Giorgio Lonardi, la Repubblica 29/9/2007, 29 settembre 2007
MILANO
L´Italia potrà mettere a coltura 180 mila, forse 200 mila ettari in più a cereali. Si tratta di un´immensa estensione di terreno, circa il 10% della superficie a frumento. La decisione presa pochi giorni fa a Bruxelles per calmierare i prezzi di grano e mais messi sotto tensione dal boom dei consumi di India e Cina (ma anche per la siccità in Australia e Nord America oltre che per la domanda crescente di bio carburanti negli Usa) fa parte di una scelta più vasta che «scongela» 3,8 milioni di ettari a livello europeo. Basterà questa mossa per raffreddare gli aumenti di pane e pasta? I dubbi sono più che legittimi. Anche se la disposizione della Commissaria Ue all´Agricoltura Mariann Fischer Boel rompe con la tradizione del set-aside, la messa a riposo dei terreni per evitare il tracollo dei prezzi.
«La decisione di Bruxelles», sostiene Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, «va nella direzione giusta. Ma temo che non sia sufficiente». Vecchioni osserva che «il costo della materia prima incide sul pane solo fra il 10 e il 15% e sulla pasta fra il 10 e il 18%. Dunque non ha senso addebitare agli agricoltori aumenti a doppia cifra sugli scaffali. Senza contare che i listini dei marchi della grande distribuzione rimangono invariati». Per il presidente di Confagricoltura le aree del Paese che potrebbero rispondere con più convinzione al passo di Bruxelles sono la Pianura Padana, la Puglia e la Sicilia per il grano duro e alcune aree dell´Italia Centrale.
In teoria l´Italia potrebbe produrre circa 700 mila tonnellate di cereali in più. Eppure, sui risultati della decisione europea, caldamente appoggiata dal ministro dell´Agricoltura Paolo De Castro, pesano molte incognite. A cominciare dal fatto che questa decisione avrà i suoi effetti solo con il raccolto del 2008. Mentre non è detto che tutti gli ettari oggi «a riposo» vengano nuovamente messi a coltura. Infine, ecco l´ultima incognita: non c´è alcuna certezza che i coltivatori scelgano di produrre cereali, anche se le quotazioni attuali dovrebbero essere un incentivo più che sufficiente.
Insomma, ci vorrà ancora del tempo per verificare se la scelta europea avrà successo o meno. «Purtroppo», ha dichiarato Mario Rummo, presidente di Unipi, l´associazione degli industriali della pasta, «il continuo innalzamento del prezzo del grano duro che ormai ha raggiunto un +80% rispetto ad un anno fa, rende sempre più drammatica la situazione del settore e perciò non rinviabili i ritocchi di listino sul prezzo della pasta conseguenti all´aumento della materia prima che incide per il 60% sul costo del prodotto».
Quanto a Vecchioni rammenta che la produzione di cereali è «strategica» per il nostro Paese. E che dunque «se questo è vero sarebbe sensato prevedere un sostegno al reddito degli agricoltori impegnati su queste colture». Poi dice: «Quando il prezzo del grano scende sotto un certo livello i farmer americani che hanno fattorie medie da 200 ettari e non da 20 come le nostre vengono compensati da Washington. Noi europei faremmo bene a non dimenticarlo».