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 2007  ottobre 05 Venerdì calendario

CORRIERE DELLA SERA, 5/10/2007

VIRGINIA PICCOLILLO
ROMA – «Bamboccioni fuori di casa». Voleva vantare le lodi di quella misura a favore dei giovani contenuta nella manovra: 1.000 euro l’anno di sgravi fiscali sugli affitti per ventenni e trentenni. Ma a causa di quella battuta è riuscito a far indignare i giovani e ad attirare su di sé critiche da entrambi i poli: «termine ingeneroso», «gaffe ».
La battuta il ministro Tommaso Padoa-Schioppa la pronuncia nel corso dell’audizione nelle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato, per illustrare la Finanziaria. Parla di quel bonus fiscale per la casa e scherza: «Una misura interessante e importante per i giovani è quella che serve a mandare, quelli che io chiamo i bamboccioni, fuori di casa. Un’ incentivazione a farli uscire visto che restano a casa fino a età inverosimili, non diventano autonomi, non si sposano mai».
Azione Giovani chiama il ministro «nonno» e gli replica: «Forse se a 70 anni si andasse in pensione, liberando posti di lavoro prestigiosi, l’uscita di casa potrebbe essere anticipata senza incentivi». Giorgia Meloni, trentenne vicepresidente della Camera di An, ricorda al ministro che «ai bamboccioni è stato tolto financo il fondo di garanzia per l’accesso al credito sull’acquisto per la prima casa. Quindi i bamboccioni sono in realtà le vittime di una politica che non dà risposte sulla precarietà, sulla casa, sulla scuola e sull’università e condanna una intera generazione a lavorare a vita per pagare la pensione a qualcun altro».
«Invece di offenderli con epiteti degni della sua faccia ridicola, il ministro dell’Economia farebbe bene ad aiutare i nostri giovani. Non è con le mancette di fine anno che si risolve » attacca Isabella Bertolini (FI). Critiche anche dalla maggioranza. Parla di «assurda gaffe » iltrentatreenne Francesco Caruso (Prc): «Basterebbe che il ministro Padoa-Schioppa leggesse i dati Istat 2006 che parlano di 7 milioni e mezzo di indigenti in Italia per capire che ci troviamo dinanzi ad una generazione non certo di bamboccioni, ma di disoccupati e precari che non riescono ad arrivare a fine mese, strozzati tra gli aumenti dei prezzi, gli speculatori immobiliari, le banche che non concedono mutui e i padroni che li sbattono in mezzo alla strada da un giorno all’altro». «Per questo – conclude il deputato no global Prc – non bastano gli aiuti per gli affitti, ma ci vuole il reddito sociale garantito ». Dura anche Manuela Palermi (Pdci): «Quando il ministro sarà riuscito a trasformare l’Italia in un Paese dove le banche concedono mutui anche ai lavoratori precari» e possono «rateizzare gli acquisti, allora forse cercheremo di capire se dietro quel suo bamboccioni ci sia una fine analisi sociologica. Oggi è solo un infelice epiteto».
Dalla parte del ministro si schiera invece Giovanna Melandri, che invita a guardare oltre: «Non sarà certo una parola, forse ingenerosa, nei confronti dei giovani a cancellare il valore di queste scelte. Ai giovani italiani questo governo non offre né mance, né paghette, ma strumenti concreti e soldi per costruirsi da soli ed autonomamente il proprio futuro».

20,7 LA PERCENTUALE delle famiglie italiane nelle quali vivono figli che hanno un’età superiore ai 25 anni. Questa percentuale si è alzata in modo sensibile negli ultimi anni: nel 1995, infatti, le famiglie nelle quali viveva almeno un figlio con più di 25 anni erano il 14,3 per cento del totale

36,5 LA PERCENTUALE degli uomini italiani che hanno più di 30 anni, non hanno lasciato la casa dei genitori e non hanno intenzione di farlo nel breve periodo. Una percentuale, secondo Eurispes, che è più che raddoppiata negli ultimi anni.
Erano, infatti, il 14 per cento nel 1994

18,1 LA PERCENTUALE delle donne italiane trentenni che vivono ancora in casa con i genitori. Ma nel caso delle figlie, a differenza dei figli maschi, la tendenza è alla diminuzione e non all’aumento. Nel 1994, infatti, le donne di 30 anni ancora con mamma e papà erano il 27 per cento

SPAGNA Il governo ha appena deciso un contributo per l’affitto di 210 euro al mese per quattro anni rivolto a tutti i giovani tra i 22 e i 30 anni.

