e specializzazione, investendo impegno personale ed economie familiari’’. Dunque ci vuole un po’ di fiducia e molta pazienza.

A nulla è valso a far cambiare opinione alla Cassazione la circostanza che Marco fosse intestatario di un fondo di mezzo miliardo e amministrasse una società. I supremi giudici hanno detto che la società non produceva utili e che la reale titolare del fondo era la madre. Così il ricorso di Giuseppe è stato rigettato, senza possibilità di appello. (4 APRILE 2002, ORE 14:50) Nelle sale la commedia romantica "A casa con i suoi", che indaga un fenomeno nuovo (almeno negli Usa): quello dei trentenni che restano a casa dei genitori Tuo figlio non vuol lasciare il nido? Chiama Sarah Jessica Parker... Nel film l’eroina di "Sex & the City" viene assunta per fare innamorare Matthew McConaughey. Eletto da People "uomo più sexy del mondo" di CLAUDIA MORGOGLIONE ROMA - In Italia è una realtà che esiste da sempre, negli Stati Uniti è un fenomeno ben più recente, oggetto di reportage giornalistici (da Newsweek al New York Times) e studi sociologici. Con tanto di modi di dire a effetto, per definire la tendenza: da "generazione boomerang" agli eterni "adultescenti", tanto per citarne due tra i più fantasiosi. Etichette per tentare di spiegare ciò che, oltreoceano, appare incomprensibile. E cioè il fatto che tanti figli ultratrentenni, invece di lasciare il nido, preferiscono stare con mamma e papà. Un dato in costante crescita, classico oggetto di dibattiti da salotto, e che Hollywood ha subito captato. Costruendoci sopra una commedia romantica intitolata A casa con i suoi, diretta da Tom Dey, nelle nostre sale da venerdì 31 marzo, e che potrebbe essere riassunta così: l’uomo più sexy del mondo non vuole abbandonare la casa dei genitori, perciò il padre e la madre, esasperati, decidono di assumere l’eroina di Sex & the City. Per farlo innamorare e convincerlo a schiodare... Questo perché i protagonisti del film sono, rispettivamente, il biondo attore Matthew McConaughey, interprete di tanti film di succcesso (da Il momento di uccidere fino al recente Sahara), eletto da People come il personaggio maschile più desiderabile del pianeta; e soprattutto, lei, Sarah Jessica Parker, che dopo anni trascorsi sul set della più maliziosa tra le cult serie tv, è tornata al cinema. Prima con La neve nel cuore, e adesso - appunto - con A casa con i suoi. E i tanti ammiratori dell’attrice non resteranno delusi, vedendola sul grande schermo: nei panni di Paula, originale terapista che si guadagna da vivere aiutando uomini insicuri a riacquistare l’autostima, Sarah Jessica è affascinante, ed elegante, come sempre. Anche se con uno stile leggermente meno trendy, meno Grande Mela, rispetto a Sex & the City. Un po’ più classico, insomma, ma ugualmente convincente. Nel film, però, la sua vita tutto sommato tranquilla, lontana dalle emozioni forti, cambia quando ad assumerla sono i genitori del trentacinquenne broker di barche Tripp (McConaughey). Che non è affatto il classico sfigato bisognoso di attenzioni, a cui lei è abituata, ma un bel ragazzo pieno di vita, avventuroso, divertente. Deciso a rimanere a casa non per mancanza di soldi, ma per la comodità di avere pasti gustosi e abiti lavati e stirati da mamma (Kathy Bates). E anche perché è abituato a utilizzare la convivenza con i genitori per scoraggiare le donne che vogliono fare troppo sul serio. L’incontro tra i due protagonisti - finto casuale: in realtà è lei che, assunta dai genitori di lui, fa in modo che accada - provoca subito scintille. Tripp infatti è spiazzato da Paula, che fa di tutto per piacergli, per assecondare i suoi gusti. Il problema, come accade sempre nelle commedie romantiche, è che a un certo punto l’inganno - e cioè la vera "missione" della donna - viene svelato. E così i nostri eroi avranno bisogno, per ritrovarsi, dell’intervento provvidenziale di parenti e amici. Insomma: la classica ricetta del film sorridente e sentimentale, applicata a un fenomeno sociologico reale. Tendenza per la quale, al di là del recente boom d’oltreoceano, siamo ancora ai primi posti. Come mostra un ricerca del