Vari, 27/9/2007, 27 settembre 2007
ARTICOLI SUI DISORDINI IN BIRMANIA. TUTTI TRATTI DAL FOGLIO DEL 27/9/2007
PRIMO ARTICOLO. CRONACA DEL 26/9. Roma. Il regime militare in Birmania si sente in pericolo di fronte ai cortei pacifici dei monaci – che ieri hanno sfilato indossando mascherine sulla bocca per soffrire meno l’effetto dei lacrimogeni sparati dalle forze di sicurezza – e reagisce con violenza. Almeno sei persone sono morte ieri negli scontri più gravi davanti alla pagoda di Shwedagon, una delle più importanti dell’ex capitale, da dove era partita anche la protesta degli studenti soffocata nel sangue nel 1988. I manifestanti feriti dalle cariche dei soldati e dei poliziotti sono almeno centocinquanta, tra loro anche un monaco ottantenne, secondo la radio Voce democratica della Birmania che ha sede a Oslo. E’ difficile, infatti, che filtrino notizie dirette dal paese, sigillato verso l’esterno e chiuso all’interno da un coprifuoco notturno imposto due giorni fa e dal divieto di raduno pubblico con più di cinque persone in vigore da vent’anni. Centinaia di militari in assetto antisommossa hanno circondato ieri prima dell’alba sei monasteri che erano diventati basi e crocevia per la protesta. Il fatto che anche il New Light of Myanmar, il quotidiano del regime, che di norma apre con pezzi di grottesca inutilità sulle visite diplomatiche dei dignitari, ieri, seppur cautamente, desse notizia delle proteste dà conto della loro grandezza. Nonostante l’assedio dei monasteri, almeno diecimila persone sono riuscite a scendere in strada anche ieri. Che il bollettino della dittatura scriva delle manifestazioni in corso è un segnale che la dice lunga sulla gravità della crisi per un regime abituato a mentire su qualsiasi argomento e a tacere tutte le notizie che è possibile tacere.
Quando ieri i soldati si sono avvicinati alla pagoda teatro degli scontri più violenti, i manifestanti seduti per terra hanno cominciato a cantare all’unisono: ”Siete l’esercito del popolo, non potete sparare sulla vostra stessa gente”. Sono anche iniziati gli arresti importanti: secondo un diplomatico occidentale, un attivista per i diritti civili, il settantenne Wing Nain, è stato portato via da casa alle due di notte. Un famoso attore comico birmano, Zaganar, è già in prigione da giorni per aver dichiarato il proprio appoggio alle proteste dei monaci e per aver offerto loro acqua e cibo. Secondo la Lega nazionale per la democrazia, il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, almeno trecento altre persone sarebbero state incarcerate, la maggior parte in un quartiere a ovest di Rangoon. Della leader dell’opposizione da due giorni non ci sono più notizie. La sua ultima immagine, in preghiera a mani giunte per ringraziare chi ha sfidato i soldati per giungere sotto la sua abitazione, potrebbe diventare nei prossimi giorni un’icona della protesta. Il Dalai Lama e Desmond Tutu, l’ex arcivescovo sudafricano compagno di lotte di Nelson Mandela, entrambi premi Nobel per la pace, hanno lanciato ieri un appello alla giunta militare birmana per chiedere la sua incolumità.
Per otto giorni la reazione dei militari alle manifestazioni era stata assai blanda, ma al nono giorno di marce la repressione governativa ha fatto il salto di qualità. Segno che il regime sta progressivamente prendendo coscienza del livello di esasperazione della popolazione e della pericolosità delle manifestazioni in corso. Quella che all’inizio poteva sembrare, sia ai militari sia agli analisti stranieri, una tiepida protesta contro il raddoppio del prezzo del carburante, si è trasformata in una sollevazione pacifica ma determinata. ”Sembravano truppe religiose d’assalto”, ha dichiarato al New York Times un diplomatico straniero.
