Paolo Conti, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
ROMA – Giulio Andreotti sorride e scherza: «L’aumento dei fitti mi ha spinto ad anticipare il trasferimento all’Istituto Sturzo del mio archivio personale
ROMA – Giulio Andreotti sorride e scherza: «L’aumento dei fitti mi ha spinto ad anticipare il trasferimento all’Istituto Sturzo del mio archivio personale. Penso che su mille schede irrilevanti una o due contengano spunti interessanti. Magari nel futuro...» Ed eccolo qui, il mitico archivio andreottiano che nell’immaginario della sinistra negli anni Settanta sarebbe stato pieno di indicibili segreti di Stato e suoi personali. Per ospitare tutto il materiale, l’Istituto «Luigi Sturzo» ha dovuto sgombrare due intere aule sotterranee dell’antico palazzo Baldassini (architetto Sangallo il Giovane) in via delle Coppelle 35 accanto alle collezioni integrali de Il popolo, che fu il quotidiano della Democrazia cristiana. Il nuovo arrivo dello sterminato archivio andreottiano ha posto un serio problema logistico: 3500 «buste», secondo il termine caro agli archivisti, che in realtà sono autentici faldoni giganti. Altro che le 1400 buste dell’archivio di Don Luigi Sturzo, il «padrone di casa», o le seicento buste dell’archivio della Dc dal 1943 al 1993 (verbali delle segreterie e delle direzioni di partito), le 148 buste lasciate dall’ex presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, le altre trecento di Mario Scelba. Andreotti ha deciso di donare le sue carte su sessant’anni di vita politica italiana non in un futuro testamento ma da vivo e vegeto. Anzi, una delle caratteristiche dell’archivio – dicono all’Istituto «Sturzo» – è proprio il suo essere alimentato e soprattutto usato dal suo titolare. Cosa scopriremo della storia d’Italia, presidente Andreotti? «Molto sui partiti e i rapporti tra i gruppi. Soprattutto sulle crisi di governo e sulla loro soluzione. E penso anche che sul Patto Atlantico si scoprirà qualcosa, un giorno... » Sulle sue recenti vicende personali e giudiziarie, presidente? «No. Su quelle non credo. Alla fine tutte le polemiche sono state chiarite e non vedo più nuvole intorno a me...». Niente di più. L’attenzione degli studiosi sarà enorme. L’archivio è stato già dichiarato qualche settimana fa «di interesse storico particolarmente importante» dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio al momento del suo arrivo da un deposito in via Borgognona («mi avevano raddoppiato il canone d’affitto», ridacchia il senatore a vita). Le 3500 buste sono così organizzate, per ora. Una prima sezione in 13 serie documentarie: Camera, Senato, Vaticano, Democrazia Cristiana, Divorzio, Europa, Discorsi, Elezioni, Governi, Parlamento, Personale, Scritti, Parlamento. La seconda è formata da ben 10.400 «pratiche» formate a loro volta da uno o più fascicoli. All’Istituto Sturzo valutano genericamente in «anni e anni » il tempo necessario per analizzare carte, fotografie, audiovisivi. Ma quando e come sarà consultabile? Per ora l’accordo tra Andreotti e l’Istituto è che le domande presentate verranno esaminate dal senatore a vita. Poi funzioneranno le leggi vigenti, soprattutto l’articolo 122 del Codice dei beni culturali sugli archivi: libera consultazione, a meno che i documenti non vengano dichiarati «riservati» se relativi a questioni delicate della vita dello Stato o sulla politica estera (consultabili cinquant’anni dopo la data) o se contengono dati sensibili personali (quarant’anni) o notizie sulla salute del titolare, sulle abitudini sessuali e i rapporti familiari (settant’anni). I primi faldoni ad essere consultabili potrebbero essere quelli legati al cinema, cioè all’attività di Andreotti come sottosegretario a Palazzo Chigi di Alcide De Gasperi tra il ’47 e il ’53. Il materiale è quasi riordinato. Paolo Conti