Rita Fatiguso, Il Sole-24 Ore 3/10/2007, pagina 17., 3 ottobre 2007
Il Sole-24 Ore, mercoledì 3 ottobre Le tartarughe marine non sempre tornano alla spiaggia in cui sono nate
Il Sole-24 Ore, mercoledì 3 ottobre Le tartarughe marine non sempre tornano alla spiaggia in cui sono nate. «Missione ritorno» è il piano del Governo di Varsavia annunciato ieri per incentivare il rientro in patria delle sue "tartarughe", 1,2 milioni di polacchi emigrati, giovani e iperqualificati, utili come il pane in un Paese in pieno boom economico. La Polonia stima i costi del drenaggio di talenti brain drain subìto in 45 punti di Pil in meno in un decennio; a Varsavia è tempo di brain back, di riportarli a casa. Dopo aver inutilmente tappezzato città come Londra di offerte di lavoro, il Governo finanzierà corsi di lingua per i figli di emigrati, mentre un sito internet terrà aggiornati sulle possibilità di ritorno grazie a un ufficio di collocamento. Nelle Regioni dell’Europa e dell’Asia centrale (Eca) il brain drain, il drenaggio di cervelli, ha colpito forte. Lo dice un rapporto 2006 della World Bank, secondo il quale nel 1998-99 ben 100mila studenti dell’area Eca sono emigrati grazie a programmi di studio dell’Unesco. Di questi, 37mila nell’Europa dell’Ovest (ben 7.800 polacchi nella sola Germania), 21mila negli Stati Uniti (altre piazze favorite: la Svizzera e il Canada) di cui 2.100 rumeni e 2.400 bulgari. In definitiva, il 42% dell’emigrazione Eca dal 1990 al 2006 si è diretto nell’Europa dell’Ovest. «Bisogna arrestare il fenomeno», ha detto il premier polacco Jaroslaw Kaczynski di fronte alla scarsa voglia di tornare indietro dei suoi connazionali. Anche il Governo di Bucarest l’ha capito e ora corre ai ripari utilizzando la leva degli investimenti stranieri per riportare a casa i suoi talenti emigrati in Canada, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, dagli anni 90. Un’intera classe di tecnici, ricercatori, informatici, matematici, cruciale per la ripresa della Romania, Paese sul quale stanno piovendo 30 miliardi di euro di Fondi comunitari. Ingegneri assunti nottetempo nei boschi della Transilvania da aziende tedesche a suon di valigie zeppe di contante, universitari-turisti partiti in aereo, in treno, e mai più ritornati. «Il drenaggio, per la Romania, è appena iniziato – commenta Maurizio Mirri, settore esteri di Obiettivo lavoro, società di selezione del personale attiva all’Est – il peggio arriverà tra quattro-cinque anni». A Bucarest la sirena dei rientri ha iniziato a suonare con l’arrivo di multinazionali dell’informatica, Microsoft e Nokia in testa, appena calate nei Carpazi. I finlandesi, in particolare, hanno inaugurato un grande stabilimento nell’area di Cluj-Napoca da 60 milioni di euro, mille nuovi posti di lavoro: la prima selezione si è tenuta nel Palazzetto dello sport Horea Demian. L’area ricerca e sviluppo è a rischio, le università non bastano più. Per accontentare Nokia, il Governo ha utilizzato la procedura d’urgenza per l’esproprio dei terreni, ha negoziato direttamente come è successo con il Governo spagnolo, l’anno scorso, per i 20mila stagionali spediti a raccoglier fragole. Ma, stavolta, il patto non scritto è che si riportino a casa i talenti emigrati. «In prima linea c’è Bursa Nokia che collabora con noi dell’agenzia pubblica di collocamento - dice il direttore Daniel Don. Per 500 posti sono arrivati in 6mila, ma cerchiamo ingegneri, informatici». L’Italia ha sostenuto la ricostruzione delle regole del mercato rumeno, Gabriella Noè e Marina da Forno di Italia lavoro hanno coordinato un progetto di collaborazione che adesso dà frutti. Dicono: «In Romania, dopo tanta emigrazione, bisogna invertire la rotta». Tito Boeri, professore alla Bocconi, ha studiato a fondo il tema con la Fondazione De Benedetti: «Si torna a casa – farei questa premessa – solo se il Paese elabora strategie ad hoc per sfruttare la ripresa. Altrimenti, è dura. Sono i salari a fare la differenza» La Cina, altro caso da manuale, altro Paese in lotta per il ritorno delle sue "tartarughe". Un milione di giovani a partire dal 1978 ha lasciato il Paese per motivi di studio, finora ne sono tornati solo 275mila. Nel 2005, gli studenti all’estero erano 118.500, per il 2010 la stima è di 200mila. Nel 2005 ne sono tornati 35mila. Pechino ha iniziato a battersi e a offrire incentivi. Liu Kai è un diplomatico che ha vissuto in Europa e nei Balcani, a Pechino selezionava personale del ministero del Commercio estero da inviare nel mondo. «Una volta a casa gli stipendi calano drasticamente, nel settore pubblico, almeno. Per questo gli incentivi proposti dal Governo sono orientati, a parte facilitazioni fiscali personali per certe categorie, a favorire chi vuol aprire un’azienda nelle zone speciali». Perché, allora, nonostante il boom, i cinesi non tornano? «Uno degli ostacoli è culturale: la meritocrazia sembra lontana dal nostro metodo delle guanxi, delle relazioni amicali estese. Forse dovremmo trovare qualcos’altro per chiudere i conti con gli immigrati intellettuali». Il sistema delle fiere organizzate all’estero dai Governi ha giovato all’Irlanda delle Tigri celtiche, quando agli inizi del 2000 ha saputo attirare multinazionali come Intel, Microsoft, Nokia con benefici fiscali controbilanciati dalla creazione di ricerca e selezione del personale nelle comunità di immigrati irlandesi, diaspora da 80 milioni di persone. Poco più di vent’anni fa l’Irlanda era un Paese messo alle corde dalla disoccupazione, i giovani emigravano in Australia, Inghilterra, Stati Uniti, ovunque si potesse trovare un lavoro decente. Poi, quando l’economia ripartì, tornarono in 20mila: il Governo aveva incaricato l’Agenzia statale per gli investimenti Ida di gestire fiere per il lavoro all’estero. Tutti ci guadagnavano: chi tornava a casa con un reddito finalmente adeguato, le multinazionali che potevano contare su personale motivato, l’Irlanda stessa. Le migrazioni internazionali, specie intellettuali, sono un fenomeno in aumento: dal 3% del XX secolo, la stima è dell’Onu, si è passati cent’anni dopo al 10 per cento. Un ruolo cruciale sta nel potere di attrazione dei Paesi più sviluppati. La giostra non si ferma. Berlino ha riaperto la caccia all’ingegnere, secondo il ministro del Lavoro Franz Muntefering ne mancano 3.500. «Missione ritorno» è la risposta polacca preventiva alle sirene tedesche. Rita Fatiguso