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 2007  ottobre 02 Martedì calendario

4 ARTICOLI

La democrazia negata col sangue. C´è voluto un feroce spargimento di sangue documentato in diretta su Internet, perché il mondo si ricordasse che esiste la Birmania (Myanmar come l´hanno ribattezzata i militari). il destino antico di questo paese: oggetto del desiderio delle grandi potenze, può sprofondare in periodi di oblìo e di isolamento. Anello di congiunzione tra l´India, la Cina, la penisola indocinese e i mari del Sud-est asiatico, la Birmania da millenni è stata un canale per la circolazione di influenze culturali, religiose, economiche. Attraverso di lei sono passate carovane che venivano dalle provincie orientali dell´impero romano per trafficare coi mercanti cinesi; ha visto sbarcare pirati portoghesi, principi persiani e samurai giapponesi. Ha avuto frequentatori illustri nella letteratura, da George Orwell a Somerset Maugham e Amitav Ghosh.
La Cina l´ha invasa più volte nei millenni, l´Inghilterra ha combattuto tre guerre per annetterla al Raj indiano, i giapponesi l´hanno occupata nella seconda guerra mondiale infliggendole atrocità, Mao Zedong l´ha invasa nei primi anni Cinquanta. Se si aggiunge la guerriglia delle minoranze etniche che popolano i suoi confini con la Thailandia, l´India e la Cina, è difficile trovare un´epoca in cui la Birmania ha conosciuto la pace. Questo spiega perché la tradizione militarista è forte quanto la spiritualità religiosa. Hanno dimensioni pressoché uguali i due eserciti che si sono fronteggiati nei giorni scorsi: il mezzo milione di monaci e monache disarmati e non violenti; i 400.000 soldati che hanno aperto il fuoco sulle tuniche rosse e rosa.
È il 4 gennaio 1948 quando l´ultimo governatore britannico Sir Hubert Rance abbandona Rangoon. Cinque mesi dopo l´India anche la sua "provincia birmana" acquista la sua libertà. Ma l´autonomia è già macchiata di sangue. Il leader dell´indipendenza, il generale Aung San, è stato assassinato nel 1947 in un complotto di palazzo. Quando muore l´eroe dell´anticolonialismo sua figlia Aung San Suu Kyi ha appena due anni, crescerà all´estero con la madre fino all´età matura. Sotto il colonialismo inglese, poi l´occupazione giapponese e la lotta per l´indipendenza è cresciuto l´attuale capo della giunta militare, il 74enne Than Shwe, che non ha mai abbandonato la retorica "anti-imperialista" e la denuncia di "complotti occidentali". La formazione di Than Shwe avviene negli anni Cinquanta nel Dipartimento Operazioni Psicologiche dell´esercito, un termine orwelliano per definire la l´indottrinamento e il lavaggio del cervello. Than Shwe è nella squadra del generale golpista Ne Win che nel 1962 soffoca la giovane democrazia e impone la prima dittatura militare. A quell´epoca la Birmania è uno dei paesi più prosperi del sud-est asiatico, ha una produzione agricola superiore alla Thailandia ed esporta riso ai suoi vicini. La sua classe dirigente formata sotto l´influenza britannica è cosmopolita e rispettata, al punto da esprimere un segretario generale dell´Onu negli anni Sessanta, U Thant. Pochi decenni di "socialismo militare" bastano a ridurre la nazione in miseria. Oggi negli indici mondiali sulla corruzione è il peggiore paese insieme alla Somalia.
Aung San Suu Kyi assisteva al dramma della sua patria da Oxford, dove aveva sposato uno studioso inglese di letteratura tibetana, Michael Aris. per ragioni familiari – sua madre colpita da un ictus – che rientrò a Rangoon nel 1988, proprio mentre le piazze erano invase da cortei di protesta per la crisi economica. Per lealtà verso la figura del padre scomparso Suu Kyi s´impegnò nella "primavera democratica". Venne plebiscitata come una leader naturale del movimento. Il popolo birmano era incoraggiato dalla fine della guerra fredda, dai segnali di rinnovamento nel blocco sovietico, dalla vittoria della democrazia contro la dittatura di Marcos due anni prima nelle Filippine. La confusione regnava anche in seno all´esercito. Ne Win venne deposto dai suoi complici. I militari usarono il pugno di ferro contro le piazze – la repressione fece tremila morti, nell´indifferenza del mondo intero – e al tempo stesso concessero le elezioni nel maggio 1990. Erano certi di poterle manipolare. Trionfò invece la Lega per la democrazia guidata da Suu Kyi: 60% dei suffragi, 392 seggi sui 492 del Parlamento. Suu Kyi seppe della sua vittoria da detenuta: era agli arresti domiciliari dal 20 luglio 1989.
