Vari, 27/9/2007, 27 settembre 2007
ARTICOLI SUI DISORDINI IN BIRMANIA (27/9/2007). UN’ALTRA SCHEDA, CON LA STESSA DATA, CONTIENE I PEZZI DEL FOGLIO
CORRIERE DELLA SERA
BILL EMMOTT
Quanto accadrà adesso in Birmania ai coraggiosi manifestanti, sia monaci buddhisti che cittadini comuni, è di importanza primaria soprattutto per i birmani stessi e per il destino del loro Paese, tragicamente ostaggio di povertà e repressione. Gli estranei, come Bush, possono dire quello che vogliono e i loro commenti non faranno una grande differenza (anche se la sua difesa dei diritti umani va nella direzione giusta).
Tuttavia, gli avvenimenti in Birmania avranno un impatto cruciale sui due giganti, confinanti con questo Paese, che si affacciano adesso sulla scena mondiale, anche se già da tempo si misurano in sordina per stabilire la loro influenza: Cina e India. La posta in gioco è altissima per la Cina. In Birmania, essa conta quattro interessi vitali, che rischiano grosso con il crollo della giunta militare. Il primo è elementare: il commercio, che supera il miliardo di dollari all’anno, con relativa partecipazione per quel che riguarda petrolio e gas. Il secondo
è strategico: gli stretti rapporti che intercorrono tra la Cina e il regime militare in Birmania garantiscono alla Cina l’accesso fino all’Oceano Indiano, consentendole sia di aggirare, in caso di emergenza, il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca, come pure di stabilire i suoi capisaldi di vigilanza tanto in Birmania quanto nelle isole vicine.
Il terzo, invece, è una combinazione di politica e religione. Se i monaci buddhisti birmani riusciranno a rovesciare il regime, ecco che saranno di esempio e ispirazione ai loro confratelli del Tibet. Il controllo della Cina sul Tibet è assai più serrato di quello del governo birmano sul proprio Paese. E c’è un altro avvenimento in arrivo che preoccupa i cinesi: la successione dell’attuale Dalai Lama, capo spirituale del Tibet, in caso di morte. Oggi il Dalai Lama ha 72 anni e gode di ottima salute. Al suo decesso, tuttavia, si accenderà una disputa su chi sarà proclamato la sua reincarnazione e successore. Un precedente birmano potrebbe trasformare questo dibattito in un confronto più audace e violento.
Il quarto interesse della Cina riguarda la sua reputazione. Se apparirà associata a una dittatura abbattuta oppure in una repressione feroce, la sua buona reputazione ne soffrirà. L’ascesa dell’influenza cinese a livello mondiale, che deriva tanto dalla sua ricchezza quanto dal declino del prestigio americano, subirà un brusco arresto.
L’India condivide un certo numero di questi interessi. Anch’essa vanta forti legami commerciali con la Birmania e ha investito pesantemente nei giacimenti metaniferi del Paese. Di conseguenza, ha mantenuto un’incrollabile politica del no comment sul comportamento dei militari in Birmania in questi ultimi anni, definendolo un affare interno che non riguarda affatto l’India. Eppure, anche l’India ci tiene ad affermare il suo predominio strategico sul Paese, con la speranza di strappare la Birmania alla sfera d’influenza cinese. Anche l’India ha dato il suo appoggio alla giunta militare, trascurando i diritti umani proprio allo scopo di impedire un epilogo peggiore, quale sarebbe stato un’ invasione cinese.
Ma l’India ha molto da guadagnare se i monaci riusciranno nel loro intento. I legami naturali della Birmania, sia storici che culturali, sono con l’India, e non con la Cina, e questo è vero anche per il Tibet. Un’erosione dell’influenza cinese farebbe molto comodo all’India, allentando la sfida alla sua egemonia sull’Oceano Indiano.