Dal ministero degli Esteri birmano, da poco trasferitosi a Naypyidaw, la nuova capitale costruita in un luogo isolato per meglio resistere fino all’ultimo alla pressione di eventuali rivolte e per evitare tentazioni al personale del regime, viene l’ordine di minimizzare il più possibile le notizie sulle proteste. Stessa linea all’ambasciata a Roma, dove si ammette che manifestazioni sono in corso, ma ”pacifiche e senza vittime”.
Divisioni nel Consiglio di sicurezza
Ieri sera a New York si è riunito il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – la Francia è presidente di turno – su richiesta europea per fronteggiare la crisi birmana. Tra i membri permanenti ci sono visioni opposte. Alle parole del presidente americano, George W. Bush, che martedì ha auspicato un inasprimento delle sanzioni internazionali, ieri sono seguite quelle dell’Unione europea, unitasi alla richiesta di misure punitive. Per il premier britannico Gordon Brown ”l’era dell’impunità per chi nega e calpesta i diritti umani è finita”. La Francia ha ammonito i funzionari birmani: ”Potremmo perseguire penalmente chi commetterà violenze”. Mosca, invece, ha definito le violenze di ieri ”un problema interno al Myanmar. Qualsiasi tentativo di esercitare pressioni su quel governo non avrà altro che effetti controproducenti”. A gennaio Cina e Russia avevano opposto il veto a una bozza di risoluzione che condannava la repressione dell’opposizione.
SECONDO ARTICOLO. INTERVISTA A UNA SUORA. Rangoon. ”La meditazione vipassana non è una fuga dalla realtà. E’ un modo di prendere coscienza, rendersi liberi. La pratichi esercitando la massima attenzione in tutto ciò che fai. Anche nella protesta”, spiega al Foglio da un monastero vicino Rangoon una Thilashin, colei che possiede la moralità, come sono chiamate le monache birmane. Vipassana significa visione superiore, quella che accompagna la pratica di samatha, la calma mentale. E’ con questo atteggiamento che migliaia di monaci e monache hanno marciato nel gesto del patam nikkujjana kamma, tenendo rovesciate le loro ciotole per le offerte, in segno di totale rifiuto della giunta militare. Una forma d’umiliazione che è stata portata all’estremo con la scomunica da parte del Sangha, la comunità monastica, nei confronti dei membri del governo, l’SPDC, lo State Peace and Development Council, e delle loro famiglie.
’Religione e società sono due entità interconnesse. I monaci appartengono al popolo, sono il popolo”, dice ancora la Thilashin, e così spiega perché la parola chiave della protesta dei monaci è ”democrazia”. Comprendere ciò che accade in Birmania è impossibile se non si considera l’identificazione del popolo con il Theravada, una delle due grandi correnti del buddismo. Entrambe si basano sull’insegnamento del Buddha, ma differiscono sul metodo per seguire il Dharma (le leggi) e raggiungere il Nibbana (la pace assoluta). Per il Mahayana, l’altra grande corrente, è incentrato sulla compassione universale, sulla condizione di Bodhisattva, colui che rinuncia al Nibbana, per aiutare l’umanità nel pellegrinaggio che conduce a esso. La meta del Theravada, invece, è la salvezza personale. A questo fine il credente si concentra sulle pratiche meditative e sulla vita monastica, mentre per i laici è importante accumulare meriti facendo donazioni e offerte al Buddha e ai monaci. Questo spiega l’immanenza della religione che si avverte in Birmania: nelle migliaia di paya (pagode) e di zedi (i reliquiari buddisti) bianchi e dorati che sono parte del territorio e nella dominante cromatica delle tonache di quasi mezzo milione di monaci, monache e novizi. Per