FRANCIA Aiuti per studenti, anche se sposati o conviventi, per pagare l’affitto, sia per chi ha una borsa di studio, sia per chi non ce l’ha: fino a 5.500 euro l’anno


GERMANIA Per le giovani coppie che vogliono mettere su casa, c’è il «Kindergeld»: assegno mensile per ogni figlio (154 euro per i primi tre, 179 dal quarto). Previsti anche sussidi di disoccupazione e sociali


MARIA LUISA AGNESE
Con sorprendente piglio immaginifico il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha sfidato il sociologo Giuseppe De Rita sul piano dell’innovazione linguistica e si è candidato a nuovo cantore della società.
Il suo «bamboccioni» riferito agli italici ragazzi che vogliono prolungare l’adolescenza e vivere senza rischi e senza affanni, mette a fuoco quella dolce malattia della gioventù che non vuole entrare nell’età adulta e rimane felice e precaria abitatrice delle case di famiglia fino a trent’anni e passa. Il termine scelto dal ministro è sicuramente crudo e brutale, un po’ da preside asburgico quale Padoa- Schioppa non teme di proporsi, e ha suscitato risentite e prevedibili lamentele. Ma, pur nella sua sinteticità, rende bene l’idea di questa generazione vissuta nella bambagia un po’ per naturale vocazione personale (e a chi non piacerebbe continuare a vivere a casa, trovare tutto stirato e pronto, avere una cameretta tutta per sé e all’occorrenza per la fidanzata, l’auto alla porta, e tutto pagato o quasi: anche a noi!), ma un po’ anche per naturale vocazione italiana. Sì, perché il nostro è il Paese dell’adolescenza ad honorem, dove restare giovani e pretendere di godersela rappresenta un fatto naturale, facilitato dalla nostra storia, dalla nostra psicologia, dal nostro habitat.
Si può dire che il fenomeno non è ormai più solo italiano, che all’estero ci stanno seguendo, basta pensare al successo in Francia del film Tanguy (2001), interpretato da Eric Berger che ha per protagonista un fanciullone di 28 anni brillante e secchione che non accenna a lasciare la casa dei genitori. E che anche nei Paesi anglosassoni si affacciano sulla scena sociale le generazioni viziate. Ma da noi di più, tutto avviene in modo più estremo e più godibile. Siamo il Paese edonista e godereccio, dove ci si innamora sempre come la prima volta, e dunque rassegniamoci perché questo modo di essere corrisponde a una profonda vocazione simbolica della società italiana.
E invece no, avverte Padoa-Schioppa, e dando la sua sveglia ai bamboccioni dice: Attenzione, perché la precarizzazione organizzata della gioventù rappresenta un ingombro grosso, un macigno lanciato sulla strada della modernità, e se i giovani non si danno una smossa, se non se ne vanno di casa e diventano autonomi, non ci sarà mai rinnovamento e l’Italia sarà sempre più Paese bloccato e marginale. E mai normale.
Ma è davvero così lineare l’idea di modernità come la vede il ministro? O in tempi complessi anche questa idea scivola verso interpretazioni più fluide e composite? E qui ci vuole proprio De Rita per sciogliere il dilemma: questi giovani adolescenti italiani, sostiene il fondatore del Censis, sono molto interessanti proprio perché stanno sperimentando nuovi modi di vivere. «Con i loro comportamenti non rappresentano un banale ritorno alla vita patriarcale, ma inventano una vita da single che si muove su una scacchiera articolata e tutti i loro modi di essere (amori light, vita in famiglia, precarietà prolungata) sono in sintonia con una società che si modula su variabili multiple».
Perché la modernità sta proprio nella diversità dei comportamenti, è ancora qualcosa di non ben afferrabile e non ha ancora un suo Padoa-Schioppa a definirla. Nell’attesa, una certezza rimane: se continuano a sbandierare il loro orgoglio precario, con che diritto questi giovani possono poi lagnarsi e continuare a fare proclami contro i cinquantenni che non vogliono mollare?


GIANNA FREGONARA
ROMA – «Davvero, ha detto bamboccioni?
».
Davvero.
«Se è così, mi sembra un atteggiamento paternalistico...».
Un rimbrotto?
«Un rimprovero di un genitore che al figlio pigro dice: "Datti una moss a". Sinceramente la trovo un’espressione un po’ triste, che si può perdonare ad una persona anziana che non conosce la realtà».
Sta dando del vecchio al ministro dell’Economia, si rende conto?
«Diciamo che questa volta ha pisciato fuori dal vaso...».
Non esageriamo è pur sempre una battuta.
«Non saprei che altro dire».
La trova offensiva?
«Bamboccioni è una definizione che si può sentire da una persona che non ha ben chiaro quali sono oggi le condizioni del lavoro per i giovani. Dire che i precari sono tali per colpa loro è troppo comodo, vuol dire scaricarsi la coscienza».
Aldo Nove (foto a destra) è stupito e anche un po’ irritato. Lo scrittore di Varese, ex cannibale oggi quarantenne, sui precari ha scritto un libro inchiesta «Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese»: una serie di ritratti del sogno perduto di una generazione alla quale è vietato di crescere. C’è l’avvocato che si mantiene facendo il cameriere, chi resta stagista a vita e persino la storia di un pastore a contratto. Tutti racconti veri, tutte storie normali.
Aldo Nove, lei è mai stato un bamboccione viziato?
«Sono stato costretto a trovare in fretta la mia strada da solo».
E il precario l’ha fatto anche lei, agli inizi?
«Io sono ancora precario».
Un precario di successo, forse gli sgravi per l’affitto a lei non serviranno.
«Riconosco i privilegi che ho, non me lo nascondo».
Eppure?
«Mi sento precario, perché un conto è il nome e un altro è l’uomo. Il nome è fortunatamente di moda, e va bene. Ma con la velocità del mondo d’oggi, le cose possono cambiare in fretta, e anch’io sono uno che non avendo avuto un capitale di partenza è rimasto precario. E forse lo sarò per sempre».
Cioè solo i figli di papà non sono precari?
«Senza un capitale iniziale, un aiuto economico dei genitori, oggi i giovani non ce la possono fare da soli, sono la prima generazione nel dopoguerra più povera dei propri padri. E così sono costretti ad essere ragazzi a quaranta o cinquant’anni, perché le condizioni di accesso al mondo del lavoro sono proibitive. Niente certezze, niente casa, niente figli».
E si resta a casa. Bamboccioni a parte condivide l’idea del governo di detrarre una parte dell’affitto ai giovani?
«Bisogna vedere il contesto del provvedimento. Ma c’è qualcuno che può credere che i giovani stiano a casa con i genitori perché gli piace? O sarà forse che così facendo risparmiano – parlo di Milano – quegli 800 euro di affitto che li affamerebbero?
».
Bamboccioni per sopravvivere, non come il famoso Tanguy del film francese di qualche anno fa.
«Esatto, primum vivere, anche a casa dei genitori. Quando ho presentato il mio libro-inchiesta in tv da Giuliano Ferrara c’era in collegamento un europarlamentare della Lega che sosteneva che sono i giovani che non si danno da fare, che la colpa è loro».
E lei che cosa gli ha detto?
«Pensare una cosa del genere oggi vuol dire non conoscere il mondo del lavoro, le condizioni proibitive in cui i giovani sono costretti a muoversi, anche quelli bravi. Solo al vecchio nonno si possono perdonare pensieri del genere».
Nessuna responsabilità dei giovani?
«L’affitto di un appartamento trent’anni fa costava un quarto dello stipendio di un operaio. Oggi costa più dello stipendio di un giovane precario. C’è altro da dire?».