Vincenzo Tessandori, La Stampa 4/10/2007, 4 ottobre 2007
Quella notte sarebbe diventata sinonimo di sventura, nella vecchia Europa. Venerdì 13. C’era luna piena a metà ottobre del 1307; oggi, 700 anni dopo, sarà sabato e novilunio: impossibile la caccia all’uomo che allora permise di celebrare il processo
Quella notte sarebbe diventata sinonimo di sventura, nella vecchia Europa. Venerdì 13. C’era luna piena a metà ottobre del 1307; oggi, 700 anni dopo, sarà sabato e novilunio: impossibile la caccia all’uomo che allora permise di celebrare il processo. Jacques Vergès, avvocato francese che ha legato il suo nome ai giudizi contro i militanti del Fln algerino, difensore del terrorista Carlos «lo Sciacallo» e autore di De la stratégie judiciaire, Strategia del processo politico, e la cui vita ha ispirato il film L’avvocato del diavolo, attualmente nelle sale, ha osservato come «il bel processo dei Templari - diciamo bello come può dirsi bella una ferita - rassomiglia una partita a scacchi». Soprattutto somigliò a una farsa feroce. Venne seguito uno schema talora adottato dall’Inquisizione e divenuto metodo negli anni bui dello stalinismo: fabbricare prove di delitti tremendi che avrebbero schiacciato imputati dai quali si voleva soltanto la confessione. Dunque, consentito ogni mezzo, e il più lecito ed efficace era la tortura. Naturalmente, la sentenza è già scritta. Sette secoli più tardi, ne avremo forse la prova dalla lettura del volume sul Processus contra Templarios, basato sui verbali di allora, che sarà presentato in Vaticano, giovedì 25 prossimo, dai monsignori Raffaele Farina, archivista bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano. Difficile che alla base di un processo politico non vi siano motivi poco limpidi. E quello fu il padre di tutti i processi politici. Potere contro potere, la spada contro l’aspersorio, Filippo IV il Bello, monarca di Francia, contro Clemente V, il pontefice di Roma. Sullo sfondo di questa lotta senza quartiere, o in primo piano, i tesori accumulati dai cavalieri del Tempio, l’unico strumento che, agli occhi del re, avrebbe risolto i problemi economici della neonata burocrazia e il fatto che lui dovesse ai monaci guerrieri 300 mila fiorini, bruciati per cominciare quella guerra che sarebbe durata cent’anni contro l’Inghilterra. Alla cupidigia in Filippo si univano un sano sospetto sulla fedeltà dei Templari alla parola di Cristo e un sordo rancore perché l’ordine aveva respinto la sua domanda d’iniziazione: la decisione era stata presa perché serpeggiava fra i cavalieri la convinzione che il re volesse scalare la gerarchia per diventare Gran Maestro e allungare così le mani sulle proprietà del Tempio. Ma un altro e, forse, più serio motivo allarmava il re. Diffuso da Cipro alla Spagna, l’Ordine rappresentava una realtà trasversale alle monarchie europee, una insopportabile contraddizione dei nazionalismi, pure di quello ancor verde del regno di Francia. Certo, liberarsi dei Templari sarebbe stata un’operazione complessa. Indispensabile l’appoggio della Chiesa, ma il Papa, seppur francese e debole, non l’avrebbe concesso senza concrete ragioni. Filippo ne era consapevole e portò avanti con pazienza il suo disegno. L’occasione decisiva gliela offrì, nel 1303, Esquieu de Floryan, già priore di Montfaucon, che aveva assassinato presso Milano il governatore provinciale dell’Ordine e si era rifugiato a Parigi. Al suo arrivo, Guillaume de Nogaret, ministro del re, lo fece rinchiudere nel castello reale di Tolosa, il braccio della morte. La stessa cella ospitava tal Noffo Dei, un tipaccio