guadagnare meriti per sé e la propria famiglia, ogni birmano è tenuto a trascorrere almeno due periodi della vita in monastero. Una prima volta tra i dieci e i vent’anni in qualità di samanera, novizio; una seconda in età adulta come hpongyi, monaco che ha preso i voti. A fronte di tale dedizione c’è un compenso anche in vita: per la maggior parte dei giovani il monastero è l’unica possibilità di ricevere un’educazione, per tutti è un segno di status altrimenti irraggiungibile. Ai monaci sono riservati posti di riguardo in qualunque mezzo, dai bus ai battelli che percorrono l’Ayeyarwady, il fiume che attraversa la Birmania. La coincidenza tra popolo e monaci spiega il loro attivismo politico: hanno avuto un ruolo di rilievo nella lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947 e nelle dimostrazioni contro il governo militare del 1988 che si conclusero in un bagno di sangue. Negli ultimi vent’anni il Sangha sembrava essersi accomodato nel suo status di privilegio mondano, forse per le contaminazioni con il Sangha Nayaka, la comunità religiosa controllata dal governo. Il rinnovato attivismo dell’unico contropotere birmano deriva probabilmente da una nuova coscienza religiosa, da quello che è stato definito ”Buddismo impegnato”, un movimento che s’ispira agli insegnamenti del monaco vietnamita Thich Nhat Hanh e del thailandese Buddhadhasa Bhikkhu. L’essenza della loro dottrina sta nel tentativo di accordare la natura originaria del buddismo con la realtà del mondo moderno, sulla necessità di vivere compiutamente in questa vita senza aspettarne un’altra, sull’attenzione ai problemi sociali, ai modi in cui si esprime la politica. Anche in Birmania la religione ha rimesso in moto la storia.
TERZO ARTICOLO. COM’E’ FATTO IL REGIME di ALAN PATARGA. I giornali di mezzo mondo la chiamano già la Rivoluzione zafferano, o più semplicemente la ”Yellow Revolution”. E’ la rivolta pacifica dei monaci buddisti birmani che chiedono, con decine di migliaia di altri connazionali, il ritorno della democrazia nel paese. Se di ritorno si può parlare, e non di nascita tout court, è soltanto perché, per poco più di dieci anni, un governo democratico birmano è esistito, e prima di morire ucciso da un golpe comunista ha fatto in tempo a indicare nel 1961 il primo segretario generale delle Nazioni Unite asiatico, U Thant. Quel gabinetto lo presiedeva il generale Aung San, eroe della resistenza antifascista. Sua figlia, Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione democratica, premio Nobel per la pace e agli arresti (oggi domiciliari) quasi ininterrottamente dal 1991, scelse di far sventolare ai suoi sostenitori le bandiere con il pavone giallo nell’unica campagna elettorale libera nella storia del paese. Era il 1990, e – come ricordava un paio di giorni fa un articolo del giornalista birmano Nathan Maung sul sito Internet Mizzima News – due anni prima gli stessi vessilli erano stati sventolati dagli studenti di Rangoon nei giorni della protesta contro la dittatura che si concluse con tremila morti sulle strade e un’altra dittatura a sostituire quella precedente. Il colore che oggi – come l’arancione in Ucraina, ormai tre anni fa – rappresenta la voglia di libertà d’un popolo e che, con il rosso, riveste da secoli i monaci buddisti e le cupole delle pagode, è lo stesso colore che segnò i giorni della lotta per l’indipendenza birmana contro i colonizzatori britannici. Che la polizia birmana abbia da anni l’ordine di arrestare chiunque (monaci esclusi) indossi qualcosa di giallo, non è dunque una stranezza, sebbene i paradossi e i misteri non manchino in un paese che ha perduto