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 2007  settembre 27 Giovedì calendario

ARTICOLI SUI DISORDINI IN BIRMANIA. TUTTI TRATTI DAL FOGLIO DEL 28/9/2007


PRIMO ARTICOLO. CRONACA DEL 27/9. Roma. ”Il mio collega a Rangoon guarda dalle finestre dell’hotel e non vede nulla. La strada è deserta. E’ lui che chiede notizie a me”. Così dice al Foglio il funzionario di un’organizzazione internazionale di base a Bangkok. Poco dopo, alle 15.30 ora locale (le 10 italiane), i militari birmani hanno fatto irruzione nel Trader’s hotel e lo hanno perquisito stanza per stanza a caccia di giornalisti. L’albergo, oltre a essere uno dei pochi di standard internazionale di Rangoon, si trova in pieno centro, in Sule Pagoda Road, a 300 metri dalla Sule Paya, il tempio dorato che da duemila anni è uno dei luoghi sacri del paese e da una decina di giorni è uno dei fulcri delle manifestazioni di protesta contro il regime. Poco lontano da quelle finestre sono stati ammazzati un fotoreporter giapponese e un tedesco, anche lui probabilmente giornalista dalle raffiche di fucili automatici arrivate sulla folla che a mezzogiorno si era riunita attorno alla pagoda. Oltre a loro, secondo notizie non confermate, sono state colpite a morte altre dieci persone, confermando la minaccia del generale Thura Myint Maung: ”Se le proteste non finiranno l’esercito dovrà reagire in ottemperanza alle regole”. E la regola birmana, come si legge su grandi cartelli lungo le strade, si sintetizza nel motto orwelliano’Respect and Suspect”.
La manifestazione di ieri, di diecimila persone, potrebbe segnare un cambio di passo nella crisi birmana: l’inizio della guerra civile o del cedimento della giunta. Non soltanto per le inevitabili conseguenze internazionali, ma perché i diecimila partecipanti erano tutti laici, scesi in piazza per manifestare contro la violenta repressione nei confronti dei monaci. Tra la mezzanotte e l’alba, infatti, i militari dell’SPDC, lo State Peace & Development Council, hanno compiuto raid nei monasteri di tutto il paese, arrestando circa seicento monaci, caricati a forza su camion coperti e picchiati con bastoni di bambù. Secondo i blog della dissidenza birmana – che in questo caso rappresentano davvero l’unico mezzo possibile per comunicare la protesta – molti di loro sarebbero stati torturati, proprio com’era accaduto dopo la rivolta del 1988. Le foto messe in rete mostrano l’interno devastato del monastero di Ngwe Kyar Yan, nei dintorni di Rangoon, dopo che un camion militare ne ha sfondato l’ingresso: sul rosso cupo delle tonache stese in terra si distinguono nettamente le macchie più scure del sangue. Nel corso dei raid sarebbero stati uccisi a bastonate quattro monaci. Nel monastero di Maggin, a ovest della capitale, dove i monaci si prendono cura dei malati di Aids, la polizia si è scatenata su chiunque trovasse. ”E’ impossibile credere che il governo voglia far del male ai santi monaci. E’ un sacrilegio” urlava uno dei manifestanti radunati attorno alla pagoda Sule ieri mattina. Molti altri piangevano ascoltando i racconti di quanto accaduto la notte precedente. Ma altri ancora raccontavano delle prime reazioni in cui i birmani sembrano aver rinunciato a seguire il Metta Sutra. Quel canto, intonato dai monaci nelle dimostrazioni, risuona delle parole del Buddha che invita a vivere in pace e armonia. Quando i soldati hanno assaltato il monastero di Ngwe Kyar Yan, i mille abitanti del vicino villaggio di Okkalapa hanno reagito scagliando pietre costringendo i soldati ad asserragliarsi nel monastero. In quegli scontri, alcuni soldati si sono rifiutati di obbedire agli ordini e sono stati anch’essi picchiati dal colonnello al comando della squadra.

