Piero Ostellino, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
Se anche un uomo come Giuliano Amato vuole trasformare lo Stato in delatore di un peccato (per la Chiesa) equiparato a reato (per lo Stato), beh, allora, in questo Paese si è persa ogni considerazione per la libertà individuale e per il diritto alla privacy
Se anche un uomo come Giuliano Amato vuole trasformare lo Stato in delatore di un peccato (per la Chiesa) equiparato a reato (per lo Stato), beh, allora, in questo Paese si è persa ogni considerazione per la libertà individuale e per il diritto alla privacy. Tale è, infatti, secondo me, la proposta del ministro dell’Interno di multare i clienti (in auto) delle prostitute, di vietare che la sanzione sia conciliabile al momento e sul posto e di spedirla a casa con tanto di verbale particolareggiato. Neppure lo Stato Pontificio – lo Stato etico per eccellenza, dove il meretricio era diffuso più che in ogni altro Stato dell’Italia di allora e forte era la propensione a equiparare il peccato a un reato – era arrivato a tanto. A scanso di equivoci. Non vado a puttane. Perché non mi piace. Sono sempre riuscito a distinguere fra fare l’amore e scopare. Ciò nonostante, non penso che la frequentazione di «quelle signore» sia un comportamento immorale, tanto meno che sia un reato o, come si vorrebbe far credere, una questione di sicurezza. Ciascuno gestisce la propria sessualità come meglio crede, purché – come dicono gli americani dell’esercizio dei diritti individuali – non si accerti, al di là di ogni ragionevole dubbio, che ciò provochi un clear and present danger ad altri individui specificamente individuati. Inoltre, persino fra coniugi non è consentita la violazione della privacy dell’altro. Andare a puttane è un diritto soggettivo, e come tale inviolabile; l’invio della multa a casa è una violazione di un altro diritto, quello alla privacy; lo Stato ridotto a delatore delle mogli tradite è un’indecenza peggiore delle abitudini dei loro mariti. Dico di più, anche vendere il proprio corpo è un diritto soggettivo, e come tale inviolabile. Non meno sorprendente della proposta Amato trovo, poi, la reazione della classe politica. La quale non mi pare ne abbia avvertito la gravità sotto il profilo di cui sto parlando e che è poi ciò che distingue uno Stato di polizia da una democrazia. C’è chi ha temuto per la «solidità delle famiglie»; chi ha commentato che fa ridere l’idea di debellare la prostituzione con una multa; chi ha malignato che sia un modo di finanziare le casse dei Comuni. Comunque, l’indifferenza della classe politica per i diritti individuali non assolve ugualmente Amato. Che – da docente, prima ancora che da politico – non può non sapere che la sua proposta è «costituzionalmente indecente». Ma che, evidentemente, ha ceduto a quella che è – o gli viene malignamente attribuita – una sua debolezza: di cogliere sempre il vento che tira e adattarvisi per trarne profitto in termini di consenso. Che l’esercizio della prostituzione sulla pubblica via sia un problema, di decenza, di ordine pubblico, di vivibilità delle nostre città, è una convinzione corretta e diffusa. Che tale convinzione provochi le comprensibili reazioni dei cittadini è altrettanto indiscutibile. Assai discutibile, invece, è che un politico intelligente e navigato come Amato cavalchi il malcontento popolare come farebbe il più spregiudicato dei demagoghi proponendo una soluzione che non risolve il problema e ne crea un altro, l’impugnabilità della legge sotto il profilo costituzionale. Caro Giuliano, la tua proposta – mi dice Sergio Fois, professore emerito di Dottrina dello Stato e noto costituzionalista – prefigura uno «sviamento di potere» per un fine costituzionalmente non consentito. E rischia di sconfinare nel reato di «abuso di ufficio», articolo 323 del Codice penale, in quanto «arreca un danno ingiusto». Lascia perdere. Se non ti vuoi sputtanare. Sia come politico, sia come studioso. postellino@corriere.it