persino il nome (era Birmania e per i militari è diventata Myanmar). Il più grande mistero è di certo Than Shwe, il generale succeduto nel 1992 al golpista Saw Maung, e da allora capo di stato e delle forze armate. Un ritratto lo ha abbozzato martedì il Daily Telegraph, ma la sua rimane una figura sfuggente: accolto come un moderato (rispetto al predecessore) per aver scarcerato alcuni oppositori politici (salvo poi riarrestarli tutti, nel tempo), è stato lui a imporre il cambio di nome al paese e a spostare nel 2005 la capitale da Rangoon a Naypyidaw, una città che prima di allora quasi non esisteva. E’ stato lui ad abrogare la legge che imponeva la pensione obbligatoria a sessant’anni al compimento del suo sessantesimo anno per rimanere al potere. Ritratto quasi esclusivamente in pose ufficiali, praticamente mai intervistato, i birmani lo conoscono (e molti lo detestano, a giudicare dal seguito dei monaci) attraverso i proclami ufficiali che regolarmente vengono pubblicati dalla stampa di regime. E che di regime si tratta lo dice la mappa della libertà politica redatta ogni anno da Freedom House, che nel 2007 assegna alla Birmania lo status di paese ”non libero” e le dà un 7 (il voto peggiore in una scala che parte dal numero 1, sinonimo di libertà) sia sul fronte dei diritti politici sia su quello delle libertà civili. Alla pari della dittatura del Sudest asiatico, pochi paesi: Corea del nord, Turkmenistan, Libia. Persino Arabia Saudita, Vietnam e Iran fanno meglio. Ecco giustificate le proteste di piazza, ecco spiegata la reazione della giunta militare che governa il paese da 19 anni, che ha ordinato il coprifuoco e la repressione. I morti, per il momento, sarebbero tra i quattro e i sei.
Bronwen Maddox, capo dei commentatori di politica estera del Times, spiegava ieri sulle pagine del quotidiano londinese che le sanzioni annunciate dal presidente statunitense, George W. Bush, e dal premier britannico, Gordon Brown, ”non potranno cambiare la situazione” per il semplice fatto che entrambi i paesi hanno già chiuso ogni canale commerciale con la Birmania da anni. L’America dal 1997. Di più, sostiene il giornalista inglese, potrebbero fare ”Cina e India, vicini e partner commerciali della Birmania per mettere direttamente sotto pressione il regime: sono di sicuro nella posizione migliore per farlo”. Ma lo stesso Maddox lascia intendere che difficilmente Pechino seguirà le indicazioni di Washington e Londra.
Per Renaud Egreteau, giovane ricercatore del Centre d’tudes et de Recherches Internationales di Parigi, ”la giunta birmana è al sicuro nella nuova capitale”, che è in mezzo alla giungla, come spiegava ieri in un’intervista al Figaro. E centrale, nella tenuta del regime, sarà ancora una volta la figura del dittatore misterioso, Than Shwe, ”che non a caso ha una preparazione specifica nella conduzione della guerra psicologica”.
La paura della repressione può poco, però, quando il primo nemico è la fame. I birmani sembrano dire che la ricetta per sconfiggerla abbia come ingredienti principali la democrazia e la religione. La decisione di raddoppiare, dall’oggi al domani, il prezzo dei carburanti, ad agosto, ha definitivamente esasperato la popolazione: ”Ho visto troppa gente in uno stato di povertà insopportabile – ha raccontato un giovane manifestante, ribattezzato Min Neing, al Guardian – Molte persone fanno fatica a mandare i figli a scuola, non possono nemmeno più permettersi due pasti al giorno, ma uno soltanto, e così si ammalano. Il fatto è che poi non hanno nemmeno i soldi per curarsi. E, come se non bastasse, la gente gode di meno libertà oggi di un tempo”.