Come in Rambo IV
Intanto le manifestazioni continuano in tutto il paese: giovedì sera, mentre il numero presunto di morti e feriti continua ad aumentare, la popolazione di Rangoon ha sfidato di nuovo il coprifuoco. Forse più delle minacce del generale Thura Myint Maung, può valere la proposta del generale Maung Aye, numero due dell’esercito. Secondo quanto dichiarato da un diplomatico occidentale in tarda serata, sarebbe disposto a incontrare Aung San Suu Kyi, l’eroina dell’opposizione (che mercoledì notte è stata portata in carcere dagli arresti domiciliari). C’è un ulteriore segno che questa volta i birmani non sono disposti a cedere. Al confine con la Thailandia, dove si temeva un improvviso afflusso di rifugiati, sono transitate solo poche centinaia di persone. Che sono tornate indietro poche ore più tardi. Dopo aver fatto provviste. Per uno strano caso, a pochi chilometri da quel posto di confine è stato girato l’ultimo film della saga di Rambo, ”L’occhio del Serpente”. Questa volta il vecchio eroe soccorre un gruppo di missionari e dissidenti birmani.

SECONDO ARTICOLO. RUSSIA, CINA, INDIA. Mosca. E vada per il ”niet” sulle sanzioni contro l’Iran, considerato il supercontratto per la centrale atomica da costruire per gli ayatollah a Bushehr, e una generale solidarietà petrolifero-rivoluzionaria. Passi il ”niet” sull’indipendenza del Kosovo, in fondo Mosca da duecento anni promuove la ”fratellanza slava” con i serbi, e ora ci sono pure i gasdotti da portare nei Balcani, senza contare il fastidioso precedente che si creerebbe con la Cecenia. Non c’è bisogno di giustificarsi per il ”niet” nei confronti della Siria, vecchia amica dai bei tempi sovietici e affezionata cliente delle armerie russe. Comprensibile il ”niet” sulla Corea del nord, altra vecchia amica e alleata – possibile che tutti gli amici russi facciano parte dell’Asse del Male? – da proteggere da sanzioni e inchieste occidentali. Ma il ”niet” sulla condanna della giunta militare birmana, espresso chiaramente dalla Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha lasciato di stucco anche quelli che ormai non si facevano troppe illusioni sulle simpatie internazionali del presidente Vladimir Putin. Condannare un esercito che spara sulla folla, una polizia che apre la caccia ai monaci scalzi e disarmati, sembrava talmente ovvio, scontato, uno di quegli atti di buone intenzioni che non cambiano nulla e non danneggiano nessuno, meno che mai Mosca che con il governo militare birmano non ha rapporti particolarmente affettuosi, né finora l’ha considerata parte del suo Grande Gioco geopolitico basato sul petrolio. Era peraltro un’ottima occasione di dimostrare, con poca fatica, che la Russia non fa sempre il bastian contrario rispetto all’occidente e in particolare agli Stati Uniti.
Eppure il solito gelido ”niet” è stato pronunciato di nuovo, e un comunicato del ministero degli Esteri russo a denti stretti ha informato il mondo che la situazione in Birmania è ”un affare interno di un paese sovrano”, e che la Comunità internazionale è invitata ad astenersi dall’utilizzare manifestanti fucilati ”come pretesto per esercitare pressioni esterne o attuare ingerenze”. Il Cremlino avverte che il massacro birmano ”non rappresenta una minaccia per la pace del mondo e della regione” e auspica una ”rapida normalizzazione” della situazione, ovviamente intendendo per ”normalizzazione” l’arresto di tutti gli arrestabili e la fucilazione di tutti i fucilabili.
