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 2007  ottobre 04 Giovedì calendario

La Cina gode di misera fama sul fronte dei diritti umani. Tutti lo sanno. una verità additata, più e più volte, da dissidenti, attivisti dei diritti umani, giornalisti, giuristi e sindacalisti cinesi, nonché da alcuni politici occidentali, quasi sempre senza alcun effetto

La Cina gode di misera fama sul fronte dei diritti umani. Tutti lo sanno. una verità additata, più e più volte, da dissidenti, attivisti dei diritti umani, giornalisti, giuristi e sindacalisti cinesi, nonché da alcuni politici occidentali, quasi sempre senza alcun effetto. La Cina è troppo potente. Gli interessi economici prevalgono. Potrà l’Olimpiade dell’anno venturo segnare un cambiamento? Gli attivisti hanno incassato una notevole vittoria, e questo nulla ha a che vedere con le condizioni all’interno del Paese. Mia Farrow è riuscita a mettere in imbarazzo sia il governo di Pechino, sia Steven Spielberg, curatore della cerimonia di apertura dell’Olimpiade, suggerendo che i finanziamenti cinesi al governo sudanese diano man forte al genocidio in Darfur. E l’allusione ai «Giochi del Genocidio», sfoderata dalla Farrow sul Wall Street Journal, ha particolarmente irritato i cinesi. Spielberg, cui piace farsi promotore dell’«amicizia tra le nazioni», si è affrettato ad ammonire questi ultimi sulle atrocità del genocidio. E, con altrettanta sollecitudine, il governo di Pechino ha appoggiato la mozione Onu sull’invio di truppe di peacekeeping in Darfur. Potranno tali pressioni favorire anche un miglioramento delle condizioni interne al Paese? Esistono buone ragioni per dubitarne. Dopo tutto, gli organizzatori di eventi sportivi internazionali e i leader autoritari hanno almeno una caratteristica in comune: vorrebbero indurci a credere che sport e politica siano due cose ben distinte. Ciò è vero soprattutto nel caso dei Giochi olimpici. Invece della politica, o forse come suo surrogato, i dirigenti del Partito comunista cinese e del Comitato olimpico internazionale (Coi) preferiscono strombazzare slogan magnanimi e inneggianti alla pace e alla fratellanza tra le nazioni. A ben vedere, così è sempre stato. Si sposano perfettamente due tradizioni, a Pechino. Se il barone Pierre de Coubertin, sorta di nobile boy-scout, fondò nel 1894 i moderni Giochi olimpici, fu anche perché sentiva che i francesi, dopo la sconfitta subita nella Guerra contro la Prussia, avevano bisogno di uno stimolo per recuperare la propria virilità. Come la maggior parte degli aristocratici del suo tempo, Coubertin non era un grande sostenitore della politica democratica. Prediligeva parate, marce, adunate, spettacoli di massa, incontri e competizioni sportive mondiali quali strumenti per promuovere non soltanto un sano patriottismo, ma anche la pace e l’amicizia tra le nazioni. La politica, almeno quella democratica, era considerata dagli aristocratici sportivi, qual era il buon barone, un elemento di divisione, nonché una minaccia all’ordine e alla pace. Già molto tempo prima dell’ascesa al potere dei comunisti, o meglio dei nuovi Giochi del barone de Coubertin, le autorità cinesi sbandieravano abitualmente i loro slogan per indurre all’obbedienza e all’unità. Anche queste ultime covavano una paura morbosa del disordine e, di conseguenza, di un’eccessiva libertà nelle mani della gente comune. L’unica differenza è che i tradizionali slogan confuciani sono stati sostituiti da quelli del moderno comunismo o nazionalismo. In Cina, le esortazioni morali e i movimenti ufficiali volti a rafforzare la nazione sotto il Partito comunista vengono spacciati per partecipazione politica. Nel mondo reale, naturalmente, lo sport ha spesso una forte valenza politica. L’Olimpiade del 1936 nella Berlino di Hitler, aveva lo scopo di esaltare le credenziali del regime nazista