Corriere della Sera 02/10/2007, pag.6 Paolo Salom, 2 ottobre 2007
I Karen, un popolo in fuga «Per il regime siamo bestie». Corriere della Sera 2 ottobre 2007. MAE LA (frontiera birmano-thailandese) – Il loro Paradiso ha strade di fango e palafitte di legno e paglia intrecciata
I Karen, un popolo in fuga «Per il regime siamo bestie». Corriere della Sera 2 ottobre 2007. MAE LA (frontiera birmano-thailandese) – Il loro Paradiso ha strade di fango e palafitte di legno e paglia intrecciata. Vivono addossati l’uno all’altro, in cinquantamila, lungo i fianchi di una montagna coperta di giungla che sembra voler divorare i tetti – foglie secche incollate tra loro – per riprendersi lo spazio che le è stato a fatica strappato. Non hanno elettricità, tanto meno acqua corrente o servizi igienici degni di questo nome: solo un fiume color ruggine dove i bambini danzano saltando di pietra in pietra e le donne fanno il bucato come forse le nostre bisnonne. «Ma qui – dice con un filo di voce Rohni, 35 anni, seduto nel "salotto" di casa sua, un pavimento sospeso a due metri da terra – viviamo al sicuro e in dignità. Possiamo dormire chiudendo tutti e due gli occhi, nessuno arriva urlando nella notte per farci lavorare come schiavi, picchiarci o ucciderci». Campo profughi di Mae La, il più grande riservato all’etnia Karen, in Thailandia, proprio a ridosso del confine con la Birmania. Angolo di pace e quiete contrapposto alla guerra parallela – rispetto alla rivolta antigovernativa di queste settimane – in corso in Birmania addirittura dal 1948: il più lungo conflitto irrisolto della storia recente. La statale che corre verso Nord, partendo da Mae Sot, lo attraversa all’improvviso, per chilometri, rivelando al viaggiatore un universo di sorrisi e sguardi gentili apparentemente fuori posto in un simile contesto. Creato a partire dal 1985 per accogliere i birmani di etnia Karen in fuga davanti ai macellai dell’esercito di Rangoon, il campo è in realtà una grande prigione dalla quale nessuno ufficialmente può uscire se non con un visto per un Paese terzo. Rohni, sua moglie Mitkyiko, e i loro sei figli – il più grande di 16 anni, il più piccolo ancora attaccato al seno della madre – lo vedono invece come il porto sicuro che li ha accolti salvandoli dall’inferno di una vita di soprusi e violenze impunite. «I soldati birmani – ci dice il capofamiglia – trattano noi Karen come animali. Arrivano nei villaggi e prendono gli uomini così come gli agricoltori prendono le bestie da soma: per farli lavorare fino a che non stramazzano. Non c’è alternativa: o si scappa, o prima o poi si muore». Una decisione, quella di affrontare la fuga dal territorio Karen all’interno della Birmania, presa alla fine di agosto. Con Mitkyiko, Rohni si è caricato i figli più piccoli in spalla. Poi via, nella giungla, per giorni di cammino: «Dormivamo dove capitava. Ma non era dei serpenti o di altri animali pericolosi che avevamo paura. Il pericolo sono le mine antiuomo, disseminate dall’esercito. Un giovane in marcia insieme a noi è saltato su uno di questi ordigni: ha perso una gamba. Io ho cercato di aiutarlo, ma è morto dissanguato in pochi minuti ». Quattro settimane: tanto ha impiegato la famiglia ad attraversare clandestinamente il confine con la Thailandia. «A quel punto – spiega l’uomo, mentre due dei suoi bimbi osservano curiosi – non avevo più un soldo. I miei risparmi erano serviti a corrompere le guardie, a pagare i "passatori". Per fortuna mio fratello, arrivato qui prima di me, è riuscito in qualche modo ad aiutarci». Nel campo ci sono chiese e istituzioni sia protestanti sia cattoliche, oltre a templi buddhisti e «santoni» che vivono in grotte all’interno della foresta tropicale. Ci sono scuole, un ospedale gestito da volontari. Ma ci sono anche, in una grande palafitta con «camerate» divise da pareti di legno, i reduci di una guerra vera che fa morti quasi ogni giorno e che si svolge oltre frontiera: giovani sfigurati, mutilati, ridotti a relitti senza futuro, fino a poco tempo orgogliosi nella loro divisa del Karen National Liberation Army. Forte – secondo l’organizzazione – di 12 mila effettivi. Che in realtà probabilmente non sono più di 4 mila, costretti a fronteggiare i 400 mila uomini agli ordini dei generali di Rangoon. Paolo Salom