Note: [1] Arturo Zampaglione, la Repubblica 25/9; Federico Rampini, la Repubblica 27/9; [2] Roberto Romagnoli, Il Messaggero 24/9; [3] Bernardo Cervellera, Avvenire 27/4; [4] Alessandra Coppola, Corriere della Sera 23/9; [5] la Repubblica 28/9; [6] Renato, 29 settembre 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 1 OTTOBRE 2007
La Birmania (ribattezzata dai militari Myanmar), 53 milioni di abitanti, è con la Corea del Nord una delle due nazioni rimaste fuori dal miracolo asiatico. [1] Roberto Romagnoli: «Già primo esportatore mondiale di riso, ricco di riserve di gas naturale, il Paese è diventato in 40 anni uno dei più poveri del mondo. Il prodotto nazionale lordo per abitante è di circa 1.000 dollari». [2] Bernardo Cervellera: «Negli anni, i birmani si sono andati impoverendo sempre più, e larghi strati della popolazione sono ormai ridotti a livelli di sussistenza». [3] Alessandra Coppola: «Salari da 10 dollari al mese per 15 ore di lavoro al giorno, prezzi fuori controllo, la gente che ormai può permettersi solo l’acqua di scarto del riso». [4]
Qualche settimana fa un sacco di riso costava 900 kyat, adesso ne servono 1200. [5] Cambio ufficiale 6 kyat per un euro, al mercato nero ne servono 1.790 kyat, «a tutto vantaggio di chi possiede divisa estera: cioè la casta militare» (Cervellera). [3] Il 24 agosto, di fronte al rincaro del 500% della benzina, 500 studenti sono scesi in piazza. Renato Novelli: «Sono stati arrestati, forse torturati e ancora oggi detenuti. In settembre i monaci si sono mobilitati a Pakokku, a 500 km dalla capitale, e la polizia li ha dispersi con la forza. Il giorno dopo le associazioni dei monaci (la All Burma Monk Alliance Group e altre) hanno chiesto le scuse del governo. Le manifestazioni hanno preso da allora un’ampiezza senza precedenti dal 1988». [6]
Non è una novità che la religione giochi un ruolo determinante nella storia birmana. Raimondo Bultrini: «I monaci birmani provengono spesso dalle famiglie più umili e diventano novizi per ricevere almeno un minimo d’istruzione, anche se raggiunta l’età dei 20 anni rinunciano all’ordinazione completa prevista dalle regole. Del popolo conoscono i problemi e le ansie perché sono le loro. Soprattutto nelle campagne – dopo le prime preghiere alle 4 del mattino dedicate ai Tre Gioielli del Budda, del Dharma (la dottrina) e dei praticanti Sangha - in fila attraversano le strade e i villaggi con le ciotole per le offerte di cibo, andando a conoscere uno per uno i fedeli che li sostentano». [7]
Nella mobilitazione di questi giorni si possono riconoscere tre caratteristiche. Novelli: «Primo, i monaci hanno marciato sulle pagode e non verso gli edifici del governo. Non parlano di carovita, né suggeriscono soluzioni di gverno, ma chiedono che il popolo sia ascoltato, in nome dell’amore che è alla base della visione buddista della vita sociale. Con ciò, e con il prestigio di cui le tuniche porpora godono, si sono candidati a sostenere una lunga onda di lotta. Non sarà facile che la repressione possa ripetere il successo terribile del 1988. Secondo, i monaci hanno marciato verso la casa di Aung San Suu kyi, creando le condizioni della più ampia unità dell’opposizione. Terzo, hanno marciato anche verso l’ambasciata cinese, dimostrando di avere chiaro dove risiedano la ”mano invisibile” e l’economia esterna che sostengono la giunta militare». [6]
Martedì, primo giorno di coprifuoco, i militari hanno ucciso cinque monaci e ne hanno arrestati almeno ottocento. Fabio Cavalera: «A distanza di 24 ore, a Yangon (ex Rangoon), hanno fronteggiato una folla di settantamila persone che, determinata nel rifiutare l’ordine impartito dalla giunta di non scendere nelle piazze, ha manifestato lo stesso urlando gli slogan: ”Dateci la Libertà”, ”Vogliamo il dialogo”. I soldati, fra le cui fila secondo fonti della opposizione vi sarebbero alcune defezioni, hanno prima minacciato di ricorrere ad ”azioni estreme” se le migliaia di civili non fossero rientrate nelle case entro dieci minuti. Poi hanno sparato contro i cortei». [8]
L’ambasciatore australiano a Yangon, Bob Davis, e il premier britannico Gordon Brown, sono certi che il numero delle vittime sia molto superiore alle 15. Potrebbe addirittura superare i 100. [9] Ohmar Khim, coordinatrice della dissidenza birmana in esilio: «Giovedì ci sono stati oltre 200 morti». [10] Soe Aung, dirigente in esilio del Consiglio nazionale dell’Unione birmana: «Ci sono 400 mila soldati in Birmania. Mentre i monaci sono 600 mila. Cosa pensano di fare i militari? Ucciderli tutti?». [11]
Alla testa dell’esercito c’è una gang violenta, rapace e incompetente. [12] Claude B. Levenson: «La Birmania arriva all’indipendenza nel 1938. Ed è subito segnata dalla violenza: alla vigilia della proclamazione ufficiale, il 19 luglio 1947, il gabinetto provvisorio che si prepara a prendere le redini della nuova Unione birmana viene abbattuto a sangue freddo nel corso di una riunione di lavoro. Tra le nove vittime di questo colpo di mano ci sono il generale Aung San, padre dell’indipendenza e di Suu Kyi, e il suo fratello maggiore, Ba Win, padre di Sein Win, attuale primo ministro del governo in esilio». [13]