E’ un confronto, questo, ancora moderato e discreto. Implicito, anziché esplicito. Ma mentre gli avvenimenti in Birmania rappresentano soprattutto la lotta di un popolo per la libertà e la democrazia, le loro ripercussioni sul futuro del pianeta assumono una particolare rilevanza. Siamo davanti al primo scontro per stabilire controllo e influenza sulla regione da parte dei nuovi giganti asiatici, la Cina e l’India. E ci auguriamo che sarà l’India a spuntarla.
© Bill Emmott, 2007 Traduzione di Rita Baldassarre
CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FABIO CAVALERA
PECHINO – I monaci buddhisti e diecimila democratici birmani hanno sfidato la dittatura. Hanno lasciato sul campo alcune vite ma hanno vinto perché il mondo ha puntato gli occhi esterrefatti e inorriditi sul volto del generale Than Shwe, il capo dei carnefici, numero uno della giunta, colui che affama il suo popolo però manda la figlia Thandar in sposa con una cerimonia durante la quale lei esibisce diamanti grossi come caramelle e regali per 50 milioni di dollari ricevuti dalla claque.
I religiosi si sono ritrovati davanti alle pagode di Yangon, l’ex capitale, e di Manda-lai, la seconda città della Birmania, e hanno coraggiosamente ripreso la loro protesta. Secondo gli ordini impartiti nella notte fra martedì e mercoledì sarebbero dovuti restare fermi nei templi dalle 9 alle 17. Ore di coprifuoco. Invece hanno mantenuto fede all’impegno che dieci giorni fa si erano dato: andremo avanti. Hanno pagato un prezzo terribile.
La polizia e le truppe antisommossa della ventiduesima divisione sono intervenute senza curarsi degli appelli che stavano piovendo dalle diplomazie internazionali. Hanno picchiato, sparato lacrimogeni e infine impugnato armi da fuoco e ucciso alcuni religiosi. difficile dare un quadro preciso e dettagliato della situazione. La dissidenza in esilio parla di almeno cinque vittime, di alcune decine di feriti e di trecento arresti. Fra questi ci sono l’attore più famoso della Birmania, Zarganar, il poeta Aung Way e Win Naing, oppositore moderato. La residenza del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi da anni privata della libertà e forse trasferita in carcere, è stata per tutto il giorno circondata da un cordone di soldati. I militari hanno ammesso che un uomo è stato ucciso. I testimoni riferiscono scene di pestaggi operati con bastoni di ferro dagli agenti dei servizi di sicurezza infiltrati fra i monaci, provocatori camuffati, coi capelli rasati e ricoperti anch’essi dalla veste arancione. Un attacco studiato a tavolino. Programmato con ostinata determinazione come già avvenne nel 1988 contro gli studenti. Allora fu una strage con tremila morti. I generali sono accerchiati ma quali mosse compiranno è una incognita.
Martedì il presidente Bush ha sollecitato il Consiglio di sicurezza, che si è riunito ieri per una prima valutazione, ad adottare sanzioni contro i dittatori. Ue e Stati Uniti hanno firmato una presa di posizione congiunta sulla stessa lunghezza d’onda e hanno chiesto adeguati provvedimenti. In Francia, Sarkozy ha invitato le imprese a congelare gli investimenti nel Myanmar. E l’Italia con Prodi e D’Alema ha raccomandato alla Comunità e all’Onu misure efficaci. Un coro. Però, le difficoltà di mettere d’accordo i governi sono tante. Mosca e Pechino si oppongono alle sanzioni e ieri il loro no, unito a quello dell’Indonesia, ha impedito al Consiglio di raggiungere un accordo.
soprattutto Pechino che può giocare un ruolo fondamentale essendo la capitale più amica del Myanmar. La Cina, che rifornisce armi e riceve gas, ha lì interessi geopolitici fortissimi. Attraverso la Birmania trova uno sbocco sul golfo del Bengala che taglia via le rotte navali del commercio verso lo stretto di Malacca. un porto strategico di arrivo e di partenza del suo import- export, un punto in cui convergono interessi economici e interessi politico-militari. Per diversi giorni la Cina è rimasta ufficialmente silenziosa, martedì ha espresso una cauta posizione con la quale invitava militari e opposizione al dialogo. Ma al di là di ciò che è apparso alcune fonti hanno lasciato intendere che Pechino ha cercato fino all’ultimo di evitare che la crisi precipitasse. Un rappresentante della giunta birmana è stato ricevuto dai dirigenti cinesi che lo hanno sollecitato a compiere un gesto distensivo: la liberazione dei detenuti politici. Posizione espressa fino all’alba di ieri. Inutilmente.