Dunque, non soltanto astensione, ma una presa di posizione netta, accanto alla Cina e contro il resto del mondo. Il reattore nucleare che il Cremlino di recente ha promesso di vendere ai generali di Rangoon non sembra una spiegazione sufficiente per un gesto così drastico. Sembra piuttosto un caso di immedesimazione, e questo spiega l’uso del termine ferreo ”ingerenza negli affari interni”. Di fronte a un governo che manganella i propri cittadini la Russia si sente dalla parte dei manganellatori, così come per esempio la Georgia si sente altrettanto istintivamente dalla parte dei manganellati, e non è un caso che il presidente georgiano, Mikhail Saakashvili. dalla tribuna dell’Onu abbia inneggiato alla ”rivoluzione di zafferano”, alludendo al colore dei saio dei monaci buddisti e legandola in parentela diretta alla ”rivoluzione delle rose” a Tbilisi e a quella ”arancione” di Kiev. Ma è proprio una rivolta di piazza ”colorata” l’incubo che perseguita Putin, che non a caso addestra i suoi balilla, il movimento giovanile ”Nashi”, a fronteggiare un’eventuale rivoluzione ”importata dall’esterno”. Per il Cremlino una rivolta contro il potere costituito non può che essere il frutto di un malefico piano di potenze straniere. Nelle piazze birmane Putin rivede quelle ucraine, con americani ed europei che correvano in aiuto dei manifestanti. E la risposta ”sono nostri affari interni, non tolleriamo ingerenze” è stata quella che il Cremlino per anni ha dato a chiunque volesse parlargli dei massacri in Cecenia. Dunque, un atto di condanna internazionale verso una dittatura è da bloccare, anche quando non si tratta di amici e alleati, perché domani potrebbe toccare a qualche amico: ad Assad, al fido bielorusso Lukashenko, o allo stesso Putin.

TERZO ARTICOLO. USA EUROPA. Roma. Washington e Parigi sono di nuovo intervenute contro ”la tirannia” della giunta militare birmana. Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha fatto un durissimo intervento e chiesto ”a tutte le nazioni che hanno influenza sul regime” di fare pressione per fermare le violenze. Il riferimento era alla Cina, che assieme alla Russia ha bloccato la risoluzione dell’Onu contro i generali. Il capo della Casa Bianca è passato ai fatti. Il dipartimento del Tesoro ha deciso per 14 membri della giunta il congelamento di tutti i fondi e il blocco di qualsiasi transazione finanziaria sul territorio degli Stati Uniti. Per i francesi, tuttavia, molto dipende dall’Asia. ”Possiamo aggravare quanto vogliamo le sanzioni europee – spiega il portavoce del presidente, Nicolas Sarkozy, confermando la richiesta di Parigi di congelare i nuovi investimenti – Ma l’Unione europea occupa un posto marginale. La Birmania commercia essenzialmente con i suoi vicini asiatici”. Non a caso è stato un ministro di Singapore, George Yeo, ad annunciare la concessione da parte del regime birmano del visto d’ingresso per un rappresentatnte-paciere Onu. Per il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti, quello di Sarkozy è ”un gesto coraggioso e molto apprezzato”, perché la Francia ha interessi ”molto più importanti dei nostri”. L’Italia, annuncia Vernetti al Foglio, ”intensificherà il sostegno economico all’opposizione democratica birmana in esilio” e sostiene nuove sanzioni unilaterali dell’Ue contro la giunta, come il ”divieto di importare legno pregiato”. I Ventisette hanno incaricato un gruppo di esperti di valutare gli strumenti di risposta alla repressione. Il rappresentante italiano a Bruxelles, Rocco Cangelosi, ha chiesto sanzioni ”credibili e di forte impatto” e ”un intervento dell’Ue sui paesi della regione”, in particolare India e Cina, perché altrimenti le pressioni internazionali sono inefficaci. Secondo Vernetti, occorre ”una forte azione diplomatica per convincere Pechino che la tutela del regime birmano rovina l’immagine della Cina”. Anche il Parlamento europeo, con una dura risoluzione adottata quasi all’unanimità, ha puntato il dito contro Pechino e Mosca. ”Quello che sta accadendo in Birmania è di una gravità senza precedenti soprattutto per le istituzioni internazionali”, dice al Foglio Maurio Mauro, vicepresidente del Parlamento europeo, che accusa il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon.

