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 2007  ottobre 05 Venerdì calendario

Hillary Clinton promette che da presidente si impegnerà per ridare spazio e dignità ai sindacati mentre John Edwards e Barack Obama si contendono il titolo di candidato più vicino alle unions, non perdendo occasione per solidarizzare con i lavoratori in sciopero ed esibire come medaglie la loro partecipazione ai picchetti fuori dalle fabbriche

Hillary Clinton promette che da presidente si impegnerà per ridare spazio e dignità ai sindacati mentre John Edwards e Barack Obama si contendono il titolo di candidato più vicino alle unions, non perdendo occasione per solidarizzare con i lavoratori in sciopero ed esibire come medaglie la loro partecipazione ai picchetti fuori dalle fabbriche. Un «ritorno di fiamma» apparentemente singolare in un Paese come gli Usa che i sindacati non li ha mai molto amati, tanto che queste organizzazioni sono in caduta libera da almeno trent’anni: oggi rappresentano appena l’11-12 per cento della forza lavoro rispetto al 33 per cento di mezzo secolo fa. E il loro potere contrattuale continua a ridursi in un sistema industriale sempre più incalzato dalla concorrenza asiatica, come dimostra anche il caso recente della General Motors. Ma, proprio per questo, oggi le confederazioni americane cercano di reagire affrontando una sfida estrema: rilanciarsi per evitare l’estinzione. Le speranze di rilancio sono affidate, oltre che a un clima complessivamente meno favorevole alla globalizzazione, a una nuova legge che dovrebbe rendere più facile il reclutamento di nuovi iscritti nei luoghi di lavoro. Oggi per entrare in un’azienda i sindacati devono ottenere il voto a scrutinio segreto della maggioranza dei lavoratori. La riforma che elimina questa barriera è stata già approvata dalla Camera a maggioranza democratica, ma è ferma al Senato per l’ostruzionismo dei repubblicani. In ogni caso Bush ha già annunciato il suo veto. L’unica speranza, per i sindacati, è quella di avere nella prossima legislatura un presidente «amico» e un Parlamento a solida maggioranza democratica. Per questo l’Afl-Cio, la maggiore confederazione americana, ha deciso di investire nella campagna elettorale ben 53 milioni di dollari – denaro raccolto tra gli iscritti – e recluterà 200 mila volontari per sostenere il candidato democratico. Anche se l’ultimo inquilino democratico della casa Bianca, Bill Clinton, non ha mai mostrato grande entusiasmo per le organizzazioni sindacali e se gli ultimi due candidati massicciamente appoggiati dall’Afl-Cio – Walter Mondale nel 1984 e John Kerry nel 2004 – sono stati sconfitti, tutti i concorrenti del fronte progressista oggi fanno a gara per contendersi il sostegno delle confederazioni: in un Paese nel quale i partiti non hanno una struttura permanente, i sindacati sono, infatti, l’unica macchina elettorale a disposizione dei democratici. E comunque, anche poco numerosi, i lavoratori sindacalizzati (e le loro famiglie) votano in massa. Ma, a fronte del loro impegno, i sindacati hanno chiesto ai candidati democratici di impegnarsi in loro favore: cosa che Obama, Edwards e la stessa Clinton non hanno esitato a fare, anche se il curriculum della ex first lady non è certo quello di una supporter delle rappresentanze dei lavoratori: in passato è stata nel consiglio d’amministrazione di Wal-Mart quando il gigante della distribuzione deliberava politiche apertamente antisindacali, mentre lo stratega della sua campagna elettorale, Mark Penn, è anche presidente di un grande società di comunicazione che sta lavorando per un cliente deciso a contrastare i tentativi dei sindacati di mettere piede in azienda. Ma proprio per questo e per mettere a tacere chi la considera troppo liberista, Hillary ha dato particolare solennità agli impegni che ha preso, ha indossato (come gli altri candidati) per un giorno i panni di un lavoratore sindacalizzato (un’infermiera) e si è sottoposta a Chicago all’esame di una platea composta da 15 mila sindacalisti e relativi familiari. Impegni di cui la Clinton, che ha sempre condiviso il liberismo del marito Bill, non è probabilmente convinta fino in fondo ma che, se andrà alla Casa Bianca, non potrà ignorare. massimo.gaggi@rcsnewyork.com La Afl-Cio è in caduta libera da decenni: ora spera in un presidente amico