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 2007  ottobre 04 Giovedì calendario

Una isoletta brulla nel Golfo Persico può rivoluzionare il rapporto tra petrolio e dollaro? il tema del libro ’Euroil-La Borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano’ di Paolo C

Una isoletta brulla nel Golfo Persico può rivoluzionare il rapporto tra petrolio e dollaro? il tema del libro ’Euroil-La Borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano’ di Paolo C. Conti ed Elido Fazi (Fazi Editore), in uscita il 5 ottobre, di cui anticipiamo un brano. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad annunciò nel 2005 che la piccola isola di Kish, nel Golfo Persico, a 18 chilometri dalle coste iraniane, avrebbe presto ospitato una nuova Borsa che avrebbe trattato idrocarburi. Venne annunciato che la Borsa avrebbe aperto i battenti nel marzo del 2006, ma l’inaugurazione fu più volte posticipata senza spiegazioni. Nel gennaio del 2007 una notizia filtrata sulle agenzie internazionali chiariva che il progetto era tuttora in corso. "A breve termine la Borsa di Kish potrà trattare prodotti petrolchimici fra cui vari tipi di petroli e gas concentrati", spiegava un portavoce della Teheran Stock Exchange Organization, precisando che il progetto avrebbe avuto inizialmente una durata annuale, in attesa di capire se c’erano le potenzialità per continuare anche negli anni a venire. Gli azionisti della Borsa di Kish sono la National Iranian Oil (20 per cento), la National Petrochemical (25), la National Iranian Oil Refining and Distribution (20), l’Iran Oil Industry Pension and Deposit Fund (5), la Teheran Stock Exchange (10), la Kish Free Zone Organization (10) e la Mostazafan Foundation (10). Ma il consorzio che dovrebbe garantirne l’operatività e il finanziamento è composto anche da un gruppo di aziende coreane. Attualmente, la stragrande maggioranza degli idrocarburi estratti dal sottosuolo viene venduta su due sole piazze finanziarie, il newyorchese Nymex (New York Mercantile Exchange) e l’Ipe (International Petroleum Exchange) di Londra, entrambe controllate da capitali statunitensi (l’Ipe è stato comprato nel 2001 da un consorzio che comprende Bp, Goldman Sachs e Morgan Stanley): questo elemento pone di fatto sotto il controllo americano gran parte degli scambi di gas e petrolio del pianeta. E questo trasforma già il varo della Borsa di Kish in un’azione finanziariamente ostile verso gli Usa. Per il governo iraniano, inoltre, la Borsa è una straordinaria opportunità per attrarre nel paese gli investimenti esteri di cui Teheran ha bisogno per modernizzare le infrastrutture d’estrazione di idrocarburi, che attualmente producono un flusso di gas e petrolio inferiore a quello precedente alla rivoluzione khomeinista. Ma c’è un altro motivo che trasformerebbe la Borsa di Kish in un pericolo per l’economia Usa: la Borsa venderebbe il petrolio e gli altri idrocarburi non in dollari, ma in euro. E non parliamo soltanto del petrolio e del gas iraniani, ma di tutti gli idrocarburi prodotti dai paesi che sceglierebbero di usare questa piazza invece di quelle attualmente esistenti. Oggi, infatti, il più importante ostacolo alla diversificazione delle valute nel commercio di petrolio è la mancanza di uno standard per la definizione del prezzo del petrolio (che in gergo viene chiamato marker) basato sull’euro. I marker attuali, in base ai quali il petrolio viene prezzato, sono il Norway Brent Crude, il West Texas Intermediate Crude (Wti) e lo United Arab Emirates (Uae) Dubai Crude. E sono tutti denominati in dollari. opinione di molti analisti che la nascita della Borsa di Kish darebbe vita a un quarto marker internazionale, denominato in euro, il che avrebbe l’effetto di rimuovere l’ostacolo più grande alla nascita di un mercato internazionale del petrolio venduto e comprato nella valuta europea. L’effetto sarebbe l’avvio di una competizione fra petrodollari e petroeuro, con la conseguenza di dinamiche del tutto nuove nel mercato più ricco del pianeta, quello del commercio del petrolio e del gas naturale. Il pericolo insito nella Borsa iraniana sta in parte nella capacità dell’Iran di polarizzare l’interesse dei broker internazionali, che potrebbero preferire gli scambi in euro a quelli in dollari, ma soprattutto nel cosiddetto ’effetto domino’, che potrebbe spingere altri paesi a seguirne l’esempio. n