Il grido di dolore birmano, raccolto da tutta l’opinione pubblica occidentale, è stato rilanciato ieri – dalle colonne del Wall Street Journal – dal premio Nobel per la pace Jody Williams, con un articolo intitolato semplicemente ”Freedom for Burma”. La sua analisi ricalca quella del Times e dell’Economist, ma differisce nella scelta delle azioni conseguenti: soltanto la Cina, con l’arma economica, può scongiurare la strage dei monaci birmani, dice. Ma per convincere Pechino serve l’arma della pressione internazionale, la stessa utilizzata per chiedere il boicottaggio delle Olimpiadi del prossimo anno ”e che comincia a dare i suoi frutti”. ”Tutti noi dobbiamo dire chiaramente che la politica di ”non interferenza” di Pechino (...) non può essere tollerata. Dobbiamo svincolarci dal potere delle aziende cinesi non soltanto per la gente del Darfur, ma per i birmani, i tibetani e i congolesi, per non parlare dei milioni di cinesi cui è negato ogni genere di diritto umano”.
Alan Patarga
QUARTO ARTICOLO. I BIRMANI E IL BUDDHISMO (O BUDDISMO) di ALESSANDRO GIULI.
Monaci, io vi dico, tutte le cose deperiscono. Combattete senza tregua”. Così, ormai carico di anni, parlò il Buddha ai propri discepoli prima di spirare. Dopo venti secoli e mezzo sono a centinaia i monaci birmani disposti a farsi uccidere o arrestare pur di prendere alla lettera quelle ultime parole del maestro. Il comprensibile scandalo del buddista combattente – ma senza violenza – in questo caso raddoppia perché ha un obiettivo politico: la fine della dittatura militare rossa che grava come uno spettro sul paese a più alta densità buddista, dunque l’estinzione di una sofferenza sociale e non soltanto metafisica. In queste ore, dentro ogni cadavere birmano con il cranio rasato e la veste color porpora riposa una verità religiosa – il mondo non è altro che apparenza e dolore – e risuona un’idea rivoluzionaria: se tutto è finzione e non-essere, esiste però una gerarchia che rende preferibile la libertà individuale alla sottomissione collettiva. E questa è anche un’ottima ragione per uscire dal tempio del principe Siddhârtha Gautama Sakyamuni (il nome intero del Buddha) e andare a manifestare nelle strade di un mondo stravolto dall’empietà tirannica. Un ottimo motivo per preferire la morte all’umiliazione delle catene metalliche e mentali. Gli occidentali secolarizzati capiscono e non capiscono, al più parlano di battaglia d’idee ed è già qualcosa. Si domandano come sia possibile che i seguaci del Pacifico Buddha scommettano sulla liberazione di un popolo anziché perdersi nella rarefazione del Nirvana, nella ricchezza di un vuoto assoluto così distante dall’umano. Ma il monaco birmano risponderebbe che il male minore esiste anche per lui e la morale primaria del ”non uccidere una vita” autorizza appunto a battersi contro il carnefice. Con tenacia guerriera e impersonalità sacerdotale. Del resto non fu il Buddha un brahmana disceso dalla casta guerriera (kshatrya)? Sì. E non fu proprio lui, in un’incarnazione precedente, a uccidere un uomo per impedirgli di massacrarne cinquecento? Sì. E non rappresentò forse il buddismo delle origini, come poi il regno dell’imperatore indiano Asoka, una reazione energica ai pregiudizi mineralizzati delle caste hindu? Sì. Ma non ingannatevi nelle adulterazioni, come la rivolta antimetafisica degli intoccabili neobuddisti guidati nel secolo scorso dall’indiano B. R. Ambedkar (l’autore del libro ”Buddha and Karl Marx”). Quanto poi alla tenacia buddista, si tramandano storie dalla bellezza esemplare. Come la volta in cui, al maestro che gli domandava fin dove poteva spingersi la sua vocazione, il discepolo rispose tagliandosi un braccio e fu così accolto nella comunità religiosa. O come la notte in cui un aspirante discepolo andò a bussare con gentilezza alla casa di un altro maestro e per una due tre volte venne respinto con la porta schiacciata sul viso; finché alla quarta, senza dire una parola, decise di centrare con un pugno il muso del maestro e fu così ricevuto.