Da allora si sono alternati sprazzi di speranza, regolarmente delusi. A metà degli anni Novanta ci fu un allentamento della repressione. A Suu Kyi, che nel 1991 aveva ricevuto il Nobel della pace, fu concessa nel 1995 una libertà vigilata e qualche possibilità di dialogo con i suoi seguaci. Nel 1997 l´associazione dei paesi del sud-est asiatico (Asean) ammise Myanmar nel suo seno. Ma nel 2003 Than Shwe ruppe il dialogo con i democratici, che era sostenuto discretamente dalle Nazioni Unite. Nel 2004 uno scontro di potere nella giunta militare si è concluso con il siluramento del generale Khin Nyunt, capo dei servizi segreti e numero tre del regime. Quel "golpe nel golpe" ha creato tensione col più potente alleato della giunta, il regime cinese. Khin Nyunt era l´uomo di Pechino, su cui la Cina contava per agevolare una transizione di Myanmar verso un´economia di mercato e una dittatura un po´ più soft. Nel 2005 la paranoia da assedio – oltre alla superstizione e ai consigli degli astrologi – ha indotto Than Shwe a dissanguare le casse dello Stato per spostare la capitale da Rangoon a Naypyidaw. Queste follie non hanno impedito la crescita dei legami economici e militari con la Cina. La Birmania esporta due miliardi di euro di gas naturale, è ricca di foreste, ha miniere di diamanti, è in una posizione-chiave per controllare gli accessi terrestri verso l´India e le rotte marittime che dalla Baia del Bengala finiscono in Medio Oriente. Questi sono i vantaggi strategici per la Cina. Una parte delle foreste birmane sono già state saccheggiate da imprese cinesi. Un progetto ancora più importante per Pechino è il gasdotto di 2.400 chilometri che trasporterà energia dalla costa di Arakan fino alla provincia dello Yunnan. La cooperazione militare include forniture di tecnologia bellica cinese per 1,5 miliardi di dollari. Alla giunta birmana le armi servono nella sua guerra continua contro le minoranze etniche (Karen, Cha, Wa) e adesso per schiacciare nel sangue la rivolta democratica. Alla Cina interessa trasformare Myanmar in una base operativa per sorvegliare tutto il traffico navale nell´Oceano indiano. Questo spiega il corteggiamento dei golpisti birmani a cui si dedica anche il governo dell´India.
Corre voce che il generale Than Shwe abbia seri problemi di salute e le sue apparizioni in pubblico sono diventate rare. La diffusione su YouTube delle immagini clandestine riprese quest´anno durante la lussuosa cerimonia di nozze di sua figlia – la sposa è apparsa riccamente ingioiellata mentre i "sudditi" soffrivano la fame – è forse un segnale di rivalità interne alla giunta. Un ricambio al vertice potrebbe essere un passo verso il dialogo con i democratici: una condizione necessaria, ma non sufficiente.
FEDERICO RAMPINI

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BIRMANIA. Prima di andare in Birmania, mi ero chiesto spesso in che modo la dittatura fosse riuscita a conservare il potere negli otto anni passati, malgrado il crescente favore popolare per Suu Kyi e la Lega nazionale per la democrazia. Una volta là, ebbi immediatamente la risposta che cercavo. I regimi militari nei paesi poveri sono spesso brutali, ma raramente riescono a mettere insieme risorse e competenza necessarie a un complesso sistema di controllo sociale. La Birmania fa eccezione. Malgrado le magre risorse del paese, i regimi militari che si sono susseguiti sono riusciti a creare un sistema di sorveglianza di ineguagliata intrusività.
Basti un solo esempio: ogni famiglia in Birmania deve registrare presso l´autorità locale tutti i suoi membri; nessuno può passare la notte in un´altra casa senza permesso dell´amministrazione locale.
AMITAV GHOSH

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DIETRO L´ARMA BIRMANA DELLA LUNGA DITTATURA. I birmani, si dice, sono un popolo di guerrieri e gli orizzonti della loro terra sono ornati dagli eleganti tetti delle pagode popolate di monaci mendicanti. Nel corso dei secoli si sono spesso sbudellati con i vicini siamesi, abitanti della Tailandia d´oggi, pur condividendo con loro la fervente pratica del buddismo del "piccolo carro" (o Theravada).
