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 2007  settembre 29 Sabato calendario

Giovanna D’Arco non era pastorella e neppure pulzella di Domenico Quirico. I signori Roger Senzing e Marcel Gay rischiano grosso: altro che revisionismi, qui siamo al sabotaggio storiografico, peggio, al tradimento della nazione

Giovanna D’Arco non era pastorella e neppure pulzella di Domenico Quirico. I signori Roger Senzing e Marcel Gay rischiano grosso: altro che revisionismi, qui siamo al sabotaggio storiografico, peggio, al tradimento della nazione. Milioni di bimbi francesi, da quando erano state appena spazzate le macerie terroristiche dei comunardi fino al Ministero dell’«identità nazionale» di Sarkozy, hanno scritto sui quaderni che una pastorella invasata da voci divine a metà del Quattrocento indossò l’armatura e avviò la riscossa contro gli inglesi. Da allora si comincia a declinare la grandeur e quel provvidenzialismo che ha attraversato la storia di Francia, piantonata da una caterva di uomini della provvidenza, da Napoleone a De Gaulle a Sarkozy. Ebbene: secondo questi due terroristi che usano Clio come il tritolo, non è vero niente. La Francia dal millennio scorso si impettisce per un c’era una volta, una fiaba, di più, una bellica bugia. Se è vero, bisognerà riscrivere i libri di scuola, come dopo la caduta del comunismo. Non era una pastorella, non era pulzella perchè felicemente maritata more canonico, non è morta nel 1431 dopo uno stalinesco processo arrostita come strega. Municipi pievi e manieri di mezza Francia sprizzerebbero sue tracce a piedi e a cavallo. Resta qualcosa in piedi? Ah, anche il nome è falso, si chiamava Giovanna des Armoises. Come farà la povera Ségolène Royal, che si era autopromossa e reincarnata come «figlia ribelle di Lorena»? Va a catafascio di passaggio anche la storia del cinema; che sia la pulzella stile western incarnata da Ingrid Bergman che cacciava gli inglesi come se fossero pellerossa, o quella mistica di Dreyer o la vitaminica civettona Milla Jovovich, la realtà ipotizzata dai due autori di «L’affaire Jeanne d’Arc» appare assai più cinematografica di quella degli sceneggiatori. Facciamo un po’ d’ordine. Il nome innanzitutto: falso. Anche nelle lettere autografe, peraltro, lei si firma Jeanne d’Arc. E poi le origini modeste, di pastora, che avrebbero costretto il re e i nobili isteccoliti e codardi a avviare la riscossa nazionale. Durante il processo fu la stessa Giovanna a dichiarare di non aver mai fatto «la guardia a pecore e altre bestie». Altro che stalle accanite dalla fame della dolce Francia, frequentava i castelli, visto che scriveva in raffinato francese di corte. E le testimonianze affermano che montava con perizia a cavallo, esercizio che presupponeva un dressage da classi alte. Restava a piantonare il mito l’agonia di modello cristologico, con processo e perfida esecuzione sul rogo nel 1341. Ma ovunque si posi l’occhio dei due demistificatori, la leggenda si raggrinza. Decine di documenti firmati da notai e curati, nobili e memorialisti, spettegolano i due molesti pennini demolitori, provano il passaggio della «Pulzella di Francia» in tutto il regno, e non solo, visto che spunta nel 1436 a Arlon in Belgio e a Colonia in Germania. Anno in cui la ex vergine guerriera, ahimè, si sarebbe sposata con un nobile, Robert des Armoises. E Giovanna des Armoises nel 1439 comandava ancora, tutta in metallo, una compagnia di uomini d’arme; arruolati da un certo Gilles de Rais, diventato celebre come Barbablù. Anche lui bruciato, ma come sodomita e sterminatore di 140 fanciulli. Se i francesi perdono una benemerita alla Causa nazionale, possono però sostituirla con una eroina di altra stoffa, pioniera della tresca disinformativa destinata a un lucroso avvenire: Jolanda di Anjou, suocera del re Carlo VII. E’ lei che ha inventato lo stratagemma dell’inviata da Dio a riprendere in mano il mestolo della guerra. Arma psicologica che ha funzionato benissimo, come possono testimoniare i perfidi inglesi. La copiarono nel 1870 quando, per far risorgere la Francia schiantata dai prussiani, canonizzarono quella leggenda e ne fecero la madre della République. Son tempi durisissimi per le Storie ufficiali. Nel 1867, in piena beatificazione patriottica, in una farmacia di rue de Temple «scoprirono» un’urna con la scritta «resti trovati sotto il patibolo di Giovanna d’Arco». C’erano anche le ossa di un gatto, che veniva bruciato con le streghe. Ebbene, il carbonio 14 ha chiarito che erano i resti di una mummia egiziana del VII secolo avanti Cristo. L’avevano certo prelevata, i fabbricatori di miti, in qualche raccolta di curiosità che appassionavano il medioevo. Ma il gatto? Egizio anche lui, altro che Loiret.