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 2007  settembre 29 Sabato calendario

Mi accadde, molto tempo fa, di sfogliare Opéra, una raccolta di poesie pubblicata da Jean Cocteau a metà degli anni Venti

Mi accadde, molto tempo fa, di sfogliare Opéra, una raccolta di poesie pubblicata da Jean Cocteau a metà degli anni Venti. Due versi attrassero la mia attenzione: «Cyclistes et rois fainéants des Halles / votre fleuve d’amour orne Paris» («Ciclisti e re fannulloni delle Halles / il vostro fiume d’amore orna Parigi»). Subito mi ricordai di una poesia famosa che Saba aveva dedicato alla squadra di calcio della sua città: «La vostra gloria, undici ragazzi / come un fiume d’amore orna Trieste». Avevo scoperto un plagio. Scoperta che mi diede una temporanea soddisfazione (scoprire echi e plagi è uno dei piaceri della lettura) e non mi scandalizzò. Saba aveva letto Cocteau, e si era rammentato di un suo verso felice. Gli sarà sembrato che non ci fosse modo migliore per dire quello che voleva dire. La letteratura si nutre di calchi e di imitazioni. Dagli antichi ai postmoderni, i plagi appaiono frequentissimi... e tuttavia si potrebbe anche sostenere, con buoni argomenti, che nessuno ha mai plagiato nessuno, perché plagiare è impossibile. Passando da un autore a un altro, un segmento di testo, un’immagine, un motivo mutano timbro, colore, significato. Il riverbero del contesto li rende cangianti. Ma quello che vale per le opere letterarie degne di questo nome, non è detto che valga per la letteratura seriale e di genere; e comunque, specie in Paesi come gli Stati Uniti, dove l’industria del bestseller è fiorente, negli ultimi anni i processi per plagio si sono moltiplicati. Richard Posner, un giudice e uomo di legge di Chicago, ha dedicato a questo «illecito di serie B» (ma altamente imbarazzante) un saggio ora tradotto in italiano col titolo Il piccolo libro del plagio (Elliot editore). Al centro del saggio di Posner, il caso di Kaavya Visvanathan, oggi appena ventenne. A diciassette anni la Visvanathan firmò con la Little, Brown un contratto per due romanzi del genere chick lit (abbreviazione di chicken literature, «letteratura per pollastrelle», la categoria editoriale cui appartengono alcuni fra i grandi bestseller di questi anni: da Sex and the City a Il diario di Bridget Jones, da Il diavolo veste Prada ai romanzi di Sophie Kinsella). L’editore versò alla giovanissima autrice un anticipo di mezzo milione di dollari... e un’altra somma, di sicuro anche più ingente, ma rimasta segreta, fu pagata dalla casa produttrice di Steven Spielberg, la Dreamworks, per i diritti cinematografici. Quando, un anno fa, il primo dei due romanzi della Visvanathan apparve, qualcuno notò che numerosi passaggi (ne furono individuati tredici) erano plagiati dai romanzi di un’altra autrice chick lit, Megan McCafferty. Il libro dovette essere ritirato. Fine, almeno temporanea, della carriera letteraria di Kaavya Visvanathan. Triste storia. Giustamente Richard Posner osserva: «Gli editori sono in cerca di qualcosa di nuovo che sia abbastanza simile a ciò che è già stato pubblicato per essere accettato subito dal mercato, eppure abbastanza diverso da opere precedenti per soddisfare il desiderio di novità del pubblico» Questo significa che l’autore moderno di opere di genere è costretto a muoversi, come un acrobata, in equilibrio su un filo sottile teso tra due poli: quello dell’originalità e quello della ripetizione. Deve descrivere situazioni simili o identiche evitando accuratamente di usare le stesse parole usate da altri. Difficile immaginare un esercizio più spossante, ridicolo e vano. La McCafferty aveva scritto: «Bridget ha la mia stessa età e abita dall’altra parte della strada». La Visvanathan: «Priscilla aveva la mia stessa età e abitava a due isolati da casa mia». La McCafferty: «Bridget si era liberata dell’apparecchio per i denti». La Visvanathan: «Priscilla si era liberata degli occhiali ». Piccole, ingenue variazioni, per evitare l’accusa di plagio. Purtroppo insufficienti. Posner parla della faccenda con l’equilibrio del giurista. Per quanto mi riguarda, provo nei confronti della Visvanathan una profonda solidarietà. Prendere una ragazza di diciassette anni, forse non priva di talento, e obbligarla a scrivere un libro di genere, naturalmente fissando una data di consegna, mi sembra quasi un crimine. Non la giovane scrittrice, ma il suo editore, il suo agente, e l’agenzia di book packaging che l’aveva aiutata a «concettualizzare e a pianificare» il libro, andrebbero considerati i veri responsabili del disastro. Un tempo la migrazione di parole e di idee da un testo a un altro apparteneva alla fisiologia della letteratura. Oggi, soprattutto là dove sono in gioco interessi economici non piccoli, quel passaggio viene considerato un illecito. Eppure, nonostante le proibizioni, il plagio è dappertutto. Passa da blog a blog con Internet che funziona come un’enorme cava a cielo aperto di materiali da plagiare. Intanto si mettono a punto software sempre più potenti, in grado di smascherare anche il più piccolo furto di parole. Fenomeni legati alle nuove invenzioni, ma soprattutto al moltiplicarsi di scritture standardizzate, prive di qualsiasi pretesa o ambizione di originalità. Se una scrittura personale è abbastanza porosa da incorporare altri testi senza che il suo tono fondamentale risulti alterato, una scrittura standard e senza vita accoglie in maniera passiva tutto ciò che le viene dall’esterno.In fondo non sarebbe irragionevole se un prontuario o un sito mettessero a disposizione degli scrittori brevi testi preconfezionati da utilizzare per descrivere un primo bacio o un addio tra amanti o altri topoi del romanzo di amore o di avventura o noir. Molto più ragionevole, comunque, del condannare al sinonimo e a una pseudo originalità chi descrive personaggi e scene e situazioni che originali non sono. • Il testo: «Il piccolo libro del plagio», di Richard A. Posner, traduzione di Matteo Curtoni e Mauro Parolini, è edito da Elliot, pagine 120, e 10