Unico sopravvissuto del massacro, U Nu sarà il primo ministro incaricato di aprire la strada alla democrazia. Levenson: «Questa prima esperienza democratica, condotta seconda le regole da persone sincere che si rifacevano alla tradizione buddista locale, è piuttosto caotica e viene bloccata di netto nel 1962 dal colpo di mano del generale Ne Win, vecchio compagno d’armi di Aung San e suo potenziale rivale, che si impadronisce del potere per non lasciarlo più. Intende seguire la ”via birmana al socialismo”, mettendo subito fine al movimento comunista clandestino, poi instaurando una dittatura pura e dura». [13]
Una brutale svalutazione nel 1988, quando Ne Win aveva già fatto finta di cedere il potere a successori designati da lui stesso, portò per la prima volta la gente nelle strade. [13] Federico Rampini: «Il detonatore iniziale furono le proteste per il rincaro del riso e per quel furto di Stato che fu la ”conversione” della moneta (i due terzi delle banconote vennero dichiarati non più validi). Di fronte all’esasperazione della gente, Ne Win concesse le elezioni democratiche convinto di poterle manipolare. Fu un errore clamoroso, la prova che l’esercito non aveva il polso del paese reale. Alle urne nel 1990 stravinse la Lega democratica di Suu Kyi umiliando il partito dei generali. Seguì una repressione feroce, tremila morti, e un nuovo golpe militare i cui eredi rimangono al potere tuttora. Oggi Suu Kyi ha 62 anni, e ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari». [14]
Adesso il potere in Birmania è soprattutto nelle mani di Than Shwe (ha un cancro all’intestino), benché in realtà si regga su una sorta di triumvirato, col primo ministro Soe Win (a capo della repressione dell’88, ha la leucemia) e Maung Aye, il numero due dell’Spdc (cancro alla prostata). [15] Emanuele Giordana: «Benché siano di fatto Than Shwe e Maung Aye gli uomini più potenti del paese - e quelli che controllano l’esercito - non vanno sempre d’accordo e il loro rapporto, benché consolidato, si regge su un difficile equilibrio». [16] Cecilia Brighi: «La giunta birmana può sedersi a un tavolo di dialogo solo se con l’acqua alla gola. Solo se le sue risorse venissero drasticamente tagliate». [17]
Gas, legname, minerali, pietre preziose, prodotti ittici, tessile abbigliamento sono tutti settori che portano enormi proventi alla giunta e ai loro amici e che permettono contemporaneamente il riciclaggio dei proventi della vendita di oppio e metanfetamnine. Brighi: «Un’azione politica per chiudere i rubinetti dei loro profitti avrebbe un doppio effetto. Il primo economico e il secondo politico. Ma sarebbe anche un messaggio chiaro non solo alla giunta militare e al sistema delle imprese che fino ad oggi, come l’Unocal e la Total-Fina, pur di lavorare in Birmania hanno avallato l’utilizzo del lavoro forzato e le durissime condizioni di sfruttamento dei lavoratori locali. Oggi è tempo di voltare pagina». [17]
Persino l’azione congiunta e armonica dell’Ue e degli Usa avrà scarso effetto se i vicini asiatici della Birmania non inizieranno ad alzare la voce. [18] Un ambasciatore italiano: «La possibilità di nuove sanzioni è molto difficile perché la Cina difende un suo alleato, e Mosca non vuole vedere l’Onu condannare nessun governo che decida di sparare sui suoi cittadini». [19] Enzo Bettiza: «Mosca, che ha nel ventre molle il tumore ceceno, diffida d’ogni rivolta che possa coinvolgere le irrequiete minoranze etniche in un Paese già ”coperto” dalla diplomazia sovietica. Nuova Delhi, pur incline alla simpatia per il ”buddhismo democratico” delle pagode e dei monasteri, deve comunque salvaguardare il proprio tornaconto economico e l’espansione egemonica nell’Oceano Indiano insidiata da Pechino. Quanto a Pechino, il problema è ancora più spinoso». [20]
La posta in gioco è altissima per la Cina. Bill Emmott: «In Birmania, essa conta quattro interessi vitali». 1) il commercio, che supera il miliardo di dollari all’anno; 2) gli stretti rapporti che col regime militare birmano garantiscono alla Cina l’accesso fino all’Oceano Indiano, consentendole di aggirare, in caso di emergenza, il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca; 3) se i monaci buddhisti birmani riuscissero a rovesciare il regime, potrebbero essere d’ispirazione ai loro confratelli del Tibet; 4) se apparisse associata a una dittatura abbattuta oppure a una repressione feroce, la sua buona reputazione ne soffrirebb: l’ascesa della sua influenza a livello mondiale, derivante tanto dalla sua ricchezza quanto dal declino del prestigio americano, subirebbe un brusco arresto [21]
Pur essendo la più grande democrazia del mondo, l’India è stata finora pusillanime nei rapporti con i dittatori birmani. Timothy Garton Ash: «Apparentemente la competizione con la Cina per la sfera di influenza (e le forniture di energia) la preoccupa più della natura del regime birmano. Di conseguenza i governanti birmani sono stati in grado di mettere l’India contro la Cina e viceversa. Una cosa che gli Usa e l’Ue potrebbero fare è far capire ai nostri amici indiani che si tratta di un atteggiamento miope». [18] Emmott: «Siamo davanti al primo scontro per stabilire controllo e influenza sulla regione da parte dei nuovi giganti asiatici, la Cina e l’India. E ci auguriamo che sarà l’India a spuntarla». [21]