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 2007  ottobre 05 Venerdì calendario

Mi sembra curioso che, nelle infinite discussioni sul numero dei parlamentari, nessuno si sia posta la domanda: ma quanti ne servono? Quante sono le commissioni parlamentari? Quanti membri sono necessari per ciascuna affinché possa svolgere il suo compito con efficienza, evitando quello che oggi si legge spesso e cioè che «il relativo disegno di legge giace da anni nei cassetti del Parlamento»? Credo inoltre che il tema del numero dei nostri rappresentanti, se può avere sul piano etico qualche valenza, sul piano economico sia irrilevante

Mi sembra curioso che, nelle infinite discussioni sul numero dei parlamentari, nessuno si sia posta la domanda: ma quanti ne servono? Quante sono le commissioni parlamentari? Quanti membri sono necessari per ciascuna affinché possa svolgere il suo compito con efficienza, evitando quello che oggi si legge spesso e cioè che «il relativo disegno di legge giace da anni nei cassetti del Parlamento»? Credo inoltre che il tema del numero dei nostri rappresentanti, se può avere sul piano etico qualche valenza, sul piano economico sia irrilevante. Infatti il costo della Camera dei Deputati è di poco superiore a 1 miliardo di euro (vedi recente articolo di Gian Antonio Stella) che corrisponde a un onere pro capite di 17 euro; quando pure tale spesa fosse ridotta del 30%, come sembra voler fare il governo, ciascuno di noi risparmierebbe 5 euro all’anno: non credo che questo ci cambierebbe la vita. Quindi il problema non è il numero dei parlamentari o il loro costo, ma la loro efficienza, che se fosse stata maggiore, ci avrebbe per esempio risparmiato i numerosi referendum che negli ultimi 10 anni sono stati quasi tutti invalidati per mancanza di quorum, con un’inutile spesa ben superiore a quello che ci potremmo risparmiare riducendone il numero. Giorgio Parigi Monza Caro Parigi, certi risparmi hanno una importanza simbolica. Se applicati segnalerebbero il ritorno di una virtù che gli italiani avevano quando erano poveri e sembrano avere perduto negli ultimi decenni: quella di misurare prudentemente ogni spesa. Eravamo un Paese sobrio. Siamo diventati il Paese dei regali, degli omaggi, del lusso ostentato e delle spese irresponsabili. Uno degli aspetti meno attraenti dello stile politico di Silvio Berlusconi è la sua abitudine di fare regali costosi, nelle circostanze festive, ad amici e collaboratori. Ma occorre riconoscere che il vizio si era già diffuso da qualche tempo al vertice delle istituzioni. Non ho mai capito ad esempio perché la fotografia con dedica dei ministri e dei presidenti del Consiglio debba essere regalata in cornice d’argento. Se il destinatario del dono tiene a esibirla come prova della sua familiarità con il potere, può andare lui stesso dal corniciaio. Dopo questa premessa, caro Parigi, riconosco tuttavia che in linea di principio lei ha ragione. Un Parlamento andrebbe valutato, anzitutto, secondo la qualità del suo lavoro. Ho scritto qualità, non quantità. Le statistiche che vengono orgogliosamente sbandierate sul numero delle leggi approvate dalle Camere sono un insulto al buon senso. assurdo vantarsi della prolificità parlamentare quando le leggi sono troppe, mal scritte e mal coordinate con la legislazione esistente. Uno dei maggiori problemi del sistema politico italiano è la disfunzione del Parlamento, un organo che fa contemporaneamente troppo e troppo poco. Fa troppo, anzitutto, perché le Costituzione italiana gli consente di legiferare su materie che nelle maggiori democrazie vengono generalmente lasciate alla competenza del potere esecutivo. Noi abbiamo bisogno di una legge là dove altrove bastano un decreto, un’ordinanza, una circolare, o come dicono gli americani, un «executive order». Moltiplicata per due dal bicameralismo perfetto (Camera e Senato hanno identiche competenze), questa enorme produzione legislativa incide sui tempi della politica italiana. Ciò che gli altri fanno in due o tre mesi richiede da noi, molto spesso, un paio d’anni. Ma questo Gargantua della legislazione svolge al tempo stesso, in altre circostanze, un’attività formale e notarile o addirittura clientelare. Prenda il caso della Legge finanziaria. In molte democrazie il governo prepara il bilancio e lo sottopone all’approvazione delle Camere dove si apre un dibattito sulle grandi linee della politica finanziaria del Paese. Poi, alla fine del dibattito, si vota, e se il Parlamento non è d’accordo, il governo cade. Da noi invece, per aggirare un articolo della Costituzione voluto da Luigi Einaudi («con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese»), è stata inventata la «Finanziaria », un grande contenitore in cui vengono buttate alla rinfusa norme che soddisfano, insieme ad alcuni fondamentali obiettivi del governo, le richieste dei singoli partiti e degli interessi che rappresentano. quello che è accaduto negli scorsi giorni durante un Consiglio dei ministri cominciato alle 5 della sera e terminato all’alba. Quando arriva in Parlamento, quindi, la Finanziaria è un affastellato di norme piccole e grandi di cui è difficile giudicare la strategia. Messo di fronte a questo mostro, il Parlamento non può né approvarlo né respingerlo, come avviene dopo una seria discussione nello stile di quella aperta da Mario Monti nel Corriere del 30 settembre. Può soltanto contribuire e renderlo ancora più mostruoso con aggiunte e ritocchi, come accadrà purtroppo di qui alla fine di dicembre.