Ci si può chiedere se questo Paese, ribattezzato di recente Myanmar dal regime militare, non sia un errore. Uno sbaglio. Per il momento, il divorzio tra i due profili del paesaggio birmano sembra totale: da un lato il soldato in tuta mimetica dall´altro il monaco con la veste color cannella. I religiosi che manifestano in favore della libertà sono stati arrestati, picchiati, defenestrati. Le loro pagode sono accerchiate dall´esercito e avvolte nel filo spinato. Le principali città, Rangoon e Mandalay, sono sottoposte a un comando militare e al coprifuoco notturno.
La sangha, la comunità religiosa buddista, ha avuto un ruolo nel nazionalismo birmano. I monaci che si sono opposti al colonialismo britannico oggi sono considerati dei martiri. I bonzi mendicanti, presenti di primo mattino nelle strade, a piedi nudi e a testa bassa, per raccogliere l´elemosina dei fedeli inginocchiati al loro passaggio, hanno partecipato di persona al movimento che ha condotto all´indipendenza, proclamata il 4 gennaio 1948. Per certi aspetti la legittimità del potere dipende da loro, ed è per questo che i generali hanno sempre corteggiato la gerarchia religiosa, offrendo doni alle pagode o assistendo alle cerimonie.
Questa volta il rapporto si è inquinato. I bonzi hanno capovolto le loro ciotole, per manifestare il rifiuto delle offerte fatte dai militari o dai membri delle loro famiglie. Un gesto che equivale a una scomunica. In un universo in cui credenze e superstizioni si confondono, in cui il karma - la buona o la cattiva sorte nella tradizione popolare - ha tanta importanza, quel gesto non ha soltanto un valore simbolico. Fa paura. «Noi marciamo col popolo», hanno proclamato i monaci capovolgendo le ciotole e scendendo in piazza.
Un esempio illustra bene come i birmani siano arrivati allo scontro: Nyapyidaw, la "dimora dei re". Dalla fine del 2005, nella giungla allora infestata dalla malaria, a circa quattrocento chilometri a nord di Rangoon, sta spuntando da terra una città affiancata da un enorme bunker riservato ai capi militari. Imprenditori, la cui fortuna proviene per alcuni dal narcotraffico, costruiscono laggiù una nuova capitale con viali abbastanza larghi per servire da piste d´atterraggio in caso d´emergenza. Là i generali si fanno erigere edifici sontuosi. Là lo stato maggiore disporrebbe di un centro modernissimo di trasmissione e di tunnel attraverso i quali abbandonare la città.
Vecchi generali, al tempo stesso alleati e rivali - Than Shwe, 74 anni, e il suo vice Maung Aye, 69 anni - creano nel cuore del paese un ghetto di lusso, lontano dall´agitazione di Rangoon, la capitale destituita, dove hanno stroncato con un bagno di sangue, diciannove anni fa, un vasto movimento popolare in favore della libertà. Dotata di una stazione balneare affacciata su un grande serbatoio d´acqua, con onde artificiali, Nyapyidaw dovrebbe essere finita nel 2012.
Quella città-caserma, dove si insedieranno i poteri pubblici isolandosi dalla società che dovrebbero amministrare, non ha alcun senso sul piano strategico, perché facile da colpire. Ma essa rassicura i generali che l´hanno dedicata ai grandi monarchi della storia birmana. Than Shwe, il quale si fa puntualmente curare a Singapore per - si dice - un cancro all´intestino, e Maung Aye, pure lui afflitto da un identico male alla prostata, hanno scelto l´isolamento, la reclusione, come se la storia si svolgesse a ritroso. Un video del 2006 ha svelato quella società militare estranea al paese: qualcuno ha filmato il ricevimento per il matrimonio della figlia del capo dello Stato, svoltosi con gran sfavillio di diamanti e con lo champagne che scorreva a fiumi tra le centinaia di invitati, in un decoro da palace a sei stelle, per nuovi ricchi.
Questa situazione è la conseguenza di un lungo deterioramento. Nel 1886, dopo tre guerre, i conquistatori britannici hanno annesso quel vasto territorio al loro Impero delle Indie. Nel 1937 hanno poi disegnato un´entità a parte di quel mosaico di piccoli reami o di principati mal delimitati.
Dopo l´occupazione giapponese (1942-1945), durante la Seconda guerra mondiale, l´hanno riconquistato e poi gli hanno accordato l´indipendenza. La Birmania-Myanmar ha adesso una popolazione che si aggira tra i 47 e i 55 milioni, nessuno sa la cifra esatta, di cui un terzo è formato da minoranze etniche, a volte dotate di piccole forze armate.
