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 2007  settembre 30 Domenica calendario

Leo Longanesi ha scritto molti libri, ma ciascuno di essi è in realtà una variante o continuazione del precedente

Leo Longanesi ha scritto molti libri, ma ciascuno di essi è in realtà una variante o continuazione del precedente. Tutti appartengono a un genere letterario ibrido: diario, romanzo picaresco, raccolta di schizzi e bozzetti, massimario, collezione di aforismi. Il loro dato comune è rappresentato dalla presenza dell’autore come protagonista o spettatore. Anche quando Longanesi non scrive in prima persona e non descrive avventure o vicende a cui ha personalmente partecipato, il libro è sempre «autobiografico». Ed è anche, inevitabilmente, politico; come sono politici, del resto, i molti giornali che ha fondato a diretto nel corso della sua vita. Paradossalmente, tuttavia, niente è così poco afferrabile e descrivibile quanto la «politica» di Longanesi, vale a dire quell’insieme di concetti, teorie, dottrine che formano le convinzioni di uno scrittore, soprattutto quando è totalmente immerso nella vita pubblica del suo Paese. Conosciamo le sue letture giovanili. Sappiamo che ha letto Salgari con passione e che ha scoperto, subito dopo, Kipling. Sappiamo che è stato molto attratto da d’Annunzio e dalla lettura di Rubé, il romanzo di Giuseppe Antonio Borgese in cui è descritta la crisi morale di un giovane uomo deluso dai «miti eroici» della Grande guerra. Non ama De Amicis, non apprezza la retorica nazionalista e sociale di Enrico Corradini. Non mi sembra che in anni giovanili sia stato attratto dalla letteratura meridionale del primo Novecento (Verga, Capuana, De Roberto) o che abbia nutrito una particolare ammirazione per la grande letteratura italiana dell’Ottocento, da Manzoni a Nievo. evidente invece che ha una grande familiarità con Stendhal, Balzac, Flaubert, Maupassant, e con memorialisti, viaggiatori, autori di diari e cronache, soprattutto francesi: libri dove la politica è trattata generalmente in termini letterari e in cui la parola e la frase sono sempre più importanti della teoria. Fra le letture più propriamente politiche vi è certamente quella di Georges Sorel, teorico dei miti e dell’azione. Ma non sappiamo se e quanto abbia conosciuto e studiato il grande dibattito sul marxismo provocato, verso la fine dell’Ottocento, dal saggio di Eduard Bernstein sul revisionismo socialdemocratico. Se ha già letto, all’inizio degli anni Venti, Benedetto Croce o Giovanni Gentile, non sembra esserne stato sedotto. Conosce i movimenti letterari e le avanguardie, ma l’unico grande movimento che abbia lasciato qualche segno sul suo stile, pittorico, grafico e narrativo, è il surrealismo. questa probabilmente la ragione per cui nel 1926, dopo avere fondato L’Italiano, propose uno scambio di riviste alla redazione della Révolution surréaliste. Ma la risposta di Louis Aragon è sferzante: «Fateci il piacere di lasciarci in pace con il vostro letamaio fascista». I surrealisti si erano convinti che la loro «rivoluzione» fosse perfettamente in sintonia con quella dell’Ottobre bolscevico, e non intendevano avere rapporti di cuginanza con un foglio fascista. Avevano commesso un errore. Credevano di essere comunisti, ma erano fondamentalmente anarchici e avrebbero dovuto capire che Longanesi, anche se con caratteristiche alquanto diverse dalle loro, era un lontano cugino italiano. Come i surrealisti e molti dei suoi autori francesi preferiti (Charles Péguy, ad esempio), Longanesi è figlio di quella corrente delusa dalla democrazia e antiparlamentare che ha distinto una larga parte della cultura europea agli inizi del Novecento. Non ha una formazione teorica, non è un pensatore politico, non è un agitatore rivoluzionario. Ma prova una forte antipatia per la democrazia borghese e per i suoi vizi: il chiacchiericcio dei parlamenti, le clientele, la compravendita dei voti, l’ipocrisia dei nobili sentimenti umanitari e l’affarismo, l’abissale divario fra la retorica dei grandi principi universali e il tran tran dei compromessi quotidiani. Mussolini gli piace perché è energico e risoluto. Si iscrive al partito fascista perché gli sembra essere l’unico movimento capace di spalancare le finestre del Paese e di lasciare entrare una ventata di aria fresca. Quando appare nella vita culturale italiana verso la metà degli anni Venti, tuttavia, Longanesi è già un fascista anomalo. Conosce l’Italia che non gli piace molto più di quanto non riesca a immaginare quella che dovrebbe sostituirla. Ha una penna corrosiva e pungente che può tagliare a pezzi le vittime della sua derisione. Sa già quali siano i personaggi della società e i tipi umani che desidera esporre al pubblico ridicolo. disegnatore, pittore, grafico e ha già impaginato nella sua mente un gran numero di riviste, libri, copertine, fregi e risvolti. I suoi caratteri tipografici preferiti sono i Bodoni, vale a dire i più classici, austeri ed eleganti della tradizione italiana. Ma non resiste alla tentazione di impreziosirli con un «ornato» che appartiene al gusto tipografico della seconda metà dell’Ottocento: una combinazione che produrrà più tardi una specie di classicismo rococò. Ha insomma una straordinaria somma di talenti, ma deve metterli al servizio di una idea. Si potrebbe sostenere che Longanesi, sin dall’inizio della sua carriera, è uno Stile alla ricerca di una Ideologia. Quella dell’Italiano, la sua prima rivista importante, è «Strapaese», il movimento anti-internazionalista, nazional-popolare e orgogliosamente provinciale che pretende di riportare alla luce i caratteri originali dell’identità nazionale italiana. Per i suoi partigiani, l’italiano è naturalmente sobrio, austero, rurale, inventore di forme semplici ed essenziali, impregnato da una religiosità che è stata modellata dalla tradizione cattolica. L’ideologia di Strapaese è una classica «invenzione della tradizione», la fabbricazione di un passato fittizio da cui è stato espunto tutto ciò che contraddice la teoria. Ed è soprattutto l’ennesima espressione di un motto – «l’Italia farà da sé» – con cui la classe dirigente italiana ha spesso cercato di esorcizzare l’arretratezza e la fragilità dell’Italia nel contesto internazionale. Grazie a Papini, Soffici, Malaparte, Maccari e Longanesi, tuttavia, Strapaese sarà per alcuni anni l’equivalente italiano del Sonderweg tedesco, la formula esclusivamente nazionale, ricavata dal proprio passato, con cui l’Italia dovrebbe «marciare» verso il futuro e divenire grande potenza, senza dover necessariamente percorrere le grandi tappe della rivoluzione borghese in Inghilterra e in Francia. Nella foto tonda: un disegno dal libro di Longanesi «Il Generale Stivalone». Nella foto rettangolare: il suo quadro «Ufficio informazioni» dal catalogo della mostra milanese del 1996-97