L’ardore marziale nell’agire senza agire
La Birmania in particolare conosce un cuore molto antico dell’insegnamento buddista, il Theravada, che significa ”la dottrina degli anziani”. Dietro a questa definizione c’è una via: prescrive il non attaccamento alle cose dell’oggi, la benevolenza, la saggezza mite che scorre nella parola giusta e nel retto sforzo per conseguire la visione della tessitura luminosa nascosta nel nulla circostante. Nella disciplina birmana c’è perfino un tratto di pessimismo eroico. Visto che le condizioni dell’universo contemporaneo – si racconta – ostacolano chi voglia attingere all’illuminazione, il ”poco” da fare è impegnarsi comunque per alimentare una fiammella che un giorno verrà raccolta dal Buddha reincarnato (Maitreya) e issata nel focolare dell’età nuova. Ma attenzione all’equivoco. Il fuoco dei birmani non è il prodotto di un’ascesi devitalizzante, non il corredo di un istinto rinunciatario. Il perfetto buddista è il risultato di un ardore marziale nella propria misura e attivo nella propria immobilità. Perciò può scegliere di marciare incolonnato ai fratelli in abito purpureo, sotto la pioggia calda di Rangoon e sotto i manganelli dei salariati in divisa militare. Il suo semplice esserci è un atto rivoluzionario, il suo resistere (anche proteggendo con il corpo gli altri manifestanti) è un agire-senza-agire che diserta il moto accessorio per concentrarsi sull’essenziale. La libertà è l’essenziale. Anche in Birmania.
Alessandro Giuli
QUINTO ARTICOLO. I CRISTIANI IN BIRMANIA di MAURIZIO CRIPPA. Milano. Di fronte ai primi monaci uccisi per le strade di Rangoon, i vescovi cattolici della Birmania hanno invitato ieri i fedeli a ”incessanti preghiere per il benessere” del loro paese. Una dichiarazione ufficiale, firmata dall’arcivescovo Charles Bo di Rangoon, segretario generale della Conferenza episcopale, e dall’arcivescovo Paul Zinghtung Grawng di Mandalay, il presidente. Nelle chiese birmane le catene di preghiera e adorazione eucaristica perpetua impegnano i fedeli già dal febbraio 2006, ma spiegano i vescovi, ”nella situazione attuale a tutti i cattolici viene chiesto di fare incessanti preghiere e di offrire messe speciali per il bene del paese”. Con uguale puntigliosità, l’episcopato precisa però che, secondo il diritto canonico e gli insegnamenti sociali della chiesa cattolica, ”i preti e le religiose non si possono coinvolgere nei partiti politici e nelle attuali proteste”, anche se ”i cattolici, come cittadini del paese, sono liberi di agire come credono” e ”il clero e i religiosi possono dare indicazioni opportune”. Martedì, in un’intervista telefonica con l’Ecumenical News International il capo della chiesa anglicana, Samuel San Si Htay, aveva detto più o meno le stesse cose, ”preghiamo per la pace e il futuro del paese”. Maggior apprezzamento per il ruolo che i monaci buddisti possono avere ”nell’aiutare il popolo a superare le condizioni inumane cui è costretto” erano venute dal segretario generale della Christian Conference of Asia, Prawate Khid-arn, che però ha sede in Thailandia. E sempre dall’estero giunge la voce del reverendo Hermen Shastri, segretario generale del Concilio delle chiese della Malaysia, per il quale ”è commovente vedere come i religiosi, specialmente monaci e suore buddisti sono in prima fila nella lotta” mentre ”molti leader della chiesa si sono uniti alle forze del cambiamento democratico”.