La manifestazione a Roma
La mobilitazione politica italiana si è concretizzata con una manifestazione al Campidoglio, a Roma. Sotto la foto di Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia in Birmania e Nobel per la Pace nel 1991, hanno parlato il sindaco di Roma Walter Veltroni, il presidente della Camera Fausto Bertinotti, il ministro Emma Bonino e il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini. Amnesty International ha organizzato un sit-in davanti all’ambasciata del ”Myanmar”. Mtv-Italia manda in onda uno spot per sottoscrivere una petizione e il Partito radicale ha annunciato manifestazioni per la nonviolenza il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi.

QUARTO ARTICOLO. REPORTAGE DI PAUL THEROUX NEL 1971. Pubblichiamo un lungo reportage sulla Birmania uscito per la prima volta nel novembre del 1971 sull’Atlantic Monthly e ripubblicato in questi giorni dal magazine americano. E’ il ritratto di un paese rimasto imprigionato nel tempo (e senza libertà).

Un mercante indiano di Rangoon è diventato famoso, di recente, per aver pagato (così almeno si dice) 210 mila kyat per un’Alfa Romeo vecchia di cinque anni che il governo rivoluzionario aveva messo all’asta. ”E la cosa divertente”, mi ha detto il mio informatore, un diplomatico asiatico, con un sottile sorriso, ”è che dopo appena due settimane il motore si è grippato”. Sono rimasto talmente incuriosito da questo prezzo esorbitante (al cambio ufficiale sono 46 mila dollari) che ho domandato a parecchie altre persone se avevano sentito la storia dell’indiano e dell’Alfa Romeo. Lo sapevano tutti e mi sono stati riferiti prezzi diversi, ma inferiori di appena qualche migliaio di dollari. Anche se l’indiano avesse acquistato i suoi kyat da qualche agente di cambio tamil sulle strade di Singapore, a un valore tre o quattro volte inferiore al cambio ufficiale, rimane comunqe una cifra estremamente elevata per una macchina usata con un motore difettoso.
I birmani, e gli stranieri residenti in Birmania, parlano continuamente di prezzi. In un paese dove non è permesso discutere di politica, i prezzi delle merci diventano una forma di discussione politica, ”La vedi questa motocicletta?” (una Triumph di dieci anni fa), ”indovina quanto costa?”. Ho detto un prezzo che mi sembrava giusto. Il birmano che me lo aveva chiesto si è schiarito la gola con soddisfazione, ha sputato per terra e poi mi ha preso per il polso: appena un mese prima l’aveva pagata 4.500 kyat (circa 935 dollari). Poi mi ha sollevato il braccio e, osservando il mio orologio, ha esclamato: ”Un Omega, quanto vuoi?”. Gli ho risposto che non era in vendita. Ci trovavamo ai piedi di Mandalay Hill, davanti a due imponenti leoni di pietra e a un cartello con la scritta: ”E’ proibito indossare calzari”. Mi sono tolto le scarpe. ”Anche le calze”, ha aggiunto il birmano. Poi mi sono avviato su per la scalinata sacra. Anche il birmano si è levato le sue scarpe di gomma e ha iniziato a seguirmi continuando a borbottare ”Omega, Omega”. E anche a sputare. ”Indossare calzari” è proibito, ma sputare o portare una bicicletta (ammesso che sia spinta e non guidata) no. Scansando gli sputi ho proseguito l’ascesa. In poco tempo si sono aggiunte altre persone. Un gruppo di ragazzi ha iniziato a ripetere incessantemente la stessa cantilena: ”Omega, Omega”. (...)
