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 2007  ottobre 03 Mercoledì calendario

5 ARTICOLI

L’ex br preso per rapina Era fuori dopo sei delitti. Corriere della Sera 3 ottobre 2007. SIENA – La freddezza è quella di una volta. Quando, da brigatista, assassinava poliziotti, guardie carcerarie, giornalisti e avvocati. Se per errore non avesse fatto scattare la sicura della pistola, avrebbe ucciso ancora, Cristoforo Piancone, 57 anni, tre condanne all’ergastolo per sei omicidi, mai pentito né dissociato, in semilibertà (lo ha deciso nel febbraio del 2004 il giudice Alberto Marcheselli di Alessandria), bidello alle elementari Cairoli di Torino, quartiere Mirafiori.
Forse stavolta avrebbe sparato solo per i soldi (ha detto di aver agito perché era a corto di denaro), Piancone: 170 mila euro, rapinati al Monte dei Paschi di Siena, in via Banchi di Sopra, centro storico di Siena. Piancone ha agito insieme a un complice, più giovane. «Non sono un infame, non parlo», ha detto alla polizia l’ex br. Forse una risposta arriverà dal Dna dei capelli trovati nel casco.
I due banditi sono entrati in banca dalla porta principale, armati con quattro pistole. Non c’erano allarmi. Mai una rapina nel palazzone del 1200, immerso come un monumento nel cuore della città chiuso al traffico, crocevia di turisti, affollatissimo anche lunedì mattina. Piancone e il suo socio sono entrati nel centro chiuso al traffico con uno scooter Piaggio 250 (rubato a un giornalista a Massa Carrara), lo hanno lasciato acceso. Poi, con il volto coperto da un cappello beige (Piancone) e da un casco integrale blu (il complice), sono entrati nel salone a ferro di cavallo della banca dove si trovano dieci sportelli. Appena fuori sono saliti sullo scooter e hanno tentato di fuggire verso Fontebranda, ma sono stati bloccati dalla festa da poco conclusa della contrada dell’Oca. Allora hanno imboccato via Camollia, hanno abbandonato scooter e tre pistole e si sono divisi. Piancone, con quasi tutti i soldi della rapina, è stato intercettato cinque minuti dopo da due poliziotti. Ha estratto la Beretta 765, ha tentato di armarla, innescando per errore la sicura. Per tre volte ha tentato di premere il grilletto. E per tre volte il poliziotto ha avuto il coraggio di non sparargli.
Marco Gasperetti


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Berardi: diede il colpo di grazia a mio padre Questo Stato non ha rispetto per le vittime. TORINO. Al civico numero uno di via Manin abita ancora un Rosario Berardi. una casa modesta che il commissariato Vanchiglia usava per gli alloggi di servizio, nel vecchio «borgo del fumo» segnato dagli enormi tamburi dei gasometri e dalle ciminiere. « il 10 marzo 1978, sono le 8.15. un venerdì freddo, c’è un sole dalle gambe bianche, come lo chiama mia madre Filomena. Papà fa colazione in cucina. Mamma urla di sbrigarmi, che ha cinque figli e si deve occupare degli altri. Io guardo papà e gli dico "hai sbagliato a farne così tanti, dovevi fare solo me". Lui alza gli occhi al cielo e sorride: "Guagliò, mi raccomando guagliò, fai il bravo". Lo saluto ed esco».
Giovanni è il primo dei cinque figli di Rosario Berardi.
L’unico rimasto a vivere a Torino dopo quella mattina. Il resto della famiglia è tornato subito a Bari. Nel marzo 1978, il maresciallo Berardi conta i mesi che lo separano dalla pensione. entrato in Polizia nel 1946. appena diventato nonno. Si è trasferito a Torino nel 1969, per i figli. Dice che a Bari non c’è niente, al Nord invece qualcosa per loro salterà fuori. un poliziotto umano e bonario. Dimostra cultura, e ci scherza sopra: «Con cinque ragazzi a scuola, qualcosa l’ho imparata pure io». Dopo dieci anni all’Antiterrorismo, non ce la fa più. Troppa tensione. Il 15 gennaio ottiene il comando del posto fisso di Porta Palazzo. «Almeno adesso sono tranquillo» dice.
«Appena entro in banca il collega Cantamessa corre verso di me. "Torna a casa, tuo padre sta male", mi dice. "Gli hanno sparato, vero?" Cantamessa abbassa lo sguardo: "Dai, vedrai che ce la fa". Il collega Ferraris mi porta alle Molinette. Trovo mio padre. Era la prima volta in 27 anni che lo vedevo nudo, era molto pudico. Lo stavano ricucendo. Un medico mi disse "vada via, la prego", e chiuse la porta».
Dopo avergli dato il colpo di grazia, Cristoforo Piancone prese il borsello del maresciallo Berardi. Anni dopo il pentito Patrizio Peci scriverà: «La sua Beretta aveva le due sicure inserite. Non era mai stata usata. Quell’uomo non avrebbe potuto sparare neppure a una tartaruga ».
Da sei mesi, Giovanni Berardi è presidente dell’Associazione nazionale vittime del terrorismo. Ha preso il posto del fondatore Maurizio Puddu, che venne ferito con la stessa pistola poi usata per uccidere suo padre. «Per me è come se fosse ieri. La nostra vita cambiò nello spazio di un attimo. Non provo nulla per Piancone. Dico solo che questo è uno Stato che ha ancora scarso rispetto per le vittime. Porta ex terroristi in Parlamento, li assume come consulenti, ne ascolta le opinioni e i consigli, straparla di grazia. E li mette fuori dalla galera, ovviamente. uno Stato senza memoria, che vuole rimuovere». Giovanni Berardi abita a Torino, ma ha lasciato la casa di via Manin ai suoi figli. Il più piccolo ha 23 anni, fa l’assicuratore. Si chiama Rosario. Nella strada di fronte c’è la lapide che ricorda il nonno.
Marco Imarisio


