Federico Fubini, Corriere della Sera 29/9/2007, 29 settembre 2007
MILANO
L’ultimo turno di proteste è toccato al lussemburghese Jean-Claude Juncker. «Cominciamo a nutrire forti preoccupazioni per i tassi di cambio dell’euro sul dollaro – ha detto ieri il presidente dell’Eurogruppo, club dei ministri finanziari dell’area-euro ”. Ci piacerebbe che le intenzioni dell’amministrazione Usa di sostenere un dollaro forte si traducessero in azioni concrete ». Fin qui le parole, dopo un’altra giornata di discesa libera del biglietto verde fino a quota 1,4234 per un euro. Ma se qualcuno si aspetta una svolta o anche solo scintille al G7 Finanze in scena il 20 e 21 ottobre, rischia di restare deluso. Salvo forse in qualche altra uscita pubblica, i governi e i banchieri centrali europei difficilmente daranno battaglia per deviare le correnti di fondo che sospingono le valute. Né gli altri ministri del G7, né la Federal Reserve, né la Banca del Giappone, né i mercati seguirebbero, se non per rallentare un po’ gli strappi con cui il dollaro continua a deprezzarsi. Non lo fa solo sull’euro, per la verità. Nell’ultimo anno la svalutazione sulla moneta unica è stata dell’12% circa, ma quella sulla rupia indiana di oltre il 15%, sulla lira turca di circa il 20%, sul real brasiliano del 17%, sullo yuan cinese del 5,5%. In queste condizioni, Eurolandia condivide con le potenze emergenti almeno due benefici collaterali della scivolata del biglietto verde.
Il primo lo evidenzia un’occhiata al mercato delle materie prime: dal novembre 2006 a ieri, il greggio a New York è rincarato da 67 a oltre 83 dollari al barile. Per i consumatori americani si tratta un aumento della bolletta energetica di circa il 23%, ma per quelli della zona euro lo è solo dell’11-12%: il resto del rincaro del barile in dollari è assorbito dall’impennata della moneta unica da 1,27 all’1,43 di ieri. Non è dunque un caso se, con il greggio sui massimi di sempre al Nymex, a settembre la benzina in Italia segna un calo dell’1,8% da agosto e un rialzo di appena lo 0,8% rispetto a un anno fa. Il secondo, relativo beneficio degli instabili equilibri attuali, è sulla competitività: l’export europeo perde sì potere di prezzo in America. Ma sull’insieme dei mercati mondiali, in proporzione alla loro importanza, la rivalutazione della moneta unica in un anno è stata di appena il 5%. Niente di tutto questo significa che il dollaro debole non peserà sulla crescita da questa parte dell’Atlantico. «La soglia del dolore è superata » ha notato ieri Ernest- Antoine Seillère, presidente di Business Europe. E continuerà ad esserlo: le cartolarizzazioni ora al centro della tormenta, nell’ultimo anno hanno coperto un terzo di un bisogno di finanziamento del deficit esterno americano da 700 miliardi di dollari. Esaurita quella fonte di prestiti, l’America e la sua moneta devono andare ancora più giù.