Siamo quindi ripartiti, fermandoci ancora una volta per permettere a un ragazzino di pisciare sulla sacra collina (secondo la leggenda, Buddha salì in cima alla collina e indicò verso il basso quello che sarebbe diventato il Centro dell’Universo, poi Ford Dufferin e ora il quartier generale dell’esercito birmano per il settore nordoccidentale). Arrivato al tempio in cima alla collina, dove c’è un enorme Buddha d’ora che indica in direzione delle caserme dell’esercito, sotto una calura di oltre 40 gradi, mi sono stravaccato su una panchina. Sono stato immediatamente circondato da numerosi birmani che sparavano prezzi ridicolmente alti per il mio orologio. Ho ribadito con decisione ”quest’orologio me lo ha regalato mia madre”, e in un attimo sono scomparsi tutti. Poi mi hanno detto quanto costavano i loro pantaloni e le loro camicie; io ho cercato di portare la conversazione direttamente sulla politica, visto che, essendo l’industria tessile nazionalizzata e i prezzi stabiliti dal governo, stavamo già parlando in qualche modo di politica. Ma sono rimasti tutti zitti. Uno ha detto: ”Non possiamo parlarne”. Punto e a capo. Parlando direttamente di politica avevo infranto le regole; si può parlare esclusivamente degli elevati prezzi delle merci governative. In una casa di Mandalay ho chiesto al proprietario di parlarmi dell’ex primo ministro U Nu. ”Questa”, mi ha risposto sorridendo ”è una faccenda politica”. Fine della conversazione. Suo figlio, uno studente di legge, è intervenuto: ”Il popolo birmano: un popolo felice! Mai triste e sempre allegro!”. Poi mi ha detto che suo padre era stato mandato in rovina dal generale Ne Win, l’attuale primo ministro, e che aveva deciso di passare il resto della sua vita ”in meditazione”.
Mandalay, secondo la guida ufficiale del governo rivoluzionario (stampata a Calcutta da Sri L. C. Roy per la Gossain and Company), ”sta ora assumendo inevitabilmente un veste di modernità”. Una sera sono uscito a cena con alcuni medici di Mandalay. Fuori dall’hotel, sulla strada lercia, dove quella stessa mattina avevo visto un cane morto, passava un tonga, ossia un piccolo carretto trainato da un pony, con due lampade al cherosene a fianco del guidatore. I medici lavoravano nel Mandalay General Hospital (costruito nel 1924) e a cena parlavano di dissenteria ed epatite. Gli ho fatto una domanda sul colera. Il dottore seduto al mio fianco ha risposto: ”Non è ancora la stagione… ma sta arrivando”.
’Abbiamo sofferto, oh, come abbiamo sofferto”, ha detto il dottore di fronte a me, versandosi un bicchiare di Mandalay Pale Ale. ”Grandi sofferenze. Non per un decennio, ma per un secolo. Un intero secolo”. La cosa mi interessava e gli ho chiesto di spiegarmi cosa intendeva. Questo ha fatto immediatamente cadere il tavolo in un completo silenzio. Si è sentito lo stridere di una forchetta, e alla fine una voce: ”Signor Paul, dove siete domiciliato?”.
A Rangoon (sulla guida ufficiale si legge: ”A Mandalay non c’è il ritmo veloce di Rangoon…”), seduti sui gradini di un enorme edificio in stile edoardiano, c’erano una prostituta e tre magnaccia. ”Intermediari”, ha detto il birmano che mi accompagnava. Ho fatto una piccola battuta sulla ragazza, domandando se per caso fosse stata già nazionalizzata anche lei. ”Sovvertimento sociale ed economico”, ha esclamato il mio accompagnatore, sollevando le braccia al cielo. Poi gli ho chiesto degli edifici che avevamo di fronte, così grandi e così vuoti. ”Sovvertimento sociale ed economico”, è stata la risposta. Infine gli ho chiesto degli indiani privati del diritto di voto: ancora la stessa risposta.