La Cina pare che si sia irritata. Una rivolta ai suoi confini è pericolosa, può essere di «contagio ». Ecco il motivo per il quale a fari spenti si sta attivando. l’unica strada che, per ora, la diplomazia ha davanti per bloccare i sanguinari generali birmani.
CORRIERE DELLA SERA
D.RO.
BANGKOK – Il suo telefonino squilla in continuazione. Sms e telefonate lampo dalla Birmania per informarlo di quanto accade «oltre cortina»: i continui cortei, le cariche della polizia, gli spari, i monaci uccisi, i feriti, gli arresti. Soe Aung, 46 anni, uno dei dirigenti – in esilio – del Consiglio nazionale dell’Unione birmana, il maggiore tra i gruppi dell’opposizione che sostengono la Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi, ha pochi dubbi: «Le dimostrazioni non si fermeranno, sta alla giunta militare decidere se andare verso il caos, il disastro, oppure accettare quello che proponiamo: il dialogo, la riconciliazione nazionale».
Durante l’intervista, in un bar di Bangkok, arriva anche la notizia che Suu Kyi, il premio Nobel per la pace, e «faro » di questa nuova rivolta, è stata arrestata e trasferita nel famigerato carcere di Insein. A sera non c’era ancora conferma: «I militari sanno che il popolo trae da lei forza e ispirazione. Tutti i cortei provano a passare davanti alla sua casa. possibile che abbiano voluto azzerare la sua influenza sui manifestanti mettendola ancora una volta in prigione».
La Birmania sembra sull’orlo di un bagno di sangue, come nel 1988. possibile fare qualcosa per evitarlo?
« sufficiente che i militari si siedano a un tavolo e accettino di parlare del comune futuro. Basta questo: mettano da parte le armi, la violenza. E aprano alla politica. Nessuno di noi vuole abbattere il regime. Vogliamo la pace e la stabilità. Solo le riforme possono garantire che il nostro Paese esca dal baratro in cui l’hanno cacciato i generali».
Che cosa chiedete in sostanza?
«Sono quattro i punti della piattaforma resa nota dai monaci dell’"Alleanza birmana" alla giunta: 1) scuse pubbliche per i pestaggi e gli arresti di agosto; 2) riduzione del prezzo del carburante e dei principali generi alimentari; 3) rilascio dei prigionieri politici; 4) riconciliazione nazionale attraverso il dialogo. Fino a che queste richieste non saranno accolte, le manifestazioni – pacifiche peraltro – continueranno».
La Comunità internazionale si sta mobilitando. Ma c’è un Paese che più degli altri ha a cuore la stabilità della Birmania: la Cina.
« vero, Pechino è molto preoccupata. Non può permettersi un’altra Tienanmen alle porte di casa a un anno dalle Olimpiadi. Due settimane fa, il ministro degli Esteri birmano Nyan Win si è recato in Cina per informare il suo migliore alleato. Il suo interlocutore, il consigliere di Stato Tang Jiaxuan gli ha detto, in sostanza: "Attenti ai bisogni della gente". E poi, parole davvero inedite, ha suggerito di stabilizzare la situazione "anche con riforme". Lo ascolteranno i generali?».
La repressione di fatto è già iniziata. Come pensate di farvi fronte?
«Ci sono 400 mila soldati in Birmania. Mentre i monaci sono 600 mila. Cosa pensano di fare i militari? Ucciderli tutti? Sanno benissimo che nel nostro Paese colpire un religioso è un atto sacrilego. Fino a che punto avranno il coraggio di andare avanti?».
