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 2007  settembre 30 Domenica calendario

ROMA – Ci sono voluti undici mesi per metterla a punto e ci vorranno tre anni per realizzarla. La riorganizzazione della Banca d’Italia, approvata venerdì dal Consiglio superiore dell’Istituto, rappresenta un grosso cambiamento per chi vi lavora ma anche per gli intermediari, banche prima di tutti, e per gli stessi cittadini

ROMA – Ci sono voluti undici mesi per metterla a punto e ci vorranno tre anni per realizzarla. La riorganizzazione della Banca d’Italia, approvata venerdì dal Consiglio superiore dell’Istituto, rappresenta un grosso cambiamento per chi vi lavora ma anche per gli intermediari, banche prima di tutti, e per gli stessi cittadini. il segnale più significativo della svolta impressa dal governatore Mario Draghi ed anche quello destinato a cambiare oltre l’immagine della Banca, le abitudini di molti dipendenti. Già perché la riorganizzazione cancella 33 filiali, su 97 e ne snellisce altre 37; ristruttura la presenza all’estero e, se si comprende la rimodulazione delle aree centrali, in pratica coinvolge e mobilita più del 70% del personale dell’istituto. «Nella storia della Banca d’Italia non c’è mai stato un momento di uguale importanza riformatrice» osserva Fabrizio Saccomanni, direttore generale di via Nazionale e regista della riorganizzazione sottoposta a un complesso confronto con le organizzazioni sindacali interne. stato un processo «che abbiamo voluto definire e affinare deliberatamente con grande attenzione e impegno di tempo». E che, rileva ancora il numero due di Palazzo Koch, anziché ridurre «rafforza il ruolo della Banca d’Italia in Europa, dove è gia leader nel sistema dei pagamenti». La riforma, aggiunge Saccomanni, va nella stessa direzione (ridimensionamento e riorganizzazione territoriale) seguita dalle altre banche centrali dopo la moneta unica, ma ha «una specificità italiana: non bada solo al profilo economico ma anche a quello istituzionale e sociale, con l’adozione del modello regionale per le filiali».  stato difficile scegliere le sedi da chiudere? E vero che ci sono state pressioni da parte delle autorità locali e telefonate di politici per scongiurare chiusure di sedi? «Ci sono state soprattutto, come logico, richieste di informazioni. Pressioni no. Anche perché per decidere i ridimensionamenti abbiamo utilizzato criteri oggettivi basati sul numero delle banche e sulle esigenze di servizi». I sindacati protestano perché il dimagrimento della banca sarebbe eccessivo. Altri osservatori pensano che avreste potuto fare di più: in fondo all’inizio avevate proposto la chiusura di 59 filiali scendendo poi a quota 33. Che rispondete a riguardo? «Possiamo non preoccuparci, visto che siamo in mezzo tra chi dice che abbiamo fatto poco e chi invece pensa l’esatto contrario. Rivendichiamo la scelta di una riorganizzazione equilibrata e moderata, ma importante perché tra chiusure e rimodulazioni copre 70 filiali su 97». Come funzionerà la nuova Banca d’Italia? Che faranno, per esempio, le filiali «leggere», specializzate nei servizi all’utenza? «L’utenza è quella privata, cioè la gente che deve fare piccoli incassi e pagamenti per conto dello Stato. Si tratta di funzioni che ormai possono essere delegate alle Poste o alle banche. Tanti anni fa tutti i professori andavano a ritirare lo stipendio in Banca d’Italia: ora se lo fanno accreditare in banca. E vero che ci sono ancora molte persone che non hanno un conto corrente ma dovremmo incentivarle ad aprirlo, considerato anche che in Italia c’è un eccessivo uso del contante e che rientra nelle funzioni di via Nazionale favorire le forme più moderne e sicure di pagamenti». E le filiali per l’uso del contante? «Distribuiranno le banconote a banche e Poste. Faranno un’attività logistica e manageriale che seguirà l’intero cammino dei biglietti dalla messa in circolazione, alla verifica dei falsi, al ritiro di quelli logori». La vigilanza si concentrerà in poche filiali oltre a quelle regionali. Perché? «Il compito della Banca è di vigilare sulla stabilità del sistema. Dopo le fusioni si sono formati grandi gruppi che non possono essere vigilati localmente. Unicredit o Intesa Sanpaolo non possono per esempio essere controllate da Milano o Torino quando sono presenti in tutta Italia e all’estero. Ci deve pensare Roma, il servizio centrale, che è anche in grado di dialogare con le altre autorità internazionali. A livello locale, in rapporto diretto col Direttorio, saranno vigilate le banche che operano sul territorio. Riorganizzare le filiali, insomma, vuol dire modernizzare la banca: non è né ritirarsi né ridurre le funzioni, ma solo migliorare la struttura per rispondere, in un regime di globalizzazione, alle esigenze di un sistema bancario sempre più consolidato, con protagonisti di livello europeo». E le filiali regionali? Resteranno in piedi anche quelle a bassa operatività come Aosta o Trieste? «Abbiamo rispettato il modello regionale. Perché ci sono aspetti di carattere istituzionale, di rapporti con le autorità locali e i centri di ricerca, da considerare. L’operatività delle sedi regionali sarà piena: analisi e ricerca statistica; tesoreria, vigilanza e servizi all’utenza». All’estero, abbandonate i capisaldi europei? «Manteniamo gli uffici nelle tre piazze finanziarie più importanti, New York, Londra e Tokyo. Chiudiamo invece le altre delegazioni in Europa ma in compenso avremo un attaché finanziario presso tutte le ambasciate italiane: saremo quindi anche in India, in America Latina o in Cina». Tra i sindacati c’è molta tensione. Non vi preoccupa? «Ci auguriamo che siano disponibili ancora al dialogo. Dobbiamo individuare le misure di accompagnamento alla riforma: nessuno perderà il posto di lavoro e saremo disponibili ad ascoltare le esigenze di tutti, caso per caso. Ci sarà un call center e studieremo meccanismi di riqualificazione o forme di aiuto per i trasferimenti e in ultimo, per chi è vicino alla pensione, anche incentivi per l’uscita anticipata».