Gli edifici di Rangoon sono così fatiscenti da assumere paradossalmente un aspetto quasi grandioso. Le pareti sono malconce, ma le forme architettoniche sono stravaganti e costruite con notevole maestria (una veranda è sostenuta da colonne corinzie; un’altra, molto graziosa, è decorata da lire in ferro battuto). Alcuni sono forniti di guglie e altri hanno numerosi balconi con balaustre cesellate, da cui pendono immobili panni stesi ad asciugare. In cima a ogni edificio un medaglione fornisce data e nome: 1903, 1914, 1922, 1927; Irrawaddy Chambers, Dawson’s Bank, The Chartered Bank (i nomi sono stati cancellati, ma rimangono visibili). Il palazzo di quello che era stato il Burma Herald è molto alto e intonacato di bianco; la balaustra del tetto è decorata da urne in metallo di colore nero. Il General Hospital è un palazzo scalcinato, con guglie e torrette e contrafforti; di fronte all’entrata sono parcheggiati tre tonga, una Chevy del 1936 e cinquanta pazienti in attesa. La Corte suprema e la sede del Segretariato, ornate da cupole e guglie, è in mattoni rossi con decorazioni in giallo. Ci sono poi dozzine di altri edifici con nomi tipo Palazzo Suleiman, Palazzo Abdullah, Residenza Arya Samaj, Palazzo Neogy: anche questi segni sono stati cancellati e rimpiazzati da altri, di colore verde, con i nuovi nomi scritti in caratteri birmani di colore bianco: Banca nazionale, Sala di lettura del Governo rivoluzionario, Ufficio per il mercato del Teak. Nella via chiamata della Pagoda di Sule c’è un bizzarro edificio di tre piani che avrebbe fatto strabuzzare gli occhi a Wren: finestre a piantoni con folli intelaiature, aperture a losanga in torrette merlate, contrafforti di colore rosso. Questo edificio aveva un tempo due insegne: J.E. de Bain e The Castle, ora sostituite da una verde governativa: Compagnia di assicurazione nazionale.
In via Bogyoke Aung San (già Montgomery Street) si stava in quel momento smantellando l’edificio del carcere centrale. Gli operai sono rimasti sorpresi di avere un visitatore e sono stati contenti di farmi fare un giro per i sei enormi corridoi con le celle, che si dipartono da un cortile centrale. Mi hanno mostrato alcune scritte graffite sul pavimento in teak delle celle da prigionieri annoiati. Un uomo mi ha detto che l’edificio aveva 107 anni (la specificazione del sette dava maggiore credibilità all’affermazione); in effetti, non riuscirei a immaginarmi che i birmani possano abbattere un edificio che abbia meno di cento anni. L’unico mercato di Mandalay è il Zegyo Bazaar, progettato e costruito nel 1903 da un architetto italiano, il conte Caldrari (che è stato anche il primo segretario del Comune di Mandalay). Il carcere si trova a pochi passi dal Pegu Club, ora diventato una mensa per gli ufficiali dell’esercito birmano. Il Pegu Club era per Rangoon ciò che il Selangor Club era per Kuala Lumpur e il Tanglin Club per Singapore (con la differenza che questi continuano a esistere). La sentinella all’entrata mi ha detto che mi avrebbe lasciato dare un’occhiata, ma purtroppo era appena arrivato un ufficiale superiore (la sentinella ha abbassato gli occhi per farmi ben capire quanto superiore) e la cosa adesso non era possibile.
’Da che paese vieni”, è una domanda che uno straniero si sente chiedere continuamente mentre cammina per la strada (oltre a ”vuoi cambiare denaro a un cambio vantaggioso?” e ”vuoi una ragazza? Cinese, birmana, indiana, qualsiasi cosa?”). Per dissuadere i cacciatori di Omega e tutti quelli che desideravano comprare i miei pantaloni, visto che non ero disposto a vendere l’orologio, io dicevo di essere di Singapore. I birmani sanno che Singapore è per lo più cinese e hanno un’opinione ben precisa sui cinesi. ”I cinesi! Ecco che cosa ti dico sui cinesi”, mi ha detto un birmano chiamato U Georgie. ”Risparmiano un sacco di soldi. Un sacco”. Poi con le mani ha fatto il gesto di appallottare qualcosa e lanciarlo via, aggiungendo: ”Poi li buttano via. Giocando d’azzardo”. Mi ha guardato dritto negli occhi e ha ripreso a parlare: ”Come fanno i cinesi a fare un sacco di soldi? Facile. Diciamo che un cinese vuole un sigaro. Ne vede uno rotto in una pozzanghera. Lo raccoglie, lo pulisce e se lo fuma. E così risparmia. Facile. E gli indiani? Lo sai cosa fanno gli indiani alle loro donne …?”.