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Mai pentito né dissociato. ROMA. Quasi trent’anni fa, l’11 aprile 1978, quando lo arrestarono dopo che aveva ammazzato l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, Cristoforo Piancone – ferito dalle pallottole che la guardia carceraria era riuscito a scaricargli addosso prima di morire – pronunciò le formule di rito.
«Mi dichiaro prigioniero politico – disse Piancone dal letto d’ospedale ”. Sono un militante delle Brigate rosse. Non intendo rispondere ad altre domande». Erano i giorni cupi del sequestro Moro, Piancone non aveva ancora 28 anni.
L’altro ieri, ormai in vista dei 60, di nuovo con le manette ai polsi e con una pistola addosso che non è riuscito a usare, l’ex brigatista s’è affidato a frasi diverse: «Ho organizzato il colpo perché avevo bisogno di soldi. La politica non c’entra. Non vi dico chi era con me, non sono un infame». Fine dell’interrogatorio.
Ma i dubbi che hanno assalito gli investigatori appena saputo il nome dell’arrestato non sono ancora dissolti. probabile che si tratti di una rapina «comune», ma la possibilità dell’autofinanziamento di una qualche frangia del «partito armato» mai morto non viene scartata definitivamente. Perché Piancone è un personaggio da non sottovalutare, e perché ci sono alcune stranezze nell’azione che gli ha richiuso il portone del carcere dietro le spalle. Quattro pistole per due rapinatori sembrano troppe; fanno ipotizzare altri complici, e in quel caso il bottino diverrebbe troppo esiguo per una spartizione. Non convince nemmeno la trasferta dal Piemonte alla Toscana, né il motorino rubato a Massa Carrara.
L’ipotesi più realistica, al momento, resta però il reato commesso «in proprio», che comunque non frena le divisioni sulla semilibertà di un ex terrorista assassino, mai pentito né dissociato. Lui come centinaia di altri che militarono nelle Br e non solo, i quali dopo vent’anni e più di galera sono tornati alla «convivenza civile». Quasi tutti senza problemi per la società. Ogni tanto qualcuno inciampa in nuovi reati, magari sfruttando le conoscenze carcerarie e una certa praticità con le armi coltivata negli «anni di piombo». E la polemica si riaccende.
Oggi Piancone si rifiuta di fare il nome del complice (o dei complici), mentre nel 1978 i suoi compagni ne chiesero la liberazione – insieme a quella di altri 12 «guerriglieri» – in cambio della vita di Aldo Moro. Fu quasi una provocazione, come ammise il capo brigatista Mario Moretti: era impensabile che lo Stato scarcerasse un terrorista che aveva appena assassinato un agente di custodia; nomi e numeri contavano poco, importava il famoso «riconoscimento politico». Che non arrivò: Moro fu ammazzato e Piancone, ben ricucito dai medici, cominciò a collezionare ergastoli e soggiorni nelle carceri speciali: Trani, Palmi, Ascoli Piceno, Pianosa. Regime di detenzione «duro», che nell’emergenza successiva toccò ai mafiosi. L’ex operaio della Fiat – figlio di immigrati pugliesi, nato a Grenoble e cresciuto a Torino, transitato dal Pci e dalla Flm, poi in qualche gruppo extraparlamentare, sparito dalla circolazione nel 1977 – da galeotto fu prima un irriducibile, quindi scelse il silenzio di chi non si pentiva né dissociava, ma nemmeno credeva più alla rivoluzione innescata dagli omicidi.
Negli anni Novanta il suo fascicolo personale si riempie con «relazioni comportamentali» favorevoli, che riferiscono di abbandono della lotta armata e «partecipazione proficua al trattamento carcerario». Comincia a usufruire dei permessi e poi del lavoro esterno presso una cooperativa che si occupa di disabili. Tutto tranquillo, a parte un paio di screzi con gli agenti che gli costano la temporanea sospensione del beneficio. Ma nel ’97 torna a uscire, fino all’incidente del ’98: in un supermercato di Alessandria lo sorprendono a rubare biancheria e oggetti per l’igiene personale, spintona la cassiera che lo insegue, arrivano i carabinieri e l’arrestano. Vicenda curiosa, un ritorno quasi cercato alla detenzione totale. Durante la quale frequenta corsi da geometra, accumula note di merito e mostra di «saper perseguire con lucidità obiettivi di vita futura nell’ambito della società libera». Polizia e carabinieri non segnalano collegamenti con formazioni terroristiche o «combattenti» vecchi e nuovi, così tornano i permessi, il lavoro fuori dal carcere e poi la semilibertà, febbraio 2004.
Il passo successivo sarebbe la liberazione condizionale, ma nel marzo scorso gliela negano, il «ravvedimento» rispetto al passato di piombo secondo il giudice è insufficiente. Piancone la sera deve tornare in prigione. Dall’altro ieri anche di giorno.
Giovanni Bianconi