sito di incontri online Parship.it, compiuta su 2.780 single in dieci paesi europei. Da cui risulta che l’83 per cento dei senza partner italiani vive ancora a casa, contro il 48 per cento della media europea. E tra loro, il 21 per cento degli uomini e il 33 per cento delle donne non lo fa perché costretto, ma perché reputa che stare coi genitori è infinitamente più comodo. Proprio come il nostro biondo, affascinante eroe da grande schermo. (28 marzo 2006) Figli in casa fino a 25 anni - Per le mamme e i papà italiani un figlio non dovrebbe lasciare la casa dei genitori prima dei 25 anni circa. A pensarla così sembrano essere anche i diretti interessati. Solo il 17,9% delgi italiani, infatti, ritiene che il momento giusto per abbandonare la casa dei genitori sia il compimento della maggiore età. più contrarie all’uscita precoce sono le donne di 45-49 anni (59,6%), contro il 49,9% degli uomini della stessa fascia di età. Per le donne, infatti, l’età giusta è 25,8 anni per i figli maschi e 25,2 per le femmine, mentre gli uomini ritengono che ragazzi e ragazze dovrebbero uscire prima cioè, rispettivamente, a 25,1 e 24,6 anni in media. Del resto, anche i giovani di 18-19 anni che vivono con i genitori indicano l’età in cui è giusto lasciare la famiglia di origine è ben più elevata della propria (mediamente, 25 anni se maschi e 24,5 se femmine). Anche a 20-24 anni i figli tendono a spostare avanti l’età in cui ritengono giusto "spiccare il volo": 26 anni per i ragazzi e 25,4 per le ragazze. Tratto da: LA REPUBBLICA - 21 Giugno 2006 AVVENIRE L’analisi (13 luglio 2007) 
I giovani: più precari che mammoni di Alessandro Rosina Gli italiani fanno pochi figli, ma i figli rimangono figli più a lungo. All’età di 25 anni in gran parte d’Europa solo una minoranza di giovani non ha ancora conquistato una propria autonomia. Nel nostro Paese è invece considerato normale rimanere nella famiglia di origine fino ai 30 anni. Alla base di questa particolarità della situazione italiana vi sono senz’altro motivi culturali, ma negli ultimi anni hanno acquisito sempre più peso anche fattori di ordine economico. Le nuove caratteristiche del fenomeno
Un chiaro segnale in questo senso è il cambiamento della geografia del fenomeno. Per tutto il Novecento, la protratta permanenza nella casa dei genitori è stata un fenomeno tipico dell’Italia settentrionale, ma negli ultimi anni la situazione si è capovolta, tanto che attualmente (indagine Multiscopo Istat sulle Famiglie - anno 2005) la quota di uomini di età 25-34 anni ancora residenti nella famiglia di origine risulta pari circa al 50% nel Centro-Nord e al 57% nel Mezzogiorno (per le donne i valori sono rispettivamente pari al 33 e al 37%). Interessante è anche l’analisi per titolo di studio. vero che sono i laureati a posticipare maggiormente l’uscita dalla casa dei genitori, soprattutto rispetto a chi ha un titolo intermedio. Se però si tiene conto anche dell’istruzione del padre, a parità di altri fattori, si nota come a rimanere più a lungo sia soprattutto chi raggiunge un titolo di studio elevato partendo da condizioni sociali più basse. I requisiti all’uscita, a parità di aspirazioni, richiedono probabilmente più tempo per essere realizzati per chi parte da una situazione più svantaggiata. Trovare un lavoro che consenta di mantenersi
Sul versante del lavoro, tra i trentenni che vivono con i genitori, non solo è decisamente minore la quota degli occupati ma, tra gli occupati, è anche considerevolmente più elevata la percentuale di chi possiede un lavoro a tempo determinato. Ciò è ancsora più vero se si considerano i giovani con titolo di studio elevato. Ad esempio, tra i giovani uomini laureati del Sud, oltre il 30% degli occupati ancora nella famiglia di origine possiede un lavoro a tempo determinato contro meno del 15% di chi è già uscito. infine interessante notare che, come prerequisito all’uscita, l’esigenza di un miglioramento della propria situazione economica attuale è dichiarata non solo dalla netta maggioranza di chi ancora non possiede un’occupazione, ma anche da una quota molto rilevante di giovani occupati (vedi tabella 