Tutti i birmani hanno pregiudizi razziali, ma questa non è una cosa così strana in un paese con una popolazione estremamente mista e con città ancora divise in quartieri etnici: Chinatown a Rangoon; una comunità chiusa di indiani del Gujarat a Mandalay (che proclama la propria cultura vegetariana su un cartello con la scritta ”Siate gentili con gli animali evitando di mangiarli”); quartieri tamil ed europei, il più elegante dei quali è quello americano per il personale dell’ambasciata. (C’è un American Club e uno spaccio che vende burro di noccioline e cornflakes. La persona di rango più inferiore all’ambasciata americana ha una macchina e un autista personale, per quanto, ufficialmente, Rangoon sia considerato ”un posto difficile”). Nella Birmania settentrionale intere città sono abitate in gran parte da nepalesi, nipoti e pronipoti dei soldati coloniali di un tempo. (...)
I turisti sono i benvenuti, vengono trattati con estrema cortesia, invitati dai birmani stessi a visitare le loro case, fotografati, portati a spasso, coccolati con ogni sorta di privilegio. Mi era stato detto che non avrei avuto alcun problema a sedermi sull’aereo che da Mandalay porta a Nyaungu perché anche se l’aereo fosse stato pieno uno qualunque dei passeggeri birmani mi avrebbe ceduto il suo posto e sarebbe rimasto a terra aspettando il volo successivo. Fortunatamente la realtà è un po’ diversa: sul Fokker Friendship, l’aereo di linea che da Mandalay mi ha portato a Nyaungu, io ero l’unico passeggero. L’assistente di volo, una giovane donna piuttosto carina, mi invitò a dividere con lei il suo pasto (servito su una foglia di palma). Le ho chiesto se fosse contenta del suo lavoro. ”A volte – confessa – è un po’ noioso”.
I voli da Bangkok sono molto frequenti e ondate di turisti vengono ”sbattuti” di volo in volo per tutto il paese. Nelle città trovano ad aspettarli dei bus giapponesi che li scarrozzano in giro da un sito all’altro; pranzano a Rangoon e dormono in hotel (il prezzo si aggira intorno ai 9 dollari a notte, colazione compresa). ”Visita la Birmania in 4 giorni”, recita un cartello di un’agenzia viaggi di Bangkok. ”Sveglia, padre, è il nostro aereo”, sento una donna anziana dire al marito mentre vago nell’aeroporto di Nyaungu. L’uomo era tutto attorcigliato attorno a una panchina. E’ facile notare i turisti nella maggior parte delle grandi città; si riconoscono dallo sguardo esausto, tipico di chi si sente truffato; molti di loro non sembrano affatto interessarsi a ciò che il territorio birmano ha da offrire. (Come ad esempio a Pagan, dove un americano sulla sessantina era così impegnato a completare un solitario da non accorgersi nemmeno dell’imperdibile tramonto rosso fuoco sul fiume Irrawaddy alle sue spalle). Ma non tutti i turisti si affidano ai pacchetti o alle promozioni; anzi, la maggior parte corrisponde appieno alla descrizione fornita da V.S. Nipaul nel suo ”Un’area di tenebra”: ”Un nuovo modello di americano, il cui privilegio risiede ora nel frequentare i bassifondi del mondo per chiedere, quasi elemosinare la ricompensa per una generosità nazionale.” Ho visto una ragazza americana a cui due birmani avevano chiesto di comprare un pezzo della sua stoffa batik. Il prezzo offerto mi sembrava adeguato; e la turista sembrava averne un sacco pieno. Tuttavia è subito apparsa incredibilmente indignata dalla proposta dei due. Le ho chiesto il perché della sua reazione: perché non aveva venduto? ”Quando visito un Paese non mi aspetto di dar via le mie cose alla gente del luogo. Sono un’ospite: mi aspetto che siano loro a dare qualcosa a me.” La sua prossima tappa sarebbe stata Calcutta… (...)
Qui il turismo è appena agli albori, ma rischia seriamente di riuscire dove Kubla Khan, secoli di invasioni cinesi, il colonialismo britannico e l’occupazione giapponese hanno fallito: rendere i birmani tristi invece che allegri.