Dopo l´indipendenza, strappata nel 1948, l´esperienza democratica, piuttosto confusa, non è durata a lungo. Nel 1962 l´esercito ha preso il potere e il generale Ne Win ha optato per una "via birmana al socialismo". Ha anzitutto promosso una serie di nazionalizzazioni rivelatesi disastrose per l´economia del paese, allora ritenuta la più promettente della regione. L’impoverimento e alcune misure economiche aberranti hanno provocato le manifestazioni del 1988, di cui è stata la portavoce Aung San Suu Kyi, figlia di un eroe dell´indipendenza assassinato nel 1947 e futuro premio Nobel per la Pace nel 1991. I militari hanno disperso quelle manifestazioni, come si sa, con i fucili.
Da allora, Suu Ky, icona della libertà, ha trascorso dodici su diciotto anni in prigione o in residenza sorvegliata.
Nel frattempo l´esercito è passato da duecentomila uomini a più di quattrocentomila, equipaggiati da una Cina cui interessa il gas birmano, un accesso al Golfo del Bengala e, in generale, ai buoni affari che hanno già attirato un milione di immigrati in Birmania. Pechino avrebbe fornito, negli ultimi quindici anni, più di un miliardo e mezzo di euro d´armi all´esercito birmano.
Gli uomini in uniforme sono oggi almeno altrettanto numerosi dei monaci con la tonaca. E, soprattutto, la "via socialista" è stata sostituita da una "via capitalista" che rende felici i detentori del potere e i loro amici. E Nyapyidaw, la costosa nuova capitale, è il simbolo concreto di tutto questo.
A far traboccare il vaso, questa volta, il 15 agosto, è stata la soppressione delle sovvenzioni al carburante, che ha rilanciato l´inflazione in modo vertiginoso. Tra la sorpresa generale, questa nuova scelleratezza ha spinto i bonzi nelle strade. L´esasperazione ha superato la paura, fino a quando si è abbattuta sui manifestanti la repressione militare.
Ma i generali non hanno potuto ignorare le "preoccupazioni" dei loro alleati cinesi, non troppo disposti ad apparire come i protettori di una dittatura brutale, a un anno dalle Olimpiadi di Pechino.
La Birmania è vittima di una maledizione?
Dall´indipendenza sono state sacrificate due generazioni. Negli ultimi vent´anni l´insegnamento superiore, cuore dell´opposizione alla giunta militare, è stato sospeso per la metà del tempo. I cervelli sono fuggiti da un´atmosfera irrespirabile e le prigioni sono affollate. Per mantenere il loro stile di vita i generali si adeguano alla mondializzazione, ai contratti vantaggiosi, agli scambi commerciali, agli affari illeciti e leciti. Ma, cattivi uomini di governo, restano incerti tra il patnerariato con i loro vicini e un isolazionismo di cui Naypyidaw è il simbolo più evidente. Non si parla ancora di dialogo.
Soltanto il tempo dirà se l´entità creata dai britannici nel 1937 può funzionare e se, sul piano pratico, degli ufficiali più giovani e più realisti sapranno rimettere in sesto un paese da tempo disastrato.
JEAN CLAUDE POMONTI

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QUANDO UNA RELIGIONE SI SCHIERA PER LA LIBERT. «Le manifestazioni dei monaci buddisti non mi sorprendono. Anzi, sono uno spettacolo che abbiamo visto spesso nel passato». Tra i molti temi cui Michael Walzer ha dedicato la sua attenzione di filosofo – guerra e giustizia, nazionalismo, welfare, multiculturalismo – la questione dei rapporti tra politica e religione ha sempre avuto un posto privilegiato. In La Rivoluzione dei Santi, Esodo e Rivoluzione, Politica e profezia, Walzer ha esaminato il carattere propulsivo, radicale, spesso rivoluzionario, che la narrazione biblica e i fenomeni religiosi hanno spesso avuto nella storia. I puritani – che Walzer ha raccontato proprio in La Rivoluzione dei Santi – cercavano di stabilire in America a city upon a hill, una città sul monte, che traeva dall´insegnamento dell´Esodo l´anelito all´eguaglianaza e alla giustizia.
Michael Walzer, perché non è sorpreso di fronte alle immagini dei monaci buddisti che guidano la protesta a Myanmar?
