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 2007  ottobre 05 Venerdì calendario

Nello sforzo di persuadere gli americani a proseguire senza tentennamenti la guerra al terrorismo, il presidente Bush ricorre spesso al parallelo con la Guerra fredda: i terroristi sono come i comunisti, «seguaci di un’ideologia criminale che annienta la libertà, soffoca ogni dissenso, nutre ambizioni espansionistiche e mira al regime totalitario »

Nello sforzo di persuadere gli americani a proseguire senza tentennamenti la guerra al terrorismo, il presidente Bush ricorre spesso al parallelo con la Guerra fredda: i terroristi sono come i comunisti, «seguaci di un’ideologia criminale che annienta la libertà, soffoca ogni dissenso, nutre ambizioni espansionistiche e mira al regime totalitario ». Benché il confronto sia esatto, il presidente non sembra afferrare il nocciolo della sua stessa analogia, e cioè che la Guerra fredda non era una guerra vera e propria. Mentre le guerre vere si vincono o si perdono sui campi di battaglia insanguinati, la Guerra fredda fu decisa negli animi e nelle menti di coloro che la scatenarono. L’analogia con la Guerra fredda peraltro racchiude reali spunti per la lotta al terrorismo, ma a osservare la politica americana, si direbbe che nessuno li abbia mai presi in considerazione. Bush si esprime «come se» stesse combattendo una battaglia di idee, pur conducendo la «guerra al terrore» secondo i canoni di un conflitto convenzionale, nel quale la forza militare ha maggior peso dell’autorità morale e del sostegno alleato. Dopo sei anni di strategia militare, e con la crescente minaccia di Al Qaeda, secondo le ultime analisi dell’intelligence americana, sarebbe ora che Bush prendesse qualche lezione dal suo stesso paragone con la Guerra fredda. Ecco quattro lezioni dalla Guerra fredda per i nostri giorni. Il contenimento funziona. Nel suo celebre «telegramma lungo» da Mosca nel 1946, il diplomatico americano George F. Kennan offriva un’intuizione cruciale: gli Stati Uniti dovevano adottare una politica che fosse a mezza strada tra lo scoppio della Terza guerra mondiale e la capitolazione all’Unione Sovietica. Il comunismo rappresentava una minaccia insidiosa, ma quella minaccia poteva essere controllata grazie a un’eccellente difesa militare e agli sforzi per assicurare all’America l’appoggio della popolazione mondiale, ed eventualmente anche di quella sovietica. La tesi di Kennan a favore di una strategia di lungo raggio di «contenimento paziente e vigile» è all’opposto della politica avventata attuata dal vice presidente Cheney, che se esiste una possibilità su cento che i terroristi possano dotarsi di armi di distruzione di massa, a quel punto gli Stati Uniti devono agire come se fosse una certezza. Il contenimento, invece, era fondato sull’idea che convivere con il rischio, e adoperarsi per ridurlo, rappresenta talvolta una soluzione migliore che sforzarsi di eliminarlo – suggerimento, questo, che nel 2003 poteva rivelarsi molto utile a Bush. Oggi, contenimento significa difendersi dagli attacchi terroristici; catturare i terroristi con tutti i mezzi, di polizia, di intelligence e giudiziari; e ricorrere alla forza militare solo quando questa dà garanzie di ridurre realmente il numero dei nemici. Significa inoltre dimostrarsi sicuri e fiduciosi che, alla lunga, i terroristi sono «condannati al fallimento », nelle parole di Bush – purché non siamo noi stessi ad aiutarli involontariamente. I valori sono armi. La Guerra fredda ci ha insegnato inoltre che saper difendere i valori della nostra società costituisce uno strumento indispensabile per sconfiggere l’ideologia nemica. Per Kennan, era cruciale assicurare «il vigore e la buona salute della nostra società». «Il pericolo maggiore che ci insidia», ammoniva, «è quello di diventare noi stessi come il nemico ». Kennan non pensava affatto a questioni come la detenzione arbitraria dei prigionieri senza processo, il rifiuto di escludere l’impiego della tortura, le intercettazioni senza mandato giudiziario e la concessione al presidente di poteri quasi illimitati, ma poteva benissimo immaginarle. Il presidente Harry Truman accolse le raccomandazioni di Kennan e difese alcune delle sue decisioni progressiste in politica interna richiamandosi alla Guerra fredda, quando ribadì la necessità di «servire da ispirazione per i popoli del mondo che vedono in pericolo la loro libertà ». E John F. Kennedy sollecitò gli americani «a mettere in pratica quello che predicano». Non sempre gli Stati Uniti si sono dimostrati all’altezza di questi nobili ideali, ma persino dopo il Vietnam e il Watergate il paese appariva più forte e più invitante dell’Unione Sovietica. E infine bastò l’ottimismo di un Ronald Reagan a rovesciare il dogma comunista che il capitalismo sarebbe morto soffocato dalle sue stesse contraddizioni. Malgrado i timori iniziali, le democrazie occidentali sono sopravvissute e l’ideologia fallimentare da loro combattuta è miseramente crollata: questo è il risultato che Bush dovrebbe perseguire nella guerra ideologica che oggi stiamo combattendo. Anche le superpotenze hanno bisogno di amici. Nei primi anni della Guerra fredda, davanti all’imminente minaccia nucleare e all’aggressione comunista nella penisola coreana, i presidenti statunitensi saranno stati tentati di governare le loro alleanze militari con pugno di ferro. Invece, ci furono leader lungimiranti come Truman che concessero agli alleati generosi incentivi per collaborare con gli Usa. Furono fondate diverse istituzioni, tra cui la Nato, il Fondo monetario internazionale e le Nazioni Unite, per dare agli altri paesi una voce in capitolo nel nuovo ordinamento mondiale. Truman seppe riconoscere che «per quanto grande la nostra forza, non possiamo arrogarci il diritto di fare sempre come vogliamo noi». L’alleanza Nato non era affatto priva di tensioni, come crisi successive hanno dimostrato. Ma per quanto grandi le differenze tra gli alleati Nato, il contrasto tra questa alleanza e il Patto di Varsavia non poteva essere più marcato. Alla fine della Guerra fredda, tutti i membri Nato sono rimasti di loro volontà nell’alleanza, mentre anche quelli del Patto di Varsavia si sono precipitati a chiedere l’ammissione. Selezionare i conflitti. Uno degli errori più madornali commessi dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda – un errore che si sta ripetendo oggi – è stata la tendenza a vedere nel nemico un vasto movimento monolitico. Questo è sfociato nell’incapacità di identificare e sfruttare le differenze tra nazionalisti e comunisti in tutto il mondo, come pure tra diverse colorazioni di comunismo – un costoso fallimento. Kennan fu uno dei primi a cogliere le potenziali divisioni all’interno del mondo comunista e a suggerire di approfittarne. Vedeva giusto quando affermava che i comunisti dell’Europa occidentale, della Jugoslavia di Tito e della Cina di Mao, avrebbero tutti voluto mantenere le distanze da Mosca. Anziché sfruttare le differenze tra i nemici, Washington – con la rara eccezione di Richard Nixon, che seppe aprire alla Cina comunista – spesso ha fatto di ogni erba un fascio, trattando il comunismo come un unico movimento, coordinato da Mosca, e animato dal desiderio di stabilire un’egemonia mondiale. Bush si comporta allo stesso modo quando accomuna nemici tanto diversi tra loro – come la rete sunnita di Al Qaeda, lo stato sciita persiano in Iran, il gruppo islamista palestinese di Hamas, e i vari regimi autoritari sunniti – in un’unica minaccia. Durante la Guerra fredda, proprio per non aver capito fino a che punto i governi di Pechino, Pyongyang e Hanoi avessero interessi propri e distinti, la politica americana trasformò la nozione di un blocco monolitico comunista in una profezia destinata ad avverarsi, un errore che viene tragicamente ripetuto ancora oggi. Come la Guerra fredda, la guerra al terrorismo durerà molto a lungo. E come in quegli anni, anche questa minaccia richiederà da parte nostra l’esercizio della pazienza, l’affermazione dei nostri valori, la cura delle alleanze e il saper distinguere tra le varie minacce. Il trionfo riportato dall’ America, in quest’ultimo conflitto crepuscolare, dovrebbe infonderci la fiducia che se seguiremo i suoi insegnamenti, anche l’ideologia criminale che oggi combattiamo farà la fine del comunismo, nella discarica della storia. Ma se Bush intende rievocare la Guerra fredda come modello per la battaglia contro il terrorismo, farebbe meglio a studiare le sue vere lezioni e a metterle in pratica. Philip H. Gordon, della Brookings Institution, è autore di «Winning the Right War: The Path to Security for America and the World» (Traduzione di Rita Baldassarre) Il contenimento di Kennan funziona, e i valori sono armi Le potenze hanno bisogno di amici; occorre selezionare i conflitti