arrivato dalla Toscana per rappresentare in Francia i banchieri fiorentini. Costui raccolse la confessione dell’omicidio e dei peccati di cui si sarebbero macchiati i cavalieri e capì che avrebbe potuto barattare quelle informazioni. Patteggiò. Il «pentito» raccontò ciò che il re voleva udire. Riferì che durante la cerimonia d’iniziazione ai neofiti s’imponeva di rinnegare Cristo, sputare sulla croce, baciare l’«osculum infame», il culo del Mestro, e offrirgli il corpo per i «mal protesi nervi», come disse Dante di Brunetto Latini, scaraventato nel girone dei peccatori «contro natura». Insomma, un elenco infinito di accuse raccolte poi in un cospicuo dossier dal quale i giudici del re cavarono undici capi d’imputazione fra i quali spiccavano avidità, orgoglio, sfarzo, sodomia, eresia. E idolatria: si sostenne che i cavalieri adorassero il rospo o il gatto, ma soprattutto Baphomet o Acharnoth, divinità androgina con petto di donna e ali di demonio; che provassero verso l’Islam un’attrazione fatale; che amassero fornicare pure con altri culti. Del resto, arroganza ed eccessi avevano guadagnato loro pessima fama, proverbiale l’espressione: «Bibere templariter», «tracannare come un templare». In realtà il detto era: «Bere come un vetraio», ma fu adattato alla bisogna. Il 14 settembre 1307 il tempo sembrò maturo e, in segreto, fu spiccato l’ordine di cattura collettivo. Ma per eseguirlo, bisognava attendere il momento propizio. Che arrivò il 12 ottobre, ai solenni funerali, a Parigi, della cognata del re, Caterina di Courtenay. Con pacata e ostentata benevolenza il sovrano accolse Jacques de Molay, Gran Maestro del Tempio e inviato del papa. All’indomani, il blitz. Alla medesima ora, in ogni angolo del regno, le guardie reali snidarono i cavalieri, 150 nella sola Parigi, anche de Molay in ceppi. Poi la caccia si era allargata a tutta Europa e fu la fine dei Templari, ma non della loro leggenda. Per tenersi coperte le spalle Filippo aveva proclamato di aver ascoltato «le suppliche del nostro beneamato in Nostro Signore, Guillaume de Paris». Che era il grande inquisitore di Francia. Sottoposti a ogni tipo di tortura, compresa quella delle tenaglie arroventate, molti confessarono l’inconfessabile e solo in quattro, nella capitale, si proclamarono innocenti. Chi ammetteva la colpa, avrebbe avuto salva la vita; se ritrattava, finiva sul rogo. Anche il Gran Maestro del Tempio, robusto combattente e mediocre teologo, si scoprì impreparato e debole di fronte alla valanga delle accuse e, dieci giorni dopo l’arresto, il 24 ottobre, raccontò ai giudici la sua iniziazione, avvenuta 42 anni prima, quando lui ne aveva 22. «Quand’ebbi fatto ogni sorta di promesse sulle osservanze e gli statuti dell’Ordine, mi venne imposto il mantello. Fratello Humbert fece poi portare una croce di bronzo su cui si trovava l’immagine del Crocifisso e m’ingiunse di rinnegare Cristo, raffigurato su quella croce. Sebbene con rammarico, lo feci. Infine fratello Humbert m’invitò a sputare sulla Croce, ma io sputai per terra». L’indomani, davanti ai professori e agli studenti dell’università di Parigi, il prigioniero confermò la confessione. Sopravvisse a sette anni di tormenti, ma il 18 marzo 1314 l’ultimo Gran Maestro, decise di non poter più mentire e rivendicò l’innocenza dei Templari. Con lui ritrattò anche Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia: entrambi finirono sul rogo. « quello il giorno che noi ricordiamo», dice Stelio Venceslai, gran Priore d’Italia, un templare dei giorni nostri. Ciò che vorrebbe dimenticare, invece, è quella notte.