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 2007  ottobre 04 Giovedì calendario

Vuole regolare la sua successione ed evitare liti tra i suoi figli. Per questo il 15 ottobre, all’hotel Drouot-Montaigne, Alain Delon, 71 anni, venderà all’asta una parte della sua collezione d’arte

Vuole regolare la sua successione ed evitare liti tra i suoi figli. Per questo il 15 ottobre, all’hotel Drouot-Montaigne, Alain Delon, 71 anni, venderà all’asta una parte della sua collezione d’arte. Nel suo appartamento parigino dalle pareti ormai spoglie racconta la storia di una passione mai spenta. Quando ha cominciato a collezionare arte? «Ho acquistato i miei primi disegni nel 1960. Passavo molto tempo con due amici: il gallerista, oggi in pensione, Claude Aubry. E Pierre Cornette de Saint-Cyr, il banditore d’asta. E’ così che ho acquistato un Dürer, ”Lo scarabeo”. Uno degli ultimi disegni sul mercato. L’ho sfilato a Malle. Non Luigi, il regista. Suo fratello, il banchiere. E’ stato un po’ come nel film ”L’ultimo giorno d’amore”: la differenza tra i professionisti e me, è che loro hanno un limite, io no. Hanno più denaro, ma al di là di una certa cifra si fermano. Io all’epoca ero talmente folle che ho avuto l’ultimo disegno di Dürer venduto all’asta... Doveva essere il 1969. Lavoravo molto e tutti i miei guadagni finivano nei disegni antichi. C’è chi compera automobili, chi va con le prostitute, io preferisco i quadri». Perché proprio i disegni? «Perché il disegno è il primo getto, il primo pensiero dell’artista. Ma ero veramente innamorato solo dei disegni del ”500 e ”600, non del ”700 e dell’800». Non del ”700? «Non sono abbastanza forti. Non abbastanza incisivi o intensi. Prima sì. Dopo sì. I miei primi disegni sono stati dei Lagneau. Ma la mia passione è Millet, il mio Dio in fatto di disegno. Se qualcosa mi attira, mi affascina, allora la voglio. Ho comperato per passione, mai per investimento. Anche perché ho sempre pagato - tutto - troppo». Come mai? «E’ come con una donna: la vedo, mi piace, la voglio. Compero per un colpo di fulmine». Lei ha il tempo per frequentare le case d’asta? «Non acquisto praticamente più. Adesso mi appassiono ai bronzi di animali. A Guyot, che la gente non conosce, di cui ho certamente la più bella collezione. A Rembrandt Bugatti. Oggi una sua sculturina vale 300 mila euro. Prima lo si poteva avere per niente. Mi ricordo una volta che sono andato dal gallerista Alain Lesieutre. Stava giocando a poker con gli amici. C’era una pantera di Bugatti - ce l’ho ancora - e io gli dico: ”Senti un po’, la tua pantera... Passo.... Due carte... La tua pantera, dicevo, quanto vuoi?». Mi ha detto una cifra e sono uscito con la pantera. Lui intanto continuava a giocare. C’era forse un altro ambiente, c’erano più appassionati, meno investitori, più puristi, più innamorati dell’arte». Ha collezionato con Visconti? «No, Visconti non era quello che si dice un collezionista. Era innamorato del Bronzino, aveva qualche opera, qualche quadro, ma non una vera e propria collezione. Nel cinema non conosco collezionisti, a parte Claude Berri. A casa dei registi, e ancora meno di attori e attrici, non ho mai incontrato gente che si interessasse all’arte. Ho l’impressione che destinino diversamente il loro denaro». E lei? «Dopo il disegno sono passato alla pittura. L’Ottocento. Con i miei maestri: Géricault, Delacroix, Millet, Corot. Più tardi, i ”fauves”. E dopo ancora, i pittori astratti degli Anni 50. Riopelle, Nicolas de Stael, Manessier e altri». Perché si separa dai suoi quadri? «Per motivi personali. Penso più al futuro dei miei figli che al mio. E detesto quella che si chiama ”vendita di successione”. Non posso immaginare una ”vendita Delon”, così come non posso pensare che i miei figli si sbranino per cose che passano loro sulla testa. Preferisco regolare la faccenda adesso, è più chiaro, più pulito». Pierre Cornette spera di interessarla all’arte contemporanea... «No. Non credo. Innazitutto perché non è nelle mie corde, ma soprattutto perché non ne ho più il tempo. Non ne provo il bisogno e non ne vedo la ragione. Non vedo perché oggi, alla mia età - anche se non la dimostro! - dovrei mettermi a collezionare un’arte che non amo davvero. Quando vedo Rauschenberg o tutta quella roba lì, mi scoccio». E se dopo l’asta le proponessero un bel Géricault? «Mi conosco. Ho paura di cedere. Géricault, con la sua pittura che così tanto mi corrisponde, con la sua vita ma anche con la sua morte. L’ultimo che ho acquistato è stato un ”Corrazziere a cavallo”. Ho anche un quadro unico, una coppia unita nella morte. Dipinto all’obitorio, sul tavolo. Due busti. Sublimi. Se domani mi proponessero un quadro così...». Copyright Le Monde Stampa Articolo