Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 4/10/2007, 4 ottobre 2007
ROMA – I
due 007 del Sismi rapiti in Afghanistan dovevano diventare merce per uno scambio di prigionieri. A raccontarlo, subito dopo la liberazione, è stato l’agente sopravvissuto al blitz effettuato dai militari inglesi e italiani. Ha ripercorso le fasi del sequestro e ha rivelato lo scopo della loro missione: incontrare un esponente dei talebani. Ci sono molti dettagli, ma alcune comprensibili omissioni nella ricostruzione del funzionario che prima del rientro in Italia è stato sottoposto al cosiddetto debriefing, procedura prevista in questi casi proprio perché non siano rivelati particolari coperti da segreto.
L’INCONTRO CON I TALEBANI
«Da giugno a oggi – dice – ci siamo occupati di prendere notizie da collaboratori e informatori, per garantire la sicurezza del contingente militare italiano».
In realtà l’obiettivo primario era quello di consentire la costruzione di un ponte nella valle di Zirko, una zona dove convivono vari gruppi ed etnie e sono presenti anche milizie armate. «Con il mio collega avevo preso contatti con tutti gli esponenti della valle, compresi i talebani, per assicurare che durante la fase dei lavori non ci fossero violenze nei confronti degli impiegati della società costruttrice ». Lo 007 rivela dunque quale fosse l’obiettivo del viaggio di sabato 22 settembre: «Una "fonte" ci fece prendere contatti con un esponente dei talebani. La mattina siamo partiti io, Lorenzo, l’interprete e per strada abbiamo caricato anche la persona che doveva fare da tramite. Eravamo diretti alla valle di Zirko, ma lui ci disse di cambiare strada e non passare dal centro della città perché potevano riconoscerci. Dopo un posto di blocco della polizia abbiamo preso una strada non asfaltata».
LA CATTURA
Poco dopo scatta la trappola. «Vedemmo alcuni uomini che venivano verso di noi. Appena scesi siamo stati accerchiati da persone armate che ci hanno tolto le armi e gli oggetti. Mi hanno fatto entrare nel bagagliaio di una macchina. Ero solo e incappucciato. Poi mi hanno fatto scendere e camminare, credo di aver attraversato un ruscello. Quando ci siamo fermati mi hanno alzato il cappuccio ma potevo solo guardare per terra. Andavamo in salita, credo in montagna. Sentivo vicini l’interprete e Lorenzo. Avevo il cappuccio sempre e ogni tanto venivo colpito dai calci. Cercavo di parlare con Lorenzo che cercava di rassicurarmi. A un certo punto si sono allontanati con Lorenzo, non so che cosa gli abbiano detto. Ponevano domande a lui, io ero lontano, non sentivo. All’alba ci hanno fatto riprendere il cammino a piedi, sempre bendati e poi ci hanno portato in una specie di grotta. Mi hanno tolto le bende perché volevano sapere chi fossimo e cosa volevamo. Lorenzo mi spiegò che dovevo dire la verità, e io ammisi che eravamo lì per permettere l’avvio dei lavori in sicurezza. Traduceva l’interprete. Poi fui nuovamente bendato». Nella base di Herat l’allarme è già scattato. L’ipotesi che i due siano stati catturati prevale sulle altre. Si attivano i contatti per cercare di capire in che mani siano finiti.
LO SCAMBIO DI PRIGIONIERI
Ai due 007 i sequestratori rivelano la posta in gioco. «La persona che ci aveva interrogati cominciò a picchiarci accusandoci di essere dei servizi segreti. Ci dissero che era loro intenzione scambiarci con loro prigionieri». Dopo il «caso Mastrogiacomo» gli occidentali sono diventati merce sempre più preziosa per i guerriglieri afghani. Il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai all’epoca disse che nessuna concessione sarebbe stata fatta in futuro ai terroristi. Una linea di fermezza condivisa dall’Italia e ribadita in questo caso. C’era poi l’aggravante che gli ostaggi erano agenti segreti e dunque nessuna trattativa sarebbe stata possibile. Proprio tenendo conto di questa situazione, il governo ha deciso di manifestare subito il proprio «assenso a un intervento militare», come ha spiegato in Parlamento in ministro della Difesa Arturo Parisi.
IL BLITZ
Quando cala la sera i prigionieri vengono portati vicino a una casa. «Non ci fecero entrare – racconta lo 007 – ma ci obbligarono a sedere per terra. La notte tornò l’uomo che ci aveva interrogati, si copriva sempre con un turbante. Ci disse che era contento perché i media avevano dato la notizia del nostro rapimento. Sapeva che eravamo militari. Restammo legati e incappucciati fino alla mattina. Anche Lorenzo fu legato. La mattina dopo, credo all’alba ci fecero camminare di nuovo, sempre incappucciati. Ci caricarono su una macchina, la stessa dove siamo stati trovati». A questo punto la banda è già stata localizzata dai servizi di intelligence. Il blitz delle forze militari occidentali scatta poco dopo. «Entrai per ultimo sul pianale della vettura – ricorda l’agente – ci coprirono con un telo. Pensavo che saremmo morti, non riuscivamo a respirare. Due ore dopo sentimmo il rumore di un elicottero. La macchina cominciò ad andare più veloce, poi si fermò all’improvviso. Sentii due spari e poi alcune raffiche sull’auto. Mi appiattii di più, cominciai a urlare, mostrai i polsi. Un inglese mi liberò dal cappuccio e mi fece sdraiare per terra. La sparatoria continuava. I sequestratori scesero e aprirono gli sportelli. Non so da dove siano arrivati gli spari, ma non dall’elicottero. Penso che i rapitori abbiano sparato sulla macchina. Sarà successo tutto in circa due minuti. Quando sono sceso e ho cominciato a camminare un inglese mi ha aiutato a salire sull’elicottero. Lorenzo fu caricato da due persone perché era gravemente ferito. Fummo portati prima all’ospedale di Farah e poi a quello inglese. Tutto il personale che ho visto era inglese, anche sull’elicottero erano inglesi».