La prudenza dei vescovi cattolici e anglicani in Birmania va compresa nel suo complesso significato, spiega al Foglio padre Piero Gheddo, missionario e ottimo conoscitore del paese, oggi direttore dell’Ufficio storico del Pime, che ha appena dato alle stampe il volume ”Missione Birmania: 1867-2007. i 140 anni del Pime in Myanmar”. Spiega Gheddo che in questi momenti i cristiani si sentono in pericolo, col rischio di essere schiacciati. Vale soprattutto per i cattolici, che rappresentano una comunità di 600 mila persone, su un totale dei cristiani appartenenti a varie confessioni protestanti (l’evangelizzazione iniziò in Birmania con l’opera di battisti americani, mentre con l’impero si è radicata la chiesa anglicana) stimato in 3-4 milioni. ”Nel popolo che manifesta in questi giorni assieme ai monaci buddisti ci sono senz’altro anche i cattolici, come i protestanti. Ma certamente se i vescovi prendessero posizione ufficialmente rischierebbero di subire la repressione della giunta militare. Il buddismo rappresenta l’80 per cento della popolazione, e sebbene il regime ateista lo abbia cancellato come religione di stato e lo abbia, all’inizio, perseguitato, con il tempo ha dovuto scendere a patti con la sua forza e influenza sociale. Nel caso di una repressione violenta, i primi a cui ”dare l’esempio’ rischiano invece di essere i cattolici. Da qui la prudenza della chiesa, anche se è evidente che è dalla parte del popolo”.
Fin dall’Ottocento
Del resto, seppure minoritario, il cristianesimo birmano è vivace, ricco di conversioni: ”I protestanti sono di più, e più rapidi nel proselitismo. Ma anche tra i cattolici ci sono battesimi, vocazioni, seminaristi che vengono a studiare qui da noi. La chiesa ha fatto molto per questo paese, a partire dall’educazione, dalle scuole. Per questo è radicata nel popolo”. C’è inoltre da osservare che, storicamente, i missionari cattolici si sono radicati fin dall’800 nelle regioni popolate dalle minoranze di tribali (shan, karen, chin, kachin), non buddiste, che rappresentano il 30 per cento della popolazione e che hanno da sempre alimentato la ribellione contro la giunta militare e contro il suo ”socialismo di ispirazione buddista”. In realtà, spiega Gheddo, ”è un regime di tipo staliniano o maoista della peggiore specie, per quanto apertosi negli ultimi anni al libero mercato. La sua base è ateista, nella sua Costituzione che è scritto che ”dio’, con la minuscola, non esiste. E questo in Asia va contro il sentimento della maggioranza della popolazione, dove invece la religione è il fondamento e la base dell’identità culturale di tutto il popolo. Non solo qui. Pensiamo alla ”rivoluzione dei fiori e dei rosari’ nelle Filippine, che si mosse sul sentimento popolare dei cristiani, o a Mindanao, a Timor Est. Le religioni contano molto, e il popolo sta con loro”.
Prawate Khid-arn, il segretario delle Conferenza protestante asiatica, ha affermato che la ”liberante spiritualità del buddismo e delle altre religioni è una positiva forza non violenta su cui contare per trasformare il potere e le forze demoniache che hanno sottomesso il paese per decenni”. In realtà i rapporti tra cristiani e buddisti in Birmania non sono stati sempre idilliaci. Il che è dovuto essenzialmente al fatto che, mentre il buddismo è profondamente radicato nella vita e nella storia del popolo birmano e si identifica con la nazione, la maggior parte dei cristiani è di origine tribale, naturalmente ostili verso il popolo birmano. Ancora nel 2004, il Rapporto di Aiuto alla chiesa che soffre denunciava soprusi nei confronti dei cristiani, con tanto di conversioni forzate, condotti sotto l’occhio distratto del governo, particolarmente ostile ai cristiani tribali, attivi nei movimenti indipendentisti. Negli ultimi anni molti di loro sono stati costretti alla fuga in Thailandia e India, mentre le croci poste sulle montagne a simbolo della fede venivano distrutte. ”Ma oggi la situazione non è più questa – assicura padre Gheddo – ci sono ottimi rapporti di stima tra le religioni, il nemico è questo regime che è uno dei peggiori esistenti al mondo”.
Maurizio Crippa