Fabio Cavalera, Corriere della Sera 1/10/2007, 1 ottobre 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – Dal 1989 è in gabbia. Prima la galera poi le mura della sua casa sul lago Inya a Yangon, l’ex capitale Rangoon. Aung San Suu Kyi è agli arresti domiciliari e ciò che appare come una concessione è invece un terribile tormento: quello di dovere stare immobile e sola mentre la Birmania, che la ama, rivendica la libertà. La Lady, così la chiamano, ha sfidato i generali qualche giorno fa quando ha aperto la porta del cancello e si è inchinata a mani giunte davanti ai monaci e al suo popolo che manifestavano pacifici. Poi non si è saputo più nulla. Chi la credeva morta, chi deportata, chi sepolta. Invece è lì, esile ma sempre col tratto elegante, a tenere alta la bandiera e gli ideali che ha ereditato dal padre, eroe dell’indipendenza e fondatore della Birmania, eliminato in un complotto.
Ieri Aung San Suu Kyi è ricomparsa in una foto. Esile, con un leggero sorriso, in piedi vicino all’inviato dell’Onu, Ibrahim Gambari, il diplomatico che deve negoziare con i dittatori. La «signora del pavone e del drago rosso», i simboli della sua Lega nazionale per la democrazia, è uscita per un’ ora dalla prigione e ha discusso con il rappresentante delle Nazioni Unite arrivato sabato a Yangon. La riunione è avvenuta in una residenza che ospita le delegazioni straniere. Nessun dettaglio alla fine. Ma la diffusione dell’immagine significa che la mediazione sta per cominciare. Da una parte c’è Than Shwe, il generale che tiene la Birmania alla fame mentre la figlia si copre il collo di diamanti. Dall’altra il premio Nobel per la pace 1991, «la strega» o «la ladra» per il regime, simbolo di resistenza, leader di un movimento che alle ultime elezioni libere nel 1992 (una parentesi chiusa con l’annullamento del voto e la definitiva incarcerazione della Lady) raccolse il consenso di 8 birmani su 10.
Than Shwe non ha credibilità, è un aguzzino però controlla ancora l’esercito. E con lui l’inviato dell’Onu è costretto a fare i conti. Il suo ruolo non gli permette altra via che quella di avere molta pazienza. Se salta tutto si corre il rischio di un massacro. Yangon è occupata da 20 mila soldati in assetto antisommossa.
I militari hanno imposto la loro agenda e Gambari l’ha dovuta accettare. sceso dall’aereo ed è stato accompagnato nella capitale Naypyidaw, la «città degli Dei», dove però i capi della giunta non lo hanno ricevuto. Il primo meeting è avvenuto con alcuni ministri fantoccio. Ha comunque ottenuto il via libera per vedere Aung San Suu Kyi, prologo necessario per verificare se si può avviare la trattativa. In mattinata, ieri, nuovo trasferimento a Yangon e il faccia a faccia con la leader dell’opposizione.
Secondo alcune fonti la signora avrebbe consegnato una lettera per la giunta.
Di vero ci sono la dichiarazione di un diplomatico asiatico (con la conferma: « partita la sottile diplomazia di Gambari ») e la richiesta dell’Inghilterra, attraverso l’ambasciatore Mark Canning, di consentire al mediatore di stare in Birmania per il tempo che gli servirà ad avviare «il processo di riconciliazione ». Posizione su cui concorda pure la Cina, la vera chiave di volta per la soluzione della crisi. Dal Vaticano è poi arrivato il messaggio di Benedetto XVI: «Esprimo la mia spirituale vicinanza alla cara popolazione del Myanmar, auspico una soluzione pacifica».
Nella serata, Gambari è risalito in auto. Nella nuova capitale lo aspettavano questa volta i generalissimi rintanati nel bunker. Dopo 45 anni di regime sono costretti a discutere. Ma dettano ancora le condizioni.