In Asia, una città dovrebbe essere giudicata non dal numero dei ratti che infestano le sue strade, ma dalle condizioni in cui sono costretti a vivere e dalla loro destrezza. A Singapore, i ratti sono ”grassottelli’ e tirati a lucido come animali domestici; se ne stanno rannicchiati pazientemente vicino alle bancarelle degli ambulanti: sono veloci, hanno occhi vispi e sono difficili da catturare. Mi trovavo a Rangoon, seduto in un caffè all’aperto a sorseggiare la mia birra. A un tratto sento un fruscio provenire dal cespuglio accanto al mio tavolino; quattro ratti rinsecchiti e coperti di croste (sembrano usciti direttamente dalla penna di Camus) saltano fuori e si guardano attorno. Subito batto il piede a terra e loro si rintanano nel cespuglio. Ora tutti i presenti mi guardano incuriositi. La scena si ripete altre due volte. Finisco velocemente la mia birra e faccio per andarmene. Mentre mi allontano, mi giro e loro sono lì, ai piedi della mia sedia.
Alla Pagoda di Shwedagon ho visto una donna molto anziana che pregava, in ginocchio, le mani giunte sul petto. Accanto a lei un lebbroso, i piedi scorticati, il resto del corpo corroso dalla malattia. Ma la donna anziana continuava a pregare; e pregando fumava un grosso sigaro, di quelli che Churchill tanto apprezzava. A Mandalay Hill, i venditori di frutta sono soliti stazionare coi loro banchetti accanto a bagni pubblici privi di porte. L’odore di piscio è fortissimo, ma il venditore di frutta, avvolto e accarezzato dal fumo del suo sigaro, sembra non curarsene. Se i sigari dovessero cominciare a scarseggiare, scoppierebbe una rivolta popolare.
Prendo una stanza al Ymca di Rangoon; il ventilatore è rotto, gli scarafaggi infestano i bagni; il materasso è sporco, senza lenzuola né federe. E tuttavia il manager si dimostra comprensivo, ”Può dormire giù da basso, nel dormitorio. Anche lì niente lenzuola, ma costa solo due kyat.” Ma io ho bisogno delle lenzuola. ”Le lenzuola sono in lavanderia.” E le lenzuola sono in lavanderia anche a Mandalay, Maymyo, Nyaungu e Pagan. Poi capita che chiedi in lavanderia, ma le lenzuola non le hanno. Gira voce che dei tedeschi stiano studiando il modo di aumentare la produzione tessile. Nel frattempo potrebbero importare la stoffa necessaria. ”Non è possibile! Il socialismo birmano…noi non importiamo niente!”. E tuttavia, all’aeroporto di Rangoon, mentre aspettavo di ritirare i miei bagagli, vedo quattro grandi casse appena arrivate dal Giappone: quasi 1200 metri di popeline blu. Per chi? E perché per via aerea? Nessuno sa rispondermi. E i cornflakes per i turisti? E i fuoristrada in dotazione all’esercito nazionale con cui gli ufficiali possono scorrazzare i loro familiari nelle città e intorno ai templi sacri? Sono ”Made in Birmania’?
Doveva essere un posto pieno di vita, negli anni Venti. Ma la città oggi è moribonda, circondata da fiumi color caffè e senza traccia di un’increspatura; e la maggior parte degli edifici a Rangoon è molto più decrepita dei templi di Pagan, che risalgono all’XI secolo. Ma la gente è ospitale, generosa, curiosa, sempre pronta a sorridere: in così netto contrasto con questa città morta dove sembra che tutti siano appena arrivati e si aggirino in strada per la prima volta. Colpisce la loro sensibilità di fronte alla bellezza delle cattedrali, della Pagoda Shwedagon, degli alberi in fiore nel parco di Maha Bandoola. Qui si trova un obelisco, il Monumento all’Indipendenza. ”Guardalo da vicino” mi invita l’amico birmano. ”Molto bello”, dico io. ”Guarda ancora. Vedi? E’ curvo”.
Sono convinto che fosse un’affermazione profondamente politica.

© The Atlantic Monthly
(Traduzione di Aldo Piccato
e Natalino Parrilla)