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Scontro sulla semilibertà Amato avverte i magistrati L’Anm: basta crocifiggerci. ROMA. Il più duro è il ministro dell’Interno che parla a Skynews24 quando, probabilmente, ha già raccolto l’ennesimo moto di protesta e di rassegnazione proveniente dagli apparati di polizia: «I giudici devono essere consapevoli di esercitare una responsabilità enorme e credo che lo siano... ». Tuttavia, Giuliano Amato segnala che qualcosa non funziona nei controlli finalizzati alla concessione delle misure alternative al carcere previste dalla legge Gozzini del 1986: «Non dirò mai, perché non sono capace di pensarlo, che deve essere esclusa qualunque possibilità per i giudici di tenere conto del comportamento in carcere e di modulare l’esecuzione della pena in ragione di quel comportamento, però, certo, (i giudici) debbono essere consapevoli di esercitare una responsabilità enorme...».
Le considerazioni di Amato rimbalzano in via Arenula dove lo staff del Guardasigilli è abituato a queste bufere: «Il ministero della Giustizia provvederà a verificare che la decisione di concedere il beneficio della semilibertà all’ex br Cristoforo Piancone siano state assunte previa attenta e completa valutazione delle condizioni richieste». I tecnici di Mastella ricordano che «l’istituto della semilibertà può essere applicato in presenza di determinati presupposti dalla magistratura nell’esercizio dei poteri di sua competenza ». E così anche questa di Mastella suona come una presa di distanza dalle decisioni autonomamente adottate dai giudici: tuttavia, spiegano in via Arenula, al Tribunale di sorveglianza di Torino verrà fatta prima una verifica in via informale e solo in un secondo momento, qualora emergessero sospetti, verrebbero inviati gli ispettori.
« opportuno che vengano fatte tutte le verifiche del caso », ha poi insistito una fonte autorizzata di Palazzo Chigi ma col passare delle ore sulle prese di posizione di Amato e di Mastella sono piovute le critiche della magistratura associata. Nello Rossi, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati: « intollerabile che si carichino i magistrati di responsabilità e che li si crocifigga quando ci sono, in casi eccezionali, smentite della loro prognosi». Bisogna rendersi conto, sostiene Rossi, che azzeccare le previsioni con un detenuto cui si concede un beneficio è difficile e molto dipende anche «dalle attestazioni e dai documenti degli esperti dell’amministrazione penitenziaria». E Maurizio Laudi, procuratore aggiunto di Torino, si spinge anche oltre: «Conosco la serietà e il rigore del Tribunale di sorveglianza di Torino. Il problema è legislativo: si dica con coraggio che per certi reati, ad esempio in presenza di uno o più omicidi, chi è condannato al termine dei vari gradi di giudizio sconta la pena che deve scontare».
Tutto il centrodestra, infine, accusa il governo: «Scandalosa semilibertà concessa a brigatista mai pentito», dice Teodoro Buontempo di An. Il suo partito si prepara, con una parola d’ordine in più («Abolire la Gozzini»), per la manifestazione del 13 ottobre a Roma.
D.Mart.


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Paolo Cento «Ma io difendo i benefici di legge per gli ex terroristi». ROMA – «No, non voglio aggiungermi al coro di ipocriti che alimentano questa polemica strumentale contro i benefici penitenziari per via di quello che ha fatto Cristoforo Piancone».
Paolo Cento, lei però è un sottosegretario del governo e nel coro di cui lei parla c’è anche il ministro Amato...
«Sì, ma questa è una legge del Parlamento. Dov’erano gli Amato quando questa legge veniva approvata?
Invece di prendersela con i magistrati il ministro potrebbe riguardarsi quella legge. La discrezionalità dei benefici l’ha data il Parlamento. Anche se bisogna essere chiari».
Su che cosa?
«Piancone non ha avuto un comportamento adeguato, ha rotto il rapporto di fiducia che c’era con il magistrato e va condannato senza se e senza ma. Detto questo, però, bisogna rispettare i giudici che si assumono le responsabilità».
Pensa che il Parlamento sia pronto anche per altre leggi, come quella del potere di grazia, ad esempio?
«Direi di sì. E soprattutto se ci si riferisce ad una grazia come quella ad Adriano Sofri i tempi sono ormai maturi, servono atti di generosità».
Al.Ar.