1). Oltre uno su tre dei trentenni occupati che vivono con i genitori dichiara del resto di guadagnare un reddito insufficiente a creare una propria autonomia e formare una famiglia. Se si mette assieme la quota di non occupati e la quota di occupati "insoddisfatti" (cioè con basso reddito e/o scarsa stabilità dell’impiego), si ottengono percentuali molto alte, tra i trentenni ancora in casa con i genitori, addirittura oltre la metà nel Mezzogiorno. Questi dati, nel loro complesso, suggeriscono come, al di là del facile stereotipo dei giovani italiani "mammoni", i problemi economici ed occupazionali esercitino un peso molto rilevante sulla lunga permanenza nella famiglia di origine, e in particolare nel Sud Italia, dove, non a caso, il rallentamento all’uscita è risultato negli ultimi anni particolarmente accentuato stato detto che «protetti dal welfare si può osare di più». La minore protezione sociale di cui godono i giovani italiani fa percepire come più elevati, a parità di altre condizioni, i rischi di uscita nell’area mediterranea. Ciò significa anche che in molti casi si rinuncia ad un lavoro instabile, preferendo attendere opportunità (quantomeno un po’) migliori rimanendo disoccupati nella famiglia di origine (Figura 2). La mancanza di adeguati ammortizzatori sociali contribuisce quindi a rendere meno dinamico il mercato e relativamente bassa l’occupazione, e penalizza quindi nel complesso lo sviluppo economico e sociale del Paese.

Le difficoltà del presente condizionano il futuro
Un’ultima considerazione. La riforma delle pensioni, con il sistema contributivo e la necessità di una previdenza complementare, rendono particolarmente importanti sia i tempi di ingresso nella prima occupazione, sia il salario percepito. Ma questo significa che le difficoltà che molti giovani incontrano nella prima fase del percorso occupazionale avranno poi anche una diretta ricaduta sul trattamento pensionistico futuro. Il rischio, in breve, è quello di un circolo vizioso, per i giovani italiani, di progressivo abbassamento del proprio tenore di vita. urgente quindi intervenire per interrompere tale spirale. Non possiamo quindi che auspicare che l’attuale governo, dopo tanto sbandierate buone intenzioni, passi finalmente anche ad impegni concreti. POLITICA Finanziaria 2008, sgravi fiscali ai giovani Padoa-Schioppa: Aiuti ai bamboccioni per uscire di casa Una battuta infelice Roma, 5 ott. - Il Ministro Tommaso Padoa-Schioppa usa una battuta per illustrar una nuova misura della Finanziaria. Sgravi su mutui ed affitti di 1000 euro l’anno per ventenni e trentenni che ancora vivono con le famiglie, . "Fuori di casa i bamboccioni". L’epiteto ha scatenato una protesta bipartisan. Secondo l’Istat in Italia vi sono 4.5 milioni di giovani tra i 25 ed i 35 anni che abitano con i genitori. Per molti la causa del non-distacco e’ il lavoro precario e del caro affitti. Tra i precari infatti ben 7 su 10 vivono ancora in famiglia. Il trend e’ in forte crescita se si pensa che nel 1995 i giovani tra i 30 e 34 anni non indipendenti erano il 19.9% mentre nel 2005 sono vertiginosamente aumentati al 29.5% Niente figli né famiglia: siamo eterni adolescenti Soprattutto i maschi vivono in casa fino a 34 anni e non pensano a una famiglia prima dei 35. E’ il ritratto dei moderni Peter Pan italiani Peter Pan che invecchiano in casa di mammà e non vogliono sentir parlare di figli e responsabilità. Secondo gli esperti che hanno partecipato al convegno ”Sapere oggi, per diventare genitori domani”, è così che i ragazzi di oggi prospettano il loro futuro. Chi sta leggendo e ha un’età sui 28-30 anni conosce bene la situazione...Mentre è probabile che le ragazze comincino a pensare a una convivenza con il fidanzato o a una vita matrimoniale con tutti i crismi, sono soprattutto i maschi a fuggire: perché non ci sono soldi, non c’è un lavoro sicuro, i genitori cominciano a invecchiare e potrebbero aver bisogno delle loro cure…Tutte mezze verità: la realtà è che vorrebbero una vita sempre spensierata, senza farsi carico di troppe responsabilità, e scappano all’idea di diventare, un giorno, genitori. 
