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 2007  ottobre 03 Mercoledì calendario

In Russia non riescono a dimenticarli, soprattutto adesso che si celebra il cinquantenario dello Sputnik-1, il primo satellite lanciato il 4 ottobre 1957

In Russia non riescono a dimenticarli, soprattutto adesso che si celebra il cinquantenario dello Sputnik-1, il primo satellite lanciato il 4 ottobre 1957. L’imbarazzo è troppo grande. E, infatti, ancora in queste settimane alcuni media russi li hanno citati con fastidio per i celebri segnali registrati dalla collina torinese e poi dalle campagne di San Maurizio Canavese, dove installarono una serie di stazioni di radioascolto spaziale. Achille e Gianbattista Judica Cordiglia si divertono quando si sentono definire «I pirati dello spazio», con l’appellativo che affibbiarono loro i responsabili del programma spaziale sovietico negli Anni 60, allarmati per i segreti che divulgavano al mondo, in piena Guerra Fredda. Oltre a captare lo Sputnik, il battito del cuore della cagnetta Laika, le voci di Yuri Gagarin e di altri astronauti (compresi quelli americani dei Programmi Mercury e Gemini), raccolsero i segnali e le conversazioni di un gruppo di uomini e donne - 14 - che, secondo il duo Judica, si perse durante una serie di tragici voli «non ufficiali» e in particolare durante la fase del rientro nell’atmosfera. «Era quello il loro vero tallone... d’Achille - dice, ironizzando un po’, Achille Judica». «Ma in un’intervista da poco rilasciata da Valentina Tereskhova, la prima cosmonauta, abbiamo avuto una conferma indiretta delle nostre scoperte - sottolinea Gianbattista -. Ha raccontato che, a un certo punto, i parametri della sua astronave indicavano un progressivo allontanamento dalla Terra, poi corretto all’ultimo con i propulsori d’assetto. Anche lei ha rischiato di non rivedere mai più la Terra». Achille e Giovanni Battista, come siete riusciti tra il 1957 e il 1965 a captare così tante missioni spaziali «C’era una regione tecnica e una geografica. La prima era dovuta alle nostre antenne, tarate sui segnali dei satelliti e in grado di captare sulle onde corte anche segnali deboli. La seconda è che Torino e il Nord Italia erano in posizione strategica per l’ascolto dei veicoli spaziali sovietici: Mosca non disponeva di una rete globale per la raccolta dei dati e dopo ogni rivoluzione attorno al globo i cosmonauti, quando si trovavano sopra l’Europa, ristabilivano il collegamento con le stazioni sovietiche in VHF e UHF, scaricando i dati più significativi. Questi, così, giungevano anche alla nostra stazione». Voi siete passati alla storia per aver svelato il segreto dei numerosi cosmonauti dispersi in orbita prima e dopo il balzo di Jury Gagarin. «Il primo tentativo fu del 28 novembre 1960 (tre anni dopo lo Sputnik), confermato dal centro di Bochum, in Germania, e dalla stessa Urss, che il 2 dicembre si limitò, tuttavia, a comunicare di avere messo in orbita un satellite. Un secondo volo lo rilevammo il 2 febbraio 1961 e nella registrazione si sente il rantolo di un cosmonauta morente e il suo battito cardiaco. Il giorno dopo dall’Urss giungeva l’annuncio del lancio dello Sputnik 7 e, subito dopo, della sua distruzione. Ma le caratteristiche che rilevammo erano quelle di una navicella Vostok: il cosmonauta, probabilmente, morì a causa di un errore nel rientro». Poi, tra le tante, c’è la «controversa» missione del maggio 1961 e, quindi, dopo quella di Gagarin del 12 aprile 1961. Che cosa accadde? «Secondo i nostri rilevamenti, la missione cominciò il 16 maggio 1961 da Bajkonur, con due uomini e una donna. Al rientro, il 23 maggio, la capsula azionò i razzi frenanti ed effettuò il tuffo negli strati più densi dell’atmosfera. Ma sì verificò un errore di manovra e la navicella deviò dal ”corridoio” corretto, surriscaldandosi e bruciando come una meteora. Registrammo la voce disperata della donna nella fase finale del dramma: ”Questo il mondo non lo saprà mai!”. E infatti Mosca tacque. Quanto alla nostra registrazione, non abbiamo le risposte da Terra, poiché gli interlocutori della stazione di controllo parlavano su una diversa lunghezza d’onda per consentire un collegamento ”in duplex”, come al telefono». I sovietici cercarono di fermarvi, anche proponendovi di passare dalla loro parte. E’ così? «Ci chiamarono ”I banditi” e ”Gli schiavi dell’imperialismo Usa”, come suonava il titolo sul giornale ”Stella Rossa”, organo del ministero della Difesa. L’articolo era firmato dal generale Kamanin, responsabile dei voli umani nello spazio». Solo più tardi Mosca si decise ad ammettere alcuni fallimenti. «Sì. Accadde con la Sojuz 1 di Komarov nel 1967 e per i tre sfortunati della Sojuz 11, morti soffocati nel 1971. Ma già con lo sbarco degli americani sulla Luna, il 21 luglio 1969, la competizione Usa-Urss per lo spazio andò scemando. Mosca aveva perso la grande gara». Antonio Lo Campo