Nel 1988 le proteste finirono nel sangue. Tremila morti, migliaia di arresti...
«Ma poi i generali furono costretti a concedere le elezioni (nel 1990, ndr) anche se la vittoria della Lega per la democrazia non fu mai riconosciuta. Bene, ora i birmani che scendono con coraggio nelle strade, nonostante il divieto di assembramento e il coprifuoco, non commetteranno gli stessi errori di allora. Per questo i monaci sono in prima fila e stanno bene attenti a non farsi "infiltrare" da provocatori pronti a scatenare la reazioni dei soldati. Marciano e pregano: null’altro».
Però gli spari si sono comunque uditi, con il seguito di morti e feriti...
«La gente non rimarrà a guardare i monaci colpiti dai militari. Se i generali non si fermeranno, sarà il caos. Continuo però a sperare che prevalga la ragione. Non c’è alternativa al dialogo. I militari lo sanno: noi non cerchiamo vendetta. Ma il loro tempo è finito».
CORRIERE DELLA SERA
DAVID JIMENEZ
RANGOON – Hanno lanciato contro di loro i gas lacrimogeni, e hanno continuato a marciare. Hanno sferrato una carica e loro si sono rialzati per proseguire.
Gli hanno anche sparato contro, e poi sono andati avanti. I «figli del Buddha» della Birmania affrontano a mani nude e senza nessuna paura l’esercito più brutale del Sud-Est asiatico. una battaglia impari, nella quale i monaci hanno la forza morale dalla loro, e i soldati i fucili. «Siamo qui per il popolo. Ci prepariamo a morire per il popolo», dice un giovane novizio con la testa rasata e la tunica color zafferano, che simboleggia la ribellione.
La giunta militare ha preso Rangoon, principale città del Paese e centro delle manifestazioni, nel tentativo di schiacciare la più imponente sfida contro il suo potere degli ultimi 20 anni. Schiere di militari armati giravano per le strade colpendo i monaci con i manganelli e caricandoli sui furgoni, prima di portarli via per arrestarli. Diversi ospedali hanno confermato la morte di almeno cinque persone e l’arrivo di decine di feriti, per la maggior parte religiosi.
Ai colpi, i monaci hanno risposto con i cantici. Agli spari, con appelli alla pace. E agli arresti dei compagni, condannando l’anima dei mi-litari che per 45 anni hanno sottomesso questo popolo. Ieri anziani, donne e studenti si inginocchiavano al loro passaggio, unendo i palmi delle mani e inchinandosi davanti a loro, spesso con le lacrime agli occhi. Uno dei religiosi si è rivolto ai civili per chiedere di rimanere in disparte, per paura che aumentasse il numero delle vittime. «Lasciateli a noi, non vogliamo che vi facciano del male», diceva, megafono alla mano, fronteggiando una colonna di soldati protetti da grandi scudi metallici e armati di fucili. Ricordava, in versione birmana, la scena del giovane studente cinese nel 1989, davanti ai carri armati di Tienanmen.
L’attesa repressione della giunta militare è arrivata dopo 10 giorni di proteste, che si sono estese a diverse città in tutto il Paese. Sono stati dispiegati centinaia di soldati a Rangoon prima dell’alba, per circondare la pagoda Shwedagon, simbolo spirituale dei birmani e punto di partenza delle manifestazioni. I monaci hanno risposto al cordone della polizia cercando di avanzare in modo pacifico, e sono stati brutalmente repressi con colpi sparati in aria e cariche. Alcuni di loro giacevano a terra in un bagno di sangue, mentre civili manifestanti gridavano contro i militari «assassini, assassini».