Così, la sindrome di Peter Pan fa diventare gli adolescenti italiani sempre più vecchi, addirittura i più vecchi d’Europa: secondo uno studio dell’istituto italiano di medicina sociale, il 45% dei giovani fra i 30 e 34 anni, soprattutto maschi, vive ancora in casa. E sono gli stessi genitori, soprattutto le madri, a non forzare l’uscita dal nido familiare: solo il 18% è convinto che un figlio debba uscire di casa appena maggiorenne, mentre per la maggior parte l’età giusta è attorno ai 26 anni. Anche i figli considerano questo il momento ideale ma, alla fine, non varcano la porta di casa prima dei 30. Come risolvere il problema della distanza da mamma e papà? Semplice, non allontanandosi troppo: quasi la metà delle nuove coppie va ad abitare entro un chilometro dalla casa dei genitori dell’uno o dell’altra. Passano altri 5 anni - e a quel punto le candeline sulla torta sono già 35 - e si comincia a credere di avere l’età giusta per mettere al mondo un figlio. Ma che sia uno solo! Del resto, i nonni non fanno un tifo esagerato affinché la casa si popoli di un esercito di nipoti: solo la metà delle madri che ha una figlia con un bambino la incita a farne un altro. Per non parlare del caso in cui i nipotini siano già due: solo un quinto delle nonne spinge le figlie ad averne un terzo. 
A fare le spese della sindrome di Peter Pan sono dunque famiglia e figli, valori che stanno velocemente perdendo il loro significato originario. Oltre il 50% dei ragazzi considera l’idea di diventare padre come una scocciatura, ma il problema non è circoscritto solo ai maschi: come spiega Massimo Moscarini, presidente dell’Associazione Ginecologi Universitari Italiani, <<le ragazze di oggi guardano al matrimonio come a un appuntamento lontano. E alla maternità come a un evento probabile, non scontato. Una ragazza su 3 non nasconde di avere paura di diventare madre e, quando la cicogna arriva, la gravidanza è vissuta con un’enorme apprensione>>. Il risultato è la frenata paurosa delle nascite a cui, in Italia, stiamo assistendo già da qualche anno. Chissà che a far cambiare idea agli adolescenti italiani non riescano gli oltre cinquecentomila studenti stranieri nel nostro Paese, portatori di culture e tradizioni diverse, molto spesso imperniate sulla famiglia! O è più probabile che si omologhino loro al nostro nuovo, e forse discutibile, modo di guardare al futuro? Lasciare la casa dei genitori ti rende povero? Arnstein Aassve * L’uscita dalla casa dei genitori Nei decenni recenti, la transizione allo stato adulto dei giovani è sperimentata sempre più tardi. Un evento chiave di questa transizione è l’uscita dalla famiglia di origine, ma l’età alla quale questo evento viene vissuto è molto diversa in Europa. Questa diversità può essere visualizzata attraverso l’età mediana alla quale almeno il 50% dei giovani ha già lasciato la casa dei genitori e dalla proporzione di coloro che nella classe di età 20-24 vivono fuori dalla famiglia di origine[1]. Poco conosciuto è, finora, l’impatto economico dell’uscita dalla famiglia di origine sul benessere del gruppo di individui che è protagonista di questi passaggio: i giovani adulti. Il fatto che nei paesi europei vi siano forti differenze nei tempi dell’uscita dalla famiglia di origine sembra suggerire che anche le conseguenze sul benessere, ad esempio sulla probabilità di sperimentare un periodo di povertà, siano molto diverse. All’uscita, i giovani nordici si impoveriscono di più Dal secondo grafico, sul tasso di povertà relativa[2] dei 20-24enni, notiamo che, ovunque, coloro che sono usciti di casa sono più frequentemente poveri di coloro che vivono con i genitori. Le differenze tra paesi non sono di poco conto. Tra coloro che vivono in casa con i genitori, i nordici sono i relativamente meno poveri, mentre sono i sud-europei sono i più poveri. Tra coloro che sono usciti, la situazione, invece, si ribalta. Ovunque esiste una forte relazione tra vivere fuori dalla famiglia d’origine e povertà giovanile, ma l’aumento della probabilità di essere poveri associato con l’uscita dalla famiglia è più alto in quei paesi dove essa è mediamente più precoce. Ovviamente, quando i giovani escono dalla famiglia d’origine il loro ”reddito familiare complessivo” diminuisce fortemente, poiché