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 2007  ottobre 03 Mercoledì calendario

In tre anni raddoppiati i romeni. La Stampa, mercoledì 3 ottobre Sono numeri da «invasione». Magari non barbariche, ma fa comunque impressione che in un anno gli stranieri residenti in Italia, cioè quelli censiti regolarmente, salvo i clandestini, siano aumentati del 10%

In tre anni raddoppiati i romeni. La Stampa, mercoledì 3 ottobre Sono numeri da «invasione». Magari non barbariche, ma fa comunque impressione che in un anno gli stranieri residenti in Italia, cioè quelli censiti regolarmente, salvo i clandestini, siano aumentati del 10%. Se poi si vanno a guardare le zone di provenienza, si scopre che i cittadini provenienti dall’Europa centro-orientale negli ultimi tre anni sono aumentati del 48,8%. E se si considerassero rumeni e bulgari, che sono Paesi entrati in Unione europea, l’incremento sarebbe del 60%. Ecco dunque i numeri che spaventano il Viminale. E la spiegazione, dati alla mano, dell’esplosione degli indici di delittuosità di certe etnie. I rumeni, per dire, un tempo non c’erano; ora sono sbarcati in massa nel Belpaese. Sono velocemente raddoppiati. Dal 2004 a oggi, si registra un incremento del 92,5%. Attualmente sono registrati alle anagrafi dei comuni italiani ben 342 mila cittadini provenienti da Bucarest e dintorni. L’Istat ha certificato che gli stranieri residenti sono 2.938.922 (1.473.073 maschi e 1.465.849 femmine). Rispetto all’anno scorso, ci sono 268.408 stranieri in più. I quali sono diventati il 5% della popolazione totale. Numeri e percentuali che ci allineano agli altri Paesi europei: in Germania sono l’8,8% rispetto al totale dei residenti, in Spagna il 6,2%, nel Regno Unito il 5,2%, in Francia il 5,9%. Alcune cittadinanze mostrano incrementi straordinari: gli ucraini sono passati in tre anni da 58 mila a 120 mila, i polacchi da 40 mila a 72 mila, gli albanesi da 270 mila a 376 mila. Anche i cinesi sono in rapida crescita, passando da 87 mila a 145 mila in un triennio. L’immigrazione sta cambiando pelle, insomma. La percentuale della componente arabo-islamica è sempre più ridotta. Alcuni filoni sembrano essersi esauriti. Non è un caso se filippini, senegalesi e tunisini nella metà dei casi vivono in Italia da più di 10 anni. Dilagano ora invece i trasferimenti infraeuropei. E rileva l’Istat che la crescita della popolazione straniera è dovuta a più cause. Permessi di lavoro. Ricongiungimenti familiari. E la propensione ad avere figli: nel 2006 i bambini nati da genitori stranieri sono stati 57.765 (il 10,3% del totale dei neonati). Per quanto riguarda la distribuzione per territorio, la popolazione straniera si è insediata prevalentemente nel Centro-Nord. Nel Mezzogiorno risiede soltanto l’11,6%. La parte restante è suddivisa fra Nord-Ovest (36,3%), Nord-Est (27,3%) e Centro (24,8%). Un quarto degli stranieri residenti in Italia (il 24,8%) vive in Lombardia e in particolare nella provincia di Milano. Fin qui, i crudi numeri emessi dall’Istat. Attorno ai quali s’è aperto il dibattito. Un bene o un male? E perché questa crescita impetuosa dei cittadini dell’Est europeo? Come fronteggiare poi l’ingresso massiccio di cittadini neocomunitari come rumeni e bulgari? «Siamo allo stato di emergenza - sostiene Jole Santelli, Forza Italia - l’Italia è rimasto l’unico Paese a non applicare una moratoria per l’ingresso di questi immigrati. Era naturale che sarebbe diventata l’approdo naturale di chiunque vuole arrivare in Europa. Oggi la sinistra si sveglia dal torpore del buonismo e scopre la tolleranza zero». «I dati dell’Istat - replica Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale - ci confermano che l’immigrazione in Italia è determinata in primo luogo dal fabbisogno di lavoratori del nostro sistema produttivo. Non a caso la stragrande maggioranza degli immigrati risiede al Nord. Operai, braccianti agricoli e badanti: questi i mestieri che gli italiani tendono a non fare più e che sono fatti dai migranti». Il ministro conferma che il governo ritiene necessario modificare la Bossi-Fini. «A causa sua sono in aumento il numero dei migranti clandestini che alimentano il mercato del lavoro nero quando non la microcriminalità». Francesco Grignetti