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 2007  ottobre 02 Martedì calendario

E Kissinger disse di Rumsfeld: «E’ corrotto». Corriere della Sera 2 ottobre 2007. WASHINGTON – Di Donald Rumsfeld, l’ex segretario alla Difesa, Kissinger gli disse una volta che era «la persona più corrotta mai conosciuta in un governo»

E Kissinger disse di Rumsfeld: «E’ corrotto». Corriere della Sera 2 ottobre 2007. WASHINGTON – Di Donald Rumsfeld, l’ex segretario alla Difesa, Kissinger gli disse una volta che era «la persona più corrotta mai conosciuta in un governo». Né miglior trattamento, l’ex segretario di Stato e premio Nobel riservava a George Bush padre, bollato come «un uomo molto meschino». Malalingua come pochi, l’amico Henry era diventato negli anni il suo più assiduo e prezioso compagno di pettegolezzi. Succedeva quasi sempre al lunch, in qualche istituzione gastronomica newyorkese, davanti a una bistecca immancabilmente preceduta da un Martini e sempre innaffiata da vini adeguati. Doveva aspettarselo, Kissinger, che un giorno le loro chiacchiere sarebbero diventate pubbliche. Quello che non poteva prevedere è che Arthur Schlesinger, prima di mandarle in tipografia, gli avrebbe anche fatto lo sberleffo di morire. Escono a pochi mesi dalla sua scomparsa i diari dello storico democratico, ex consigliere di John Kennedy, che per mezzo secolo ha osservato da vicino, a tratti accompagnandolo, il potere americano e i suoi protagonisti. Curato dai figli, che ne hanno seguito fedelmente le istruzioni, pubblicato da Penguin Press, Journals: 1952-2000 non delude in nessuna delle sue oltre 800 pagine, regalando aneddoti sconosciuti, rivelazioni di prima mano, arguzie da viveur e giudizi politici al cianuro, che soltanto un «compagno di scuderia di statisti, amante del potere», ipse dixit, era in grado di produrre. Meglio ancora se, com’è il caso, spontaneità e franchezza hanno la meglio su ogni pretesa di coerenza o di equilibrio. Racconta Schlesinger che quando Harry Truman sentiva parlare di Picasso andava in bestia, ricorrendo anche agli insulti. Quanto a Matisse, il presidente americano riassumeva i suoi quadri come «la vergine con due grandi tette, che le pendono fuori dal vestito ». Schlesinger non fa nulla per nascondere la sua adorazione per John Kennedy, l’unico presidente per il quale lavorò e del quale creò quasi da solo la leggenda con il libro I mille giorni, splendida cronaca, elegiaca e molto romanzata, della sua presidenza. Una passione che gli farà per sempre disprezzare Adlai Stevenson, candidato perdente alla Casa Bianca nel 1952 e 1956, quando lo vide «sorridente e allegro » alla notizia che avevano sparato al presidente, dal quale si sentiva snobbato. Del suo predecessore, Eisenhower, Kennedy non aveva alcuna stima dietro la cortesia di facciata: «Terribilmente freddo e vanesio, in verità una merda». Negli anni del dominio repubblicano, la sua miglior fonte è Kissinger, anima manipolatrice e per questo gemella, del quale Schlesinger nota: «Henry mi piace e lo rispetto, ma ho sempre paura che dica una cosa a me, e il suo opposto a qualcun altro». Ma il gioco vale la candela. Nixon? «Non si ricorda mai se ha letto una cosa su un giornale o su un rapporto dei servizi segreti », confessa all’amico l’ex consigliere per la Sicurezza. sempre Kissinger a rivelargli che ai funerali di Sadat, nel 1981, dove anche Gerald Ford e Richard Nixon fanno parte della delegazione americana, Ford è talmente infuriato con il predecessore, sempre pieno di veleno per tutti, che a un certo punto sbotta: «Vorrei non averlo mai perdonato, quel figlio di puttana», riferendosi alla grazia concessa a Nixon dopo il Watergate.  ancora Kissinger a definire Ronald Reagan «il solo presidente col quale è sempre meglio avere qualcuno nella stanza, perché se gli parli da solo, puoi esser certo che non accadrà assolutamente nulla». Opinione confermata a Schlesinger dall’ex segretario di Stato di Reagan, George Schultz: «Non manda giù nulla di quello che gli dici». Ma i giudizi di Kissinger sono anche oggetto di stilettate. Così, quando il vecchio Henry definisce «intelligente e sottovalutato» Dan Quayle, innocuo vice-presidente di Bush padre, Schlesinger commenta: «Forse è perché lo ascolta con riverenza o pensa che un giorno sarà presidente ». La militanza democratica non aveva comunque impedito a Schlesinger di considerare Jimmy Carter «un piccolo uomo mediocre, che sorride come un compiacente basilisco». Né miglior sorte era toccata a Jacqueline Kennedy Onassis, vedova del suo idolo, quando gli aveva confidato che «non c’era nessuno accanto a cui volesse veramente sedersi». Avrebbe notato Schlesinger nel suo diario: «Sarebbe stata più convincente, se mai ci avesse invitato una volta a cena». Capitolo a parte per i Clinton, con cui lo storico ha un rapporto critico all’inizio, poi sfociato in un’ammirazione mai aliena da riserve. Schlesinger rimane molto deluso nel 1993, quando Bill Clinton non gli affida alcun incarico. «Ha pensato a cambiar sesso? », gli chiede il neo-vicepresidente Al Gore, dopo avergli dato la notizia che Madeleine Albright è stata nominata ambasciatrice all’Onu. Di Gore, en passant, lo storico sottolinea ironicamente il «fervore mistico ». In un passaggio nei diari, Schlesinger bolla l’uso della Casa Bianca da parte dei Clinton, che fanno dormire i ricchi donatori della loro campagna elettorale e gli amici come Barbra Streisand nella Lincoln Bedroom: «Sarà legale, ma lo trovo esteticamente fastidioso e storicamente disgustoso». Più tardi però, difenderà a suo modo il presidente, impigliato nello scandalo di Monica Lewinsky: «Gli uomini mentono sempre a proposito della loro vita sessuale». Nei diari, Schlesinger cita l’antica saggezza mondana di Brooke Astor, grande dame newyorkese, che dice all’amica Pamela Harriman: «Ma perché Clinton non poteva andare con ragazze della sua classe?». Paolo Valentino