I religiosi non si sono arresi, e in più di 10.000 hanno proseguito il loro cammino verso la pagoda Sule, tappa finale delle proteste, dove erano appostati diversi camion pieni di soldati. Le cariche si sono ripetute, obbligando i monaci a disperdersi in mezzo a nubi di gas lacrimogeni. Naing, un giovane universitario che ha registrato con il telefono cellulare la violenta repressione della polizia, assicura che i militari hanno violato la cosa più sacra del Paese, e che da questo momento anche lui si unirà alle manifestazioni. «Domani saremo di più. Non ci fermeremo », dice, davanti alla pagoda Sule.
Guidati dal comandante supremo, Than Shwe, i dirigenti birmani vivono le proteste trincerati nella nuova capitale di Napydaw, costruita l’anno scorso nel mezzo della giungla, 400 chilometri a nord di Rangoon. Un consiglio di emergenza si riunisce per gran parte della giornata per prendere decisioni, isolato dalle influenze esterne e al riparo dai manifestanti.
Non si sa ancora se la violenta repressione di ieri farà desistere i monaci e i dissidenti, o accenderà ancor di più gli animi. A Rangoon regnava la calma nelle ultime ore di ieri, dopo che i furgoni della polizia avevano percorso le strade annunciando con i megafoni un nuovo coprifuoco fino all’alba. Soldati armati di tutto punto circondavano le principali pagode e templi della città, preparandosi a cercare di impedire che i monaci riprendessero oggi le loro proteste. Mentre il Paese viveva ieri la sua peggiore crisi in 20 anni, la televisione ufficiale trasmetteva una versione locale del concorso musicale «Operazione Trionfo», mantenendo la censura sulle manifestazioni. I tentativi del governo di non informare la popolazione non hanno evitato che le proteste si estendessero anche alle zone più remote del nord del Paese.
Ciò che è iniziato lo scorso agosto con le proteste di piccoli gruppi di cittadini per l’aumento della benzina è già diventato la «rivoluzione color zafferano», il colore delle tuniche dei monaci.
5 El Mundo
(Traduzione di Francesca Buffo)
CORRIERE DELLA SERA
MONICA RICCI SARGENTINI
«L’Italia non starà a guardare. Il regime birmano deve interrompere immediatamente ogni tipo di violenza e dialogare con i monaci. Altrimenti inaspriremo le sanzioni». Suona decisa al telefono la voce di Gianni Vernetti, sottosegretario agli Esteri con la delega per l’Asia, in questi giorni a New York per la 62ª assemblea generale delle Nazioni Unite. «La situazione sta peggiorando’ dice ”. Oggi ci sono stati morti in piazza. Il Consiglio di Sicurezza che si riunirà stasera (ieri notte, ndr) deve varare una risoluzione di condanna. Questa volta Cina e Russia non devono tirarsi indietro».
Mosca, però, ha già definito la situazione nel Myanmar «un affare interno».
«Spero che di fronte ai fatti di oggi la Russia comprenda come quel regime militare non possa in alcun modo essere salvaguardato. E lo stesso vale per Pechino. Sono stati questi due Paesi a bloccare, qualche mese fa, una risoluzione di condanna della Birmania all’Onu. Un’occasione persa, purtroppo».
E se non riuscirete a convincerli?
«C’è sempre la strada dell’Unione Europea. Per domani (oggi, ndr) è convocata una riunione d’emergenza dei Paesi membri. Potremo varare un inasprimento delle sanzioni. Per esempio bloccare le importazioni di legno pregiato birmano, vietare il rilascio dei visti a chi compone la giunta militare, chiedere alle aziende europee di non investire nel Myanmar».
Come avete intenzione di sostenere l’opposizione?
«Sia con aiuti economici che con il sostegno politico. Stasera (ieri notte in Italia, ndr) incontrerò il primo ministro del governo birmano in esilio Sein Win.
Ricordo che nel 1990 la Lega Nazionale per la Democrazia ha vinto le elezioni con il 64% dei voti».
Che notizie ci sono di Aung San Suu Kyi?
«Per ora nessuna. Abbiamo chiesto al regime birmano di farci sapere se è stata rinchiusa in un carcere e chiesto che sia rimessa in libertà. Il nostro ambasciatore a Yangon dovrebbe darci notizie presto».
