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 2007  ottobre 03 Mercoledì calendario

Un Paese sotto scorta. la Repubblica, mercoledì 3 ottobre La notte del 17 novembre 1996, l´autista di un camion che ha appena avuto un incidente con la macchina blindata di Gianfranco Fini, sul raccordo anulare di Roma, viene circondato dalla scorta del leader di An

Un Paese sotto scorta. la Repubblica, mercoledì 3 ottobre La notte del 17 novembre 1996, l´autista di un camion che ha appena avuto un incidente con la macchina blindata di Gianfranco Fini, sul raccordo anulare di Roma, viene circondato dalla scorta del leader di An. «Sono stati momenti terribili, hanno iniziato a dirmi parolacce e a picchiarmi, a un certo punto mi sono aggrappato al guard rail perché temevo che volessero buttarmi di sotto» racconterà il giorno dopo il malcapitato. La sera del 20 maggio 2002, a Gallarate, la macchina con la scorta di Piero Fassino sperona un´utilitaria mandandola a sbattere contro il guard-rail: ci sono due feriti, ma l´auto blindata prosegue per la sua strada senza fermarsi a soccorrerli. La mattina del 15 novembre 2005, alla Fiera di Milano, un fotografo che si era avvicinato un po´ troppo viene bruscamente spintonato e buttato a terra dalla scorta di Silvio Berlusconi. La lista è lunga, e l´ultimo episodio è di pochi giorni fa: a Figline Valdarno, gli automobilisti in coda per un´incidente sull´autostrada vedono sfrecciare sulla corsia d´emergenza - quella riservata ai mezzi di soccorso - tre auto blindate. In quella centrale, c´è il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, che ha fretta perché sta andando a un dibattito. Poi c´è la quotidianità che non finisce sui giornali ma che tutti gli italiani vedono ogni sera in tv: un politico che cammina tra la folla, però circondato da un cordone di guardie del corpo con gli occhiali scuri che gli aprono la strada, lo proteggono ai fianchi e gli guardano le spalle, un impenetrabile muro umano tra lui e la gente comune. S´è mai vista, una dimostrazione più irritante, più evidente e più sfacciata dell´arroganza del potere? No. Ogni volta che viene sorpassato da una macchina blindata, con il lampeggiante acceso e la sirena che urla, il primo pensiero che viene in mente al cittadino è l´abuso delle scorte di polizia, create contro il terrorismo e la mafia e poi cresciute a dismisura. Per diventare lo status symbol di chi il potere ce l´ha (o vuol far credere di avercelo). L´esercito delle scorte conta oggi su duemila carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, duemila guardiani della sicurezza che vigilano (in qualche caso giorno e notte) su 615 italiani «a rischio». Non tutti sono politici, anzi gli uomini del Palazzo sono solo un sesto del totale. Nella lista ci sono 310 magistrati, 25 diplomatici, 20 generali, 15 ex testimoni di giustizia, 13 sindacalisti e altrettanti giornalisti, 11 imprenditori e 10 religiosi. Però, in questo momento, le scorte dei politici sono quelle che godono della simpatia minore, da parte dei cittadini. E´ indispensabile, questa armata di 2000 uomini schierata attorno agli uomini del Palazzo? «Certo, il nostro apparato di scorte non ha paragoni negli altri Paesi europei - ammette il viceministro dell´Interno Marco Minniti - però non dobbiamo dimenticare che nasce da una storia particolarissima dell´Italia, una storia macchiata del sangue di tanti uomini dello Stato, di tanti magistrati, di tanti imprenditori». Il rischio, dunque, giustifica la prevenzione. Ma il pericolo non è uguale per tutti. La legge del 2002 prevede quattro livelli di rischio. Per il primo livello, quando c´è «un imminente, evidentissimo ed elevatissimo pericolo», sono previste «misure eccezionali», che vanno da tre auto blindate fino alla sorveglianza aerea con un elicottero. Per il secondo, in caso di «rischio di attentati o di altre azioni criminali», sono riservate due auto blindate: nella prima viaggia il «protetto», nell´altra la scorta. Per il terzo, si passa dalla scorta alla tutela, che consiste in un agente che accompagna sempre (su un´auto blindata) la personalità a rischio. Per il quarto, infine, la tutela viene concessa ma su una vettura non blindata, quando si ritiene che la presenza di due uomini armati (l´autista più l´agente) sia più che sufficiente a tenere lontani i potenziali aggressori. Il punto vero del problema riguarda la scelta di assegnare (o di negare, o di revocare) una scorta a un politico. Chi decide quali sono quelli che ne hanno davvero bisogno (e a quale livello)? Le scelte che prima erano affidate ai prefetti sono oggi concentrate in un´autorità centrale, l´Ucis (Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale), diretta dal prefetto Stefano Narduzzi. E´ l´Ucis che valuta le richieste dei prefetti o delle altre autorità e decide se assegnare una scorta o una tutela. E ogni sei mesi si rivede tutto. Così, solo negli ultimi 16 mesi, sono state assegnate 138 nuove scorte, ma ne sono state revocate 250, con un recupero netto di 112 scorte. Le protezioni