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 2007  ottobre 03 Mercoledì calendario

New York. «Sono stato testimone delle conseguenze degli eccidi perpetrati dai militari birmani, ho visto i sopravvissuti con le gambe tagliate, le orecchie mozzate, le ferite da mine esplose piene di vermi»

New York. «Sono stato testimone delle conseguenze degli eccidi perpetrati dai militari birmani, ho visto i sopravvissuti con le gambe tagliate, le orecchie mozzate, le ferite da mine esplose piene di vermi». L’attore Sylvester Stallone consegna all’Associated Press una testimonianza che sembra avvalorare l’ipotesi di massacri avvenuti in Birmania a seguito della decisione della giunta militare di porre fine alle proteste della popolazione civile. La star di Hollywood è tornata a Los Angeles dopo sei mesi di riprese lungo il fiume Salween, che separa la Thailandia dalla Birmania, per la realizzazione del suo nuovo film, «John Rambo». Percorrendo quel corso d’acqua, racconta, ha potuto vedere con i propri occhi gli effetti della feroce repressione del regime militare: «Abbiamo potuto spostarci solo lungo il fiume perché tutti i sentieri erano stati minati dai militari. Comunque dei civili in qualche maniera arrivavano ed erano in condizioni orribili». Per impedire a Stallone e alla sua équipe di avvicinarsi alla sponda birmana del fiume, «ci hanno sparato sopra la testa», ma ciò non ha impedito di scorgere civili mutilati e feriti, forse in fuga da eccidi che potrebbero essere avvenuti nella giungla, come hanno denunciato anche alcune organizzazioni non governative presenti nella regione. Poi ci sono le mine, che servono per impedire la fuga e causano ogni giorno nuove vittime. «Abbiamo visto anche elefanti mutilati dalle esplosioni» dice l’attore, 61 anni, spiegando che «sentiamo i racconti di quanto avvenuto in Vietnam e Cambogia ma quanto abbiamo visto in Birmania è di un orrore senza possibili paragoni». Ciò che colpisce della ricostruzione di Stallone è il fatto che il suo ritorno a Los Angeles sia avvenuto pochi giorni prima che in Occidente arrivassero le notizie delle proteste pacifiche dei monaci nella capitale Rangoon. Ciò lascerebbe intendere che la repressione dei civili sia iniziata assai prima, contribuendo forse a innescare la mobilitazione dei religiosi buddisti. Quanto visto lungo le sponde del fiume Salween ha impressionato Stallone al punto da spingerlo a impegnarsi per far arrivare a Los Angeles alcuni civili birmani fuggiti dalla dittatura, «al fine di far conoscere al mondo un genocidio su grande scala». Preannuncia Stallone: «Siamo di fronte a una storia terribile che deve essere raccontata e voglio farlo in un film che la rappresenterà in maniera talmente esplicita da dover essere vietato ai minori». La testimonianza dell’attore ha coinciso con il quarto e ultimo giorno della missione in Birmania dell’inviato Onu Ibrahim Gambari che, prima di ripartire, ha potuto incontrare il capo della giunta militare, Than Shwe, e i suoi generali. Poco è trapelato dall’incontro, ma Gambari è poi tornato a trovare Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione birmana che non può lasciare la propria casa, avvalorando l’ipotesi di un tentativo di spola diplomatica per favorire l’inizio di un dialogo fra la giunta e la Lega per la Democrazia, che nel 1990 vinse le elezioni ma non riuscì mai a governare a causa del successivo golpe. Gambari è ora atteso all’Onu, dove il Consiglio di Sicurezza ascolterà la sua relazione prima di prendere ulteriori iniziative. Dalla Birmania intanto continuano ad arrivare notizie di arresti e violenze. Shari Villarosa, incaricato d’affari americano, parla di «blitz notturni, dalle 2 all’alba, con detenzioni per seminare la paura e intimidazioni per conservare il potere, che spingono la gente a restare lontano dalle strade». Alcuni siti web birmani parlano di monaci imprigionati in gabbie a Nord della capitale. Per la giunta birmana si tratta di notizie senza alcun fondamento. A dirlo fuori dai denti è stato Nyan Win, ministro degli Esteri birmano, intervenendo al Palazzo di Vetro per puntare l’indice contro «gli opportunisti politici che fanno leva su aiuti stranieri per creare instabilità e sfruttare il caos a proprio vantaggio». Maurizio Molinari