Marco Zatterin, la Repubblica 4/10/2007, 4 ottobre 2007
Bisognerà vederla dal cielo e, con l’aria milionaria che tira, troveranno un modo per fare anche questo
Bisognerà vederla dal cielo e, con l’aria milionaria che tira, troveranno un modo per fare anche questo. Caricheranno i turisti su una qualche diavoleria volante e li porteranno lassù per godersi lo spettacolo dell’Isola che non c’era. Dal cielo potranno inseguire le morbide curve della costa di Sochi sino al punto in cui un magro viadotto collega la terraferma al più incredibile degli arcipelaghi. Una nuova Venezia, una piattaforma artificiale di lusso, rubata al Mar Nero e disegnata per riprodurre il profilo geografico della Federazione Russa: lo stadio coperto all’altezza di Mosca, il porto scavato sul confine orientale con la Cina, case persino nella lingua sottile che ripropone le contese Curili. Tutto intorno, un magro semicerchio di arena a uso balneare che sigilla la laguna e rafforza la similitudine di questo progetto visionario con i fasti perduti della Serenissima. Si farà nel 2014, lo ha promesso Vladimir Putin. Dovrà essere il fiore all’occhiello delle Olimpiadi Invernali che Sochi s’è aggiudicata in estate, celebrerà la capitale ex sovietica delle vacanze, una delle località più amate da Stalin che qui si ritirava in cerca di riposo. La missione è seminare meraviglie, come un’altra Babilonia sarà la rappresentazione del rinato orgoglio economico russo. Dovrà saper stupire. Dote che l’architetto a cui è stato affidata la commessa, Erick van Egeraat, un olandese dalla fronte alta e lo sguardo profondo, ha chiaramente nei cromosomi. E’ nato ad Amsterdam, ha 51 anni. Per temperamento van Egeraat costruisce palazzi senza contorni precisi che paiono essersi materializzati da una fotografia sfocata. E’ un tipo che sorprende per le scelte, adora sfidare l’avanguardia. Le sue case ricordano i quadri del connazionale Piet Mondrian. Paiono residenze concepite da fumettisti belgi, oppure delle opere barocco futuriste, o tutte e due le cose assieme, visto che la sua fantasia non sembra avere briglie. I russi lo adorano per questo, è uno che lavora sodo e non si ferma davanti a nulla. Da poco s’è aggiudicato il progetto per la biblioteca nazionale del Tatarstan. Qui ha immaginato due torri gemelle che sembrano una foresta di betulle, piegate come il paesaggio circostante; l’interno è concepito come un sentiero in salita all’interno di un parco, un ponte metaforico fra l’interno e l’esterno. Per l’uomo che disegna le case come alberi la «Federation Island» è la sfida che supera ogni sfida. Ragionando su un budget iniziale da 10 miliardi di dollari di capitale privato russo e no, van Egeraat immagina un mondo intero e dà forma allo spirito che ha animato Sid Meier nel programmare Civilization, uno dei videogame più giocati della storia. «Questa cosa mi fa paura, è come essere Dio!», ha scritto qualcuno su un blog di design inglese. Il diretto interessato non la vede allo stesso modo. Coi partner si è votato a coniugare l’esperienza personale del design e la tradizione tecnica olandese. «Non abbiamo pari nel reclamare la terra dal mare», assicura l’architetto: «Ciò rende uniche le nostre capacità». Sochi vanta già l’insolito primato di essere la più lunga città d’Europa, sdraiata com’è su oltre 145 chilometri di costa. Ha un clima mite e con caratteristiche subtropicali. Le spiagge sono parecchio richieste durante la bella stagione eppure si trova a pochi chilometri dei rilevi montuosi del Caucaso, cosa che farà dei giochi Olimpici del 2014, un’insolita competizione invernale con il centro in una stazione balneare che, vuole il caso, è gemellata con Rimini. Il presidente Putin ha una dacia su quella costa, molto amata anche da diversi oligarchi russi. Nel presentare la candidatura di Sochi Putin ha tenuto un rarissimo discorso in inglese in cui ha assicurato che la neve cadrà abbondante sugli atleti dei cinque cerchi, promessa di cui difficilmente gli sarà chiesto conto fra sette anni. Anche se qualche settimana fa, alla domanda se fosse tentato di ricandidarsi alla presidenza nel 2012 per il gusto di inaugurare i Giochi di Sochi, non se l’è sentita di escludere questa possibilità. L’arcipelago della Federazione sarà simbolo di una Nuova Era. Il progetto si svolge in 3,3 milioni di metri quadrati, sui quali saranno distribuiti edifici residenziali a cinque stelle, hotel da nababbi, negozi, spazi per la cultura e il tempo libero. Oltre a avere la forma della grande Russia, ne riproporrà le principali fisionomie geografiche. Così la rete fluviale servirà da modello per i fiumi artificiali, mentre i monti del continente bianco ne ispireranno l’orografia. I corsi d’acqua sfoceranno in due porti turistici, incorniciati da chiese, centri sportivi e congressi, tutti buoni per il fisico, lo spirito e il portafogli, oltre che per l’ambiente: secondo Putin la creazione dell’arcipelago avrà un effetto positivo sul clima umido della regione. L’idea è che le correnti girino intorno alle lunghe spiagge comparse dal nulla mentre il vento potrà giostrare fra le palazzine quadrate di van Egeraat. E’ il suo stile. E’ mollemente spigoloso. Gli piace lavorare con le scatole da scarpe. Le prende, le perfora, le deforma, le piega. Anche la biblioteca del Tatarstan sembra una scatola da scarpe alberata, come il Dock Sud di Copenaghen. A Mosca ha costruito una serie di edifici che ricordano un mazzo di carte trasformato in una scatola da scarpe e tappezzato di ritagli di Mondrian. Che effetto farà questo nel cuore del Mar Nero è difficile, nonché prematuro, immaginarlo. Sarà strano. Oltraggioso. Il progetto promette di andare oltre qualunque cosa vista sinora, ma lascia con una curiosità. La simulazione computerizzata dell’architetto olandese è affollata di motoscafi da «nouveaux riches» mentre le spiagge sono deserte e non si vede un’anima in giro. Un vezzo d’artista o una premonizione? Forse solo una svista. Quando hanno scattato l’immagine (immaginaria) digitale dell’Isola che non c’era, tutti erano su, sulla macchina volante, a guardare rapiti l’incredibile paesaggio sottostante. La foto deve averli lasciati fuori per un nulla.