LA REPUBBLICA,
GRAEME JENKINS
RANGOON Quando gli automezzi carichi di soldati passano fendendo la folla, la gente si scansa, applaude e grida «Eroi!» in segno di scherno. Qualche secondo dopo viene dispersa da lunghe raffiche di armi automatiche: migliaia di uomini, donne e bambini si gettano a terra, cercano riparo ovunque possono per le strade del centro di Rangoon. Si dice che i soldati abbiano ucciso due monaci e un civile. Altre voci parlano di sei vittime. Il regime conferma la morte di un solo religioso, senza spiegarne le circostanze. In realtà il bilancio potrebbe essere molto più grave. Molti manifestanti vengono picchiati e centinaia di altri portati via. Per tutto il pomeriggio, a Rangoon, si odono scariche intermittenti di arma da fuoco, e nuvole di gas lacrimogeno aleggiano sulle zone della città dove sorgono i luoghi più santi del buddismo.
Benché i soldati fossero schierati fuori dai monasteri, decine di migliaia di monaci e di loro sostenitori hanno sfilato ieri in lunghi cortei per le strade della vecchia capitale. Altre decine di migliaia si accalcavano sui marciapiedi delle strade invase dai cortei, offrendo il loro tacito supporto. Le proteste non hanno interessato soltanto Rangoon, ma anche altre zone del Paese e le città di Mandalay e Sittwe.
La Pagoda di Sule a Rangoon, dove nelle analoghe dimostrazioni del 1988 ci fu un vero e proprio massacro, è stato il punto di convergenza delle marce di protesta. Lungo le vie di accesso al grande tempio dorato, situato a un incrocio nel centro della città, i soldati imbracciavano armi automatiche. Dalla sommità di un tetto nelle vicinanze si potevano avvistare lunghe processioni di manifestanti affluire in zona. Le vesti rosse dei monaci formavano una larga striscia mobile al centro della folla formata da gente comune che, indossando una camicia bianca, era accorsa a offrire il suo sostegno e una protezione simbolica contro le pallottole dei soldati. I presenti chinavano il capo al passaggio dei monaci. Questi ultimi sono passati sotto il naso dei soldati di guardia alla pagoda.
«Il generale vi ha detto di non uccidere nessuno», gridava la folla ai soldati, riferendosi al generale Aung Sang, padre dell´icona del Paese Aung Sang Suu Kyi, nonché dell´indipendenza della Birmania.
Un´altra enorme massa di persone si è immessa lungo la strada meridionale che conduce alla Pagoda di Sule ed è arrivata a una trentina circa di metri di distanza dai soldati. Sembrava il preludio di un massacro. Ma forti della loro rabbia, e del loro amore per i monaci, i manifestanti hanno vinto la paura.
In precedenza, uomini con indosso l´uniforme della polizia avevano cercato di impedire la protesta prima ancora che avesse inizio, intorno a mezzogiorno. All´arrivo della prima colonna di monaci con le bandiere in mano, le truppe di sicurezza, con le loro armature, i manganelli e le armi si erano rapidamente disposte per formare un cordone di sicurezza intorno a un piccolo incrocio. Un gruppo di donne, credendo di aver visto a una ventina di metri di distanza i cadaveri di due monaci raccolti e portati via da un camion, ha iniziato a gemere e pregare ad alta voce, manifestando con grida quasi isteriche tutto il loro dolore. In realtà sul luogo c´erano sì le vesti rosse in terra, ma nessuna chiazza di sangue. Poi le truppe di sicurezza hanno afferrato un monaco che reggeva una bandiera e lo hanno preso in ostaggio per arginare dietro a una barricata di filo spinato la folla minacciosa. Altri monaci sono quindi stati caricati a forza sui camion e portati via.
Monaci e manifestanti sono rimasti fermi dietro il cordone di sicurezza, cantando i loro mantra: «Doniamo amore e gentilezza a tutti», «Viviamo senza rabbia e senza violenza». Cantavano e gli applausi scrosciavano. I soldati spianavano le armi.