il reddito dei genitori non è più incluso. Ma questo è vero per tutti i paesi europei: e allora perché ci sono forti differenze tra paesi? Perché i giovani nordici lasciano la casa così presto se rischiano di essere poveri, per lo meno nel breve termine? Perché non rimangono più a lungo con i genitori, come fanno i loro coetanei sud-europei? Analisi più dettagliate mostrano che i giovani tengono conto delle circostanze economiche, e anche del rischio di povertà percepito, nella decisione di uscire dalla famiglia. In altre parole, i giovani europei, in media, optano per stare più a lungo in casa con i genitori come mezzo per evitare problemi economici. Ma questo risultato non è vero per i giovani finlandesi e danesi, tanto che, nonostante le loro condizioni peggiorino molto in termini economici, l’età all’uscita è comunque bassa. Perché, tanto più se i dati mostrano chiaramente che questo significa una forte probabilità di diventare addirittura poveri? E allora perchè i nordici escono prima di casa? Esistono molte spiegazioni plausibili. La prima attiene al profilo per età della povertà nei paesi nordici: se il picco dei tassi di povertà è raggiunto tra i 23 e i 25 anni, proprio come risultato soprattutto dell’autonomia abitativa, i tassi calano molto nelle età contigue, tanto che, già tra i 30enni, i nordici hanno i tassi di povertà più bassi tra tutti i paesi considerati. I giovani nordici, pur consapevoli dell’impoverimento che uscire di casa potrà loro causare, sanno dunque anche che tale condizione sarà di natura temporanea e di brevissima durata. Il mercato del lavoro infatti, accanto ad un generoso welfare state e con i più alti salari europei per i giovani garantiscono questo andamento. Sperimentare da giovanissimi un periodo di difficoltà economica, per i nordici, non è correlato alla probabilità di essere poveri in età adulta. La situazione è molto diversa nei paesi mediterranei: il tasso di disoccupazione giovanile è alto e spesso i giovani hanno difficoltà a trovare un lavoro stabile. Se perdono il lavoro, non hanno protezione sociale. Oltre a ciò, i salari dei giovani, rispetto al salario medio, sono veramente molto bassi. Di conseguenza, rimanere in famiglia fornisce una grossa protezione contro le difficoltà economiche. Inoltre, nei paesi nordici – come anche in Gran Bretagna – la norma è di trasferirsi lontano da casa per frequentare l’università, soluzione meno diffusa in Italia e Spagna. Anzi, in Italia, diffondere le sedi universitarie nel territorio per consentire ai giovani di stare in famiglia negli anni dell’apprendimento universitario è stata la principale politica verso l’istruzione universitaria negli ultimi anni. Anche le ”destinazioni” dell’uscita di casa differiscono quindi molto tra paesi: nei paesi del Sud Europa si esce di casa soprattutto per formare una coppia (la maggior parte delle volte coniugale), mentre nel Nord Europa la maggioranza dei giovani lascia la casa dei genitori per andare a vivere da solo o con amici. Ovviamente, anche le norme sociali giocano un ruolo importante: non uscire di casa fino alla soglia dei trent’anni non è ”normale” nei paesi nordici, mentre viene socialmente accettato nei paesi sud-europei. Nel lungo periodo, però, le norme sociali sono fortemente influenzate dallo scenario istituzionale nel quali i giovani si trovano: questo scenario è molto diverso tra Nord e Sud. 2007 [1] I dati qui utilizzati sono quelli del Panel Europeo delle Famiglie (ECHP – European Community Households Panel), che nelle tornate di indagine annuali dal 1994 al 2001 ha raccolto dati individuali comparabili per alcuni paesi europei. [2] Per individuare chi è povero, in rapporto al tenore di vita della propria comunità, si è qui proceduto in un modo che, pur non perfetto, è ormai considerato standard per i paesi sviluppati. All’interno di ogni famiglia, si sommano tutti i redditi individuali e si divide il risultato per un numero, detto coefficiente di equivalenza, che tiene conto della dimensione della famiglia ma anche delle economie di scala del vivere in comune. Quello che si ottiene è, per ogni individuo, una sorta di reddito pro-capite aggiustato, anche noto come reddito equivalente. Per ogni paese, e in ogni dato anno, si calcola la media