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 2007  ottobre 04 Giovedì calendario

«Sta per arrivare!», grida qualcuno. Passa zar Putin, tra poco. D´improvviso cala il silenzio sull´elegante Kutuzovski prospekt, un tempo la strada della nomenklatura sovietica oggi il vialone più trafficato di Mosca

«Sta per arrivare!», grida qualcuno. Passa zar Putin, tra poco. D´improvviso cala il silenzio sull´elegante Kutuzovski prospekt, un tempo la strada della nomenklatura sovietica oggi il vialone più trafficato di Mosca. Spariscono auto e bus dalle dodici corsie, anche dalla tredicesima, quella centrale destinata alla polizia e alle auto blu. Come la scena d´un film muto. Sono quasi le dieci del mattino. L´incantesimo dura poco. Una velocissima Bmw della polizia precede di dieci secondi la formazione a tridente raddoppiato di altre cinque vetture della Militsija. Quasi a ridosso, tre gipponi Mercedes. Putin è dentro uno di quei tre fuoristrada. Legge: giornali, appunti, informative. Il programma del 3 ottobre è particolarmente fitto. Il presidente russo deve preparare la trasferta di oggi a Novosibirsk, dove incontrerà al quarto Forum delle regioni "confinanti" i loro dirigenti e il presidente del Kazakistan, per rivitalizzare «l´alleanza energetica» tra i due Paesi. Un appuntamento importante anche sotto il profilo politico: serve a cementare i rapporti «periferici» e a dimostrare un´attitudine "costruttiva" del Cremlino nei confronti di questi territori remoti. Nella cartellina scura che si porta sempre appresso, Putin stamani ci ha infilato il dossier sul Tagikistan, perché è lì che deve andare in visita ufficiale dal 5 al 7 ottobre. E quello francese, perché il 9 arriva Nicolas Sarkozy. Parigi ha negli ultimi tempi criticato Mosca perché c´è sempre meno libertà e sempre più regime. Sfrecciano a centocinquanta all´ora, Putin e i suoi. Il presidente ottimizza ogni istante: retaggio della sua antica professione di "uomo dell´ombra", quand´era tenente colonnello del Kgb. Dice Dmitri Peskov, primo vicesegretario per la stampa, che la sua giornata è divisa «in quarti». Quando lascia la sua dacia di Novo-Ogariovo sull´autostrada Rubljovo-Uspenskoe, per raggiungere l´ufficio presidenziale del Cremlino, «il primo quarto sta per concludersi». In sicurezza, una delle sue ossessioni. Dietro i tre gipponi, a protezione, seguono altre due auto della polizia. Una terza, distante trecento metri, chiude il gruppo. Il passaggio è fulmineo, quasi un´apparizione. Dicono suscitasse la stessa impressione il corteo dello zar, le volte che la carrozza imperiale e la guardia a cavallo irrompevano al galoppo, in una nuvola di polvere che restava sospesa nell´aria. Putin, intanto, sta per arrivare al Cremlino. L´apertura del portone d´ingresso scandisce l´inizio del secondo "quarto". Quello delle formalità istituzionali. Al palazzo dell´ex Senato zarista. Sede dell´amministrazione presidenziale. Ma soprattutto scudo e cinghia di trasmissione del potere putiniano. Cuore del "sistema", nel cuore della capitale. Infatti, oltre al vecchio Senato e alla torre Spassiaja, occupa un intero quartiere, strada facendo dal Cremlino alla tenebrosa Lubianka, tra la Staria Ploshad e via Iljinka, proprio negli stessi locali che furono del Comitato Centrale del Pcus. Duemila impiegati, un organo centralizzato e ramificato in una ventina di uffici e dipartimenti, consiglio di sicurezza compreso. Al vertice, dal 14 novembre del 2005, il direttore centrale Serghej Sobjanin, ex governatore della regione petrolifera di Tjumen. Due i vice. Uno è Vladislav Surkov, l´eminenza grigia dello staff di Putin, il suo ideologo. Il coautore dei concetti basilari di «democrazia sovrana», di «verticale del potere» che ha centralizzato la Federazione Russa raggruppando le 89 entità federali in sette distretti amministrativi governati da rappresentanti nominati direttamente da Putin, ai quali sono concessi «prerogative estese».  qui che si forgia lo «Stato forte» predicato da Putin e dal suo «gruppo di Pietroburgo», o, come scrive la rivista Kommersant Vlast, i «cekisti di Piter». L´altro vicedirettore, Igor Secin, è l´elemento chiave, «l´eminenza grigia dei quadri». Il garante della lealtà. Eredità operativa dei servizi, da cui proviene gran parte dell´entourage di Putin. Sotto la direzione ci stanno 8 consiglieri, ultrafedeli di Putin. Come Serghej Prikhodko, che si occupa di politica estera. Come Igor Shuvalov, giovane e abile, lo sherpa di Putin all´ultimo G8 di Rostock. O Serghej Jastrzhembskij, esperto di rapporti con l´Unione Europea. Zhakhan Pollyeva, la speech-writer. Viktor Ivanov, uno dei leader del gruppo di Pietroburgo, potentissimo perché gestisce i rapporti coi "siloviki", gli ex del complesso militare-industriale, dello spionaggio e della polizia. Un altro pilastro è «il volto di Putin in pubblico», ossia Aleksej Gromov, il portavoce del Cremlino, mentre Igor Scjogolev è il capo del protocollo. Una macchina ben oliata. Putin ne è orgoglioso. Come è orgoglioso del telegramma spedito alle 9 e un quarto. Lo ha scritto in tedesco, lingua che padroneggia (il Kgb l´aveva dislocato a Dresda). Indirizzato ad Angela Merkel e al presidente tedesco per la ricorrenza del 9 ottobre, la sera in cui cadde il Muro di Berlino. Putin auspica «un attivo dialogo politico», per permettere «di apportare un notevole contributo nello sviluppo paneuropeo e globale». il suo viatico per Wiesbaden, dove lo attendono le consultazioni bilaterali. Dove rilanciare «la stretta interazione reciproca negli affari regionali e internazionali» che «servirà a costruire un´Europa unica e prospera, un assetto mondiale sicuro e giusto». Parole, nell´ottica del principio putiniano di un «mondo multipolare». Putin sale lo scalone principesco del Senato zarista, s´installa nel suo ufficio dominato da una splendida boiserie di quercia siberiana. Alle spalle dello scrittoio, lo stemma imperiale con l´aquila bicipite. Sulla scrivania, a destra il computer. E quattro telefoni bianchi Vertushka che sin dai tempi di Lenin garantiscono l´immediata reperibilità del premier (oggi il vecchio amico Zubkov), dei ministri, e dei più alti funzionari dello Stato. Una lampada in stile fine Ottocento, un servizio da scrivania in malachite verde degli Urali, un orologio verticale, un portapenne: ordine e sobrietà. Affiancato alla scrivania, un tavolino per i cancellieri, e due block notes pronti per l´uso. Più in là, un lungo tavolo per le riunioni coi collaboratori più stretti. Sei sedie stile Impero più quella di Putin a capotavola. qui che riceve, alle 14 e 30 - sta per cominciare il terzo "quarto" - Vjaceslav Lebedev, il presidente della Corte Suprema, uno che non fa parte della "squadra" ma è ben disposto nei confronti di Putin. Discutono se è «ragionevole» concedere ai tribunali di giurisdizione generale la competenza per esaminare alcune questioni inerenti la Corte europea dei diritti umani, per via dei danni causati dalle strutture statali al cittadino russo. Il fotografo immortala l´incontro. Nemmeno ventiquattro ore prima, lì c´era il grande regista Jurij Ljubimov, fondatore del teatro "ribelle" Taganka. Lo zar ci tiene a mostrarsi buon sovrano. Magnanimo anche con i dissidenti. Almeno, quelli che non graffiano più. Ne parlerà, a cena, con Ljudmila, da sempre la numero uno dei suoi consiglieri. Il quarto "quarto" non può prescindere da lei.