Più tardi la tensione è salita ancor più: sono piovuti sassi, sono stati lanciati gas lacrimogeni e si è udita una forte scarica di colpi di arma da fuoco. Come gran parte dei colpi sparati l´altroieri, anche questi pare fossero diretti in aria. Durante una pausa tra le sparatorie un uomo ha urlato in direzione dei soldati: «Siamo tutti buddisti. Se uccidete un monaco andrete diritti all´inferno!». Quando un forte tuono è risuonato nel cielo nuvoloso, la folla dei manifestanti per le strade e i giovani monaci affacciati dai muri del loro monastero hanno applaudito, come se Dio avesse detto la sua.
A Rangoon nessuno ne dubita: la folla che ha sfidato i soldati e le armi ieri sarà nuovamente per le strade e le piazze anche oggi. Un monaco della Pagoda Schwedagon commenta: «Qui è morto un monaco. Sono molto turbato e irritato. Noi ci stiamo battendo per la nostra liberazione».
(copyright The Daily Telegraph/La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)
LA REPUBBLICA
MARIO B.
Questo è il racconto di un medico italiano che da qualche anno lavora a Rangoon per diverse organizzazioni umanitarie. Per ragioni di sicurezza ci ha chiesto di non rivelare la sua identità
I colpi dei fucili li ho ancora nelle orecchie. Credo che sparassero in aria, ma come esserne certo? Non ho avuto il tempo e il coraggio di guardare indietro, se non quando sono stato fuori dalla portata dei colpi, che ho localizzato tra Shwedagon e il Traders Hotel, finché tutto è sembrato tornare improvvisamente tranquillo. Poi nuovi colpi, almeno a un chilometro di distanza da dove mi trovavo.
Ero andato a Shwedagon perché, come tutti gli abitanti di Rangoon, mi aspettavo un forte schieramento di forze dopo le manifestazioni e la fine del coprifuoco che da oggi sarà rafforzato, dalle 6 di sera alle 6 del mattino invece che dalle 9 alle 5. Ieri mattina ero certo come tutti di incontrare altri cortei di monaci, che invece non c´erano, almeno in prossimità di Shwedagon. Come me, una folla piuttosto consistente ma non enorme si era raccolta a ridosso della pagoda. Da una parte c´erano giovani vestiti all´occidentale che con aria di sfida sembravano attendere un pretesto, forse, per menare le mani, sicuramente per insultare i soldati, cantando e gridando «Imbecilli», «Idioti». Altri osservavano invece la scena con volti truci e sguardi di rabbia. Forse erano i civili filo governativi, formati anche da ex detenuti che sono stati assoldati per dare man forte alle truppe. Agli incroci c´erano anche persone dall´aria mite, qualcuno addirittura con dei bambini, impiegati che non sono andati a lavorare essendo gran parte degli uffici e delle scuole chiusi, decisi a dare il loro supporto ai monaci con la loro presenza. Sembravano delusi di non vederli sfilare e in vari crocicchi commentavano disgustati il comportamento dei militari.
Appena arrivato sono passato davanti alle truppe schierate e ho subito notato a una distanza di 3-400 metri dai soldati una folla consistente. Ho visto anche tre giovani religiosi che camminavano in fretta e sembravano addirittura voler sfuggire alle attenzioni della gente che li applaudiva, cercava di invitarli o di raggiungerli. Verso l´una ho fatto appena in tempo a uscire dall´area recintata vicino al Traders Hotel quando ho sentito la serie impressionante dei colpi d´arma da fuoco e subito dopo le sirene delle ambulanze mischiate credo a quelle delle auto militari. Mi sono rifugiato nel palazzo dove si trova l´ufficio di un mio amico per chiamare la mia famiglia e sincerarmi che tutti fossero a casa. Poi sono tornato sul posto. All´altezza del Tamadan Hotel diversi autobus di linea sbarcavano ancora gente, mentre una folla meno consistente di prima si teneva ai margini, come se aspettasse qualcosa. Ovunque c´era apprensione, direi una rabbia mal repressa. Rangoon è una grande città e alcune zone sembrano pacifiche. In altre invece i camion militari sono pieni di soldati in assetto antisommossa.