in patria e all’estero. Tutti i politici, anche di stampo democratico, amano ingigantire le proprie credenziali ricoprendosi delle glorie degli eroi nazionali dello sport. Ma i regimi fascisti e comunisti, autentici epigoni del culto ottocentesco per gli spettacoli e le esibizioni di massa, si sono avvalsi con particolare abilità delle medaglie olimpiche per mobilitare l’entusiasmo popolare e guadagnare prestigio internazionale. Salire sul podio era tra le poche cose che la Germania Est, per dire, sapeva fare meglio di quasi tutte le democrazie. Così, quello tra la Cina e i Giochi è, a ben vedere, uno sposalizio perfetto. Forse è rimasto ben poco degli aspetti ideologici del comunismo, ma la mobilitazione e il controllo delle masse costituiscono tuttora prerogative squisitamente cinesi. A Pechino, possiamo esserne certi, verranno costruiti gli stadi più imponenti e i viali più maestosi, e allestiti gli spettacoli più sfavillanti, grandiosi e ordinati. Tanta è l’ossessione dei cinesi per ogni singolo dettaglio dei loro Giochi, che i meteorologi stanno addirittura sperimentando nuove tecniche per controllare gli eventi climatici bombardando chimicamente le nubi cariche di pioggia, che rischierebbero di guastare i programmi. Né il governo cinese, né il Coi desiderano che questioni delicate come i diritti umani, o il loro abuso, o l’indipendenza del Taiwan o del Tibet, o ancora tutto ciò che potrebbe scompaginare il ruolino di marcia dell’Olimpiade, interferiscano con lo sport. Nel 2001, il Coi formulò una valutazione sulle varie città candidate a ospitare i Giochi. Un rapporto analizza con dovizia di dettagli condizioni climatiche, infrastrutture, condizioni finanziarie e così via, ma i diritti umani non vengono contemplati nemmeno come potenziale problema. Ciò che, si diceva, è nello spirito sia del barone de Coubertin, sia del governo cinese. Quel che tutti si chiedono è: riusciranno gli organizzatori a farla franca? Per la prima volta nella storia della Repubblica popolare cinese, migliaia di giornalisti provenienti da tutto il mondo passeranno al setaccio ogni angolo della capitale. Soltanto pochi di loro, forse, hanno a cuore i diritti umani dei cittadini cinesi; quei pochi, però, potrebbero sollevare un polverone. Sicuramente, qualche giornalista impavido, una volta giunto in Cina, scriverà di dissidenti arrestati, gente cacciata dalle proprie abitazioni per fare spazio a nuovi stadi e viali più maestosi, e del fatto che ogni cinese che osa protestare viene incarcerato chissà dove, purché lontano dai riflettori. Tutti nodi di cruciale importanza, e forse più calzanti delle tattiche politiche cinesi in Sudan. Ma servirà a qualcosa? E Pechino, darà importanza a tutto ciò? Probabilmente no. A Pechino importa soprattutto non ciò che gli altri Paesi scrivono sui loro giornali, ma quel che i cinesi dicono o fanno in Cina. Tutto ciò verrà sottoposto a controlli strettissimi. Gli articoli o i programmi televisivi stranieri meno che benevoli verso il regime subiranno la censura in Cina; non soltanto nelle edicole, ma anche sul Web. I giornalisti stranieri non saranno arrestati per quel che scrivono, ma per i loro collaboratori cinesi il rischio è altissimo. Pechino dà grande importanza anche ai Giochi in sé. Si vuole che tutto riesca alla perfezione, cosicché la Cina possa essere ammirata quale Paese moderno, potente, disciplinato; un Paese che dà importanza alla pace, all’amicizia e compagnia bella. E poiché quasi tutti coloro che sono coinvolti nei Giochi – i tifosi, il Coi, i dignitari stranieri, ma anche Steven Spielberg – desiderano altrettanto, con ogni probabilità gli auspici di Pechino saranno esauditi. Traduzione di Enrico Del Sero Il regista americano spera che i Giochi aprano nuovi spazi di libertà Ma dietro la facciata offerta agli stranieri difficilmente cambierà qualcosa