al primo livello, il più alto, sono scese da 13 a 11, quelle al secondo livello da 125 a 96, quelle con auto blindata da 372 a 329 e quelle con auto non blindata da 217 a 179. E dal momento che al ministero calcolano che una scorta di due persone più l´auto blindata costi mediamente 110 mila euro l´anno, la spesa complessiva per le casse dello Stato supera certamente gli 80 milioni. Se poi aggiungiamo i 446 agenti ai quali è affidato il servizio di vigilanza (le camionette o le gazzelle parcheggiate davanti alla porta di casa) alle abitazioni di 43 protetti, raggiungiamo presto i 100 milioni di euro, una cifra pari all´intero stanziamento annuo per l´edilizia carceraria. Nessuno ha mai proposto di eliminarla, questa armata di 2500 uomini. Però l´idea di sfoltirla drasticamente fu lanciata dal governo Berlusconi, come primo passo per «garantire maggiore sicurezza ai cittadini», restituendo alla lotta contro il crimine gli agenti incaricati di scortare i politici. Il fatto è che il leader di Forza Italia ha lasciato il lavoro a metà, ma soprattutto ha dato un pessimo esempio: pretendendo per sé una super-scorta. Quando era presidente del Consiglio, infatti, il Cavaliere prima fece assumere dal Cesis le sue guardie del corpo personali (insieme ad un certo numero di poliziotti e carabinieri scelti tra i corpi speciali) e poi, dopo aver perso le elezioni ma prima di lasciare Palazzo Chigi, firmò un decreto che concedeva agli ex presidenti del Consiglio il diritto a conservare la scorta al gran completo. Nel suo caso: 31 uomini, più 13 vetture blindate. Tutto a spese dello Stato. Certo, Berlusconi è uno dei politici più a rischio. Ma forse è l´unico caso al mondo in cui il capo dell´opposizione ha una scorta assai più numerosa (quasi il doppio) di quella del presidente del Consiglio in carica, il quale va in vacanza sulla sua Croma. Per farsi restituire 6 di quei 31 uomini di scorta, il sottosegretario alla Presidenza Enrico Micheli ha dovuto aprire un contenzioso e ricorrere a tutte le sue arti diplomatiche. Ma anche gli altri 25 torneranno presto alla base, perché entro dicembre - termine ultimo concesso all´ex premier dopo la riorganizzazione dei servizi di protezione - la sua scorta sarà azzerata e gli uomini incaricati di difenderlo saranno scelti, come avviene già per tutte le altre cariche dello Stato, tra i carabinieri e i poliziotti, e non più tra i body-guard arruolati da Mediaset. Qualcosa sta cambiando. Solo nell´ultimo anno, un uomo politico su sei è stato cancellato dall´elenco delle personalità da proteggere. Sono 17 scorte in meno, su un totale che si sta asciugando, passando dai 135 politici nazionali e locali che viaggiavano scortati, sotto il governo Berlusconi, ai 112 di oggi. Cifra che comprende, certo, i segretari di partito e i ministri, ma anche quei governatori, quei sindaci e quei presidenti di Provincia minacciati dalla criminalità organizzata: quasi la metà del numero complessivo degli scortati. Le forbici del ministero dell´Interno hanno lavorato in silenzio. La sforbiciata più vistosa riguarda il numero degli agenti tolti al servizio di scorta e riassegnati alla lotta contro il crimine: Berlusconi, che ne aveva ereditati 3798 dal governo dell´Ulivo, ne aveva lasciati al suo successore 3116. Che oggi, dopo un meticoloso lavoro di ripulitura e razionalizzazione del Viminale, sono scesi a 2157. Ovvero quasi mille in meno, 959 per la precisione. Un terzo del totale. Per recuperare 480 poliziotti, 358 carabinieri, 89 guardie di finanza e 32 agenti della polizia penitenziaria, il Viminale ha cancellato 112 scorte su 727 (i politici sono in minoranza, un terzo dei soli magistrati: 310). Un taglio secco del 15 per cento, dunque. Ottenuto grazie al lavoro compiuto dietro le quinte da una commissione tecnica voluta dal ministro Giuliano Amato e guidata dal viceministro Marco Minniti. «Signori - disse subito Minniti agli esperti e ai funzionari chiamati a farne parte - noi dobbiamo tutelare le persone che rischiano di essere colpite dal terrorismo o dalla criminalità organizzata, ma dobbiamo evitare che le scorte vengano usate come status symbol. Quindi non abbasseremo la guardia, ma ci concentreremo sulle minacce concrete». I politici, dicevamo, sono un sesto del totale. E probabilmente scenderanno ancora, anche se al Viminale negano che lo scopo dell´operazione sia quello di dare una sforbiciatina ai privilegi della casta. «La nostra è solo un´opera di razionalizzazione» precisano. Certo, ministri e segretari di partito potrebbero collaborare un po´ di più, per esempio evitando di esibire una Bmw blindata da 270 mila euro, come fa il ministro della Giustizia Clemente Mastella (il suo predecessore sfoggiava invece un Suv blindato, sempre Bmw, spiegando che l´aveva trovato parcheggiato nel cortile del ministero). E seguendo un po´ di più l´esempio di Romano Prodi, che il venerdì sera se ne torna a Bologna con il Pendolino. Ma lo stile è come il coraggio di don Abbondio: chi non ce l´ha non se lo può dare. Sebastiano Messina