Nell´area della pagoda i militari non reagivano alle grida e ai canti dei giovani, ma cercavano di impedire che entrassero altre persone all´interno del cordone di filo spinato. Mi ha fatto impressione vedere che - a differenza dei giorni passati, prima che Aung San Suu Kyi uscisse dalla sua casa - la gente avesse preso una certa confidenza con la presenza delle truppe. Forse nemmeno colpi di fucile gli impediranno più di uscire.
LA REPUBBLICA
dal nostro inviato VINCENZO NIGRO
I generali della giunta golpista birmana sono molto ben protetti: Cina e Russia hanno bloccato ieri all´Onu ogni tipo di condanna vera, sostanziale del regime che in piazza spara sui monaci. Addirittura la Russia, per dare il suo "sì" alla sola convocazione del Consiglio di sicurezza, ha preteso che oltre che di Birmania si discutesse anche di Georgia e Abkhazia, una crisi in cui di monaci uccisi per le strade per ora non ce ne sono. Ieri al Palazzo di Vetro è andato in scena un ennesimo episodio del braccio di ferro che da mesi vede Usa ed Europa da una parte contro Mosca e Pechino: «La possibilità di nuove sanzioni è molto difficile», dice un ambasciatore italiano, «perché la Cina difende un suo alleato, e Mosca non vuole vedere l´Onu condannare nessun governo che decida di sparare sui suoi cittadini».
I ministri degli Esteri del G8 si sono incontrati a pranzo, prima della riunione Onu: Condoleezza Rice e il russo Lavrov si sono scontrati duramente, con Mosca che ha bloccato ogni riferimento alla parola «sanzioni» nel comunicato finale. Per il segretario di Stato «quello che accade in Birmania è vergognoso, il regime deve smetterla di usare la violenza e avviare un dialogo per la riconciliazione nazionale».
Il livello dello scontro politico spiega perché Massimo D´Alema sia ancora cauto sulla possibilità di successo nuove sanzioni, ma comunque chieda una forte pressione dell´Onu. D´Alema pensa innanzitutto a sanzioni mirate contro i capi della giunta militare: «Mi sono sentito con il presidente Prodi, l´Italia è in grandissimo allarme per quello che succede nell´ex Birmania: la comunità internazionale deve fare pressioni forti, abbiamo chiesto all´Onu e alla Ue di impegnarsi». L´Italia ha chiesto la convocazione del Consiglio alla Francia (presidente di turno) assieme a Usa, Gran Bretagna, Belgio e Slovacchia. D´Alema spera che Cina e Russia facciano pressioni sui militari birmani, «ma voi sapete bene che spesso quando si parla di cose del genere i cinesi ascoltano con grande attenzione, ma ascoltano soltanto» L´Italia comunque sostiene l´opposizione della signora Aung San: «L´ex segretario del mio partito (Walter Veltroni, ndr) l´ha incontrata, il sostegno all´opposizione birmana è molto radicato in Italia».
Ieri all´Onu e oggi in una riunione dei 27 ambasciatori dell´Unione europea, D´Alema ha fatto chiedere sanzioni più dure contro chi personalmente è responsabile della repressione, ovvero i generali di Rangoon: innanzitutto un "travel ban", blocco totale dei visti e dei viaggi all´estero per i leader del regime, ma poi passi ancora più forti, a livello di codice penale internazionale. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner (che ieri ha annunciato la convocazione del Consiglio quando la Russia non aveva ancora dato il suo assenso) pensa a qualcosa di più forte: il blocco degli investimenti economici, come quelli della Total che in Birmania estrae ogni anno 17,4 milioni di metri cubi di gas.
LA STAMPA 27/9/2007
GIORