Giusi Fasano, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
VIGEVANO (Pavia) – Si conoscono, si incrociano. Qualche volta anche davanti a un caffè. L’una sa dell’altra quanto basta per salvare forma e cortesia e mantenersi, però, a debita distanza. Giulia Pravon, il gip delle sentenze-contro e Rosa Muscio, il pm che non ha mai fretta, la tesi e l’antitesi di piazzetta Lavezzari, cuore di Vigevano e sfondo per le finestre della procura e del tribunale. Chi le conosce giura che la sola cosa che hanno in comune è l’eccesso di riservatezza. Per il resto è un coro di differenze.
«Chissà adesso che diranno di me...», si preoccupava venerdì mattina la dottoressa Pravon, gip da nemmeno un mese. L’ordinanza che aveva appena depositato diceva che Alberto Stasi sarebbe tornato in libertà da lì a poche ore. Difficile non immaginare l’effetto dirompente di quella decisione. Altro lato della piazza. Ufficio del pubblico ministero. «Non ci posso credere, si sono rimangiati la parola». Rosa Muscio non se la prende con la collega che ha bocciato il suo lavoro, no. Ce l’ha con i Ris di Parma. Si è fidata della loro relazione preliminare sul Dna e per una volta si è lasciata prendere dal decisionismo, proprio lei che in tutta questa storia ha ripetuto sempre «non c’è fretta di chiudere le indagini ». andata come sanno ormai tutti. E anche se non risulta che Rosa Muscio abbia dedicato una sola parola di commento all’ordinanza firmata Pravon, nessuno, nell’entourage dei collaboratori, scommetterebbe su un prossimo caffè a breve termine fra le due.
«Era stanca e un po’ nervosa» dice della pm chi l’ha vista ieri mattina in procura. Per la verità forse anche un po’ più che nervosa se è vero che se l’è presa parecchio per la telefonata ricevuta da una giornalista. «Con chi parlo?» ha risposto lei sul telefono cellulare di servizio. «Sono...». Un istante di gelo. «Buonasera», ha replicato l’ex vice-commissario dell’Anticrimine Muscio. Fine della conversazione. Giornalista disarcionata e pm irritata. Al punto da cambiare scheda telefonica (e quindi numero) nel giro di un paio d’ore. Non sia mai che qualche altro giornalista ci riprovi...
Il pubblico ministero che viene dalla polizia (38 anni, moglie di un bancario) ha «l’ossessione» del non apparire, per dirla con le parole di chi ogni tanto si ostina inutilmente a chiederle un’informazione, anche su una sentenza di condanna già emessa da settimane. Oppure, a voler dar retta ai giudizi di investigatori che hanno lavorato con lei «ha il difetto dell’ipergarantismo, nessun arresto se non trova la famosa pistola fumante». «Scrupolosa, coscienziosa, tenace», la difende la sua ex capa della procura, Carmen Manfredda.
Aggettivi che invece Ivana Caputo, ex giudice del tribunale di Vigevano, usa per la sua amica Giulia. «La dottoressa Pravon la conosco da prima che fosse magistrato. una mia cara amica e ho sempre ammirato moltissimo la sua capacità di decidere senza lasciarsi condizionare. Episodi personali? Per carità! Non vorrebbe mai che qualcuno raccontasse della sua vita. Dite solo che è un’ottima mamma di due bambini». Nata e cresciuta a Mortara, figlia di un avvocato molto conosciuto, Giulia Pravon è venuta su a pane e giustizia. «Io facevo il praticante nello studio del padre, ricordo che alle sue figlie ripeteva sempre che le avrebbe volute magistrato» racconta Renato Selletti, oggi avvocato affermato. Chissà se nel vecchio studio di suo padre, Giulia – quella che prendeva sempre i migliori voti al liceo classico, che faceva girare la testa ai compagni perché era la più carina – già si interessava del cioccolato olandese. «Ne conosce ogni varietà » conferma oggi un suo collega. Chissà se le serve per darsi la carica quando prende decisioni difficili. Come quella di condannare quattro poliziotti che malmenarono un ladro dopo averlo arrestato. Era qualche anno fa, quando lei era il presidente del collegio penale di Vigevano. Con la polizia fu un terremoto. Esattamente come venerdì mattina con la procura.