«Perché il dissenso politico, le strategie antiautoritarie, sono state spesso il prodotto della cultura e delle istituzioni religiose. E´ una lezione che alcuni di noi, almeno negli Stati Uniti, hanno imparato negli anni Sessanta, al tempo della lotta per i diritti civili. Partimmo per il Sud e al nostro arrivo scoprimmo che tutti i leader del movimento erano pastori battisti, che le istituzioni di base della rivolta erano le chiese. A guidare la lotta c´erano sì gli afro-americani, ma non erano contadini, o lavoratori dell´industria. Erano predicatori. Ecco perché la protesta dei monaci buddisti ci è così familiare».
I buddisti come i seguaci pacifisti di Martin Luther King, quindi, o come i gruppi di dissidenti religiosi – spesso quaccheri – che fuggirono le persecuzioni e cercarono di creare in America una Città di Dio non violenta e solidale.
«Sì, diciamo di sì, senza però dimenticare che la religione può produrre un altro tipo di politica, intollerante, di destra, spesso impegnata nella persecuzione degli eretici. Ecco perché ritengo sia necessario guardare a un fenomeno di questo tipo con un certo distacco. Non mi sembra per esempio che i monaci buddisti in Sri Lanka abbiano svolto un ruolo così eroico e liberatorio. Anzi, lì i monaci, perseguitando i rappresentanti delle altre confessioni religiose, si sono dimostrati un potere repressivo e normalizzatore».
Lei teme che anche in questo caso, nell´eventualità cioè di una vittoria dei monaci buddisti contro la giunta militare, l´anelito spirituale possa provocare contraccolpi antiliberali?
«No, dico soltanto che la religione ha sempre avuto due facce. Può essere uno straordinario motore per la ricerca e il perseguimento della giustizia sociale. E´ la spinta che viene dalla frase biblica, Justice, Justice shall thou pursue, ("Giustizia, giustizia tu cercherai", ndr.) che ha spesso offerto riparo dall´ingiustizia. Ma lo slancio millenaristico può facilmente trasformarsi in persecuzione o in strumento di controllo e di repressione delle istanze di liberazione. E così, ammiro questi monaci, ma francamente preferirei una rivolta che si basa su principi social-democratici».
Nel suo libro, La Rivoluzione dei Santi, lei descrive i puritani come oppositional men, uomini volti alla distruzione di un ordine per istituirne un altro. Anche i monaci buddisti sono oppositional men?
«Sì, questi monaci sono sicuramente figure di opposizione, di ricerca di un altro ordine. Teniamo però in conto una cosa. Ciò cui i monaci si oppongono è una dittatura moderna, risultato di dinamiche politiche e militari che sono eredità dei movimenti comunisti del Novecento. Resta però poco chiara la politica di questi monaci, al di là dell´opposizione alla giunta che governa il paese. E questo penso dipenda dalla natura pre-politica, o a-politica, del movimento dei monaci».
In realtà però i monaci buddisti hanno un ruolo politico. La legittimità, a Myanmar, dipende in fondo dal kharma posseduto dai monaci. Per questo i militari rivendicano l´adesione al buddismo, che è la fonte stessa del loro potere.
«Qui farei una distinzione. La giunta militare usa la spiritualità buddista per legittimarsi, ma non è una novità. Tutta la storia dell´Occidente – e non solo – è segnata dall´intreccio tra politica e religione. Per fare due esempi, la lotta contro la schiavitù negli Stati Uniti e il proibizionismo furono campagne motivate attraverso la religione. Possiamo giudicare il radicalismo islamico un fenomeno nuovo, per potenza ed estensione, ma non è così. E´ una storia antichissima e che ritorna periodicamente. La vera conquista della nostra società non è la distinzione tra politica e religione, ma quella tra Stato e Chiesa, che ha poi fondato la democrazia americana, dal "Patto della Mayflower" fino alla Dichiarazione d´Indipendenza».
La nostra simpatia per i monaci dipende comunque in gran parte dalla loro strategia non-violenta. Lei ha studiato tante rivoluzioni del passato. Una rivoluzione può vivere senza un braccio militare?
«Sì. Una rivoluzione non vive senza un braccio politico – di qui i miei dubbi sulla capacità dei monaci di offrire alternative praticabili – ma può assolutamente sopravvivere senza un braccio militare, come dimostrano il caso delle Filippine di Marcos, la "rivoluzione di velluto" nella Repubblica ceca e in genere i movimenti popolari che nell´Europa dell´est e in America Latina hanno scalzato le dittature. In realtà, è proprio questa la formula che ha avuto più successo nella seconda metà del Novecento: quella di rivoluzionari "pacifisti" che difendono il popolo contro la politica di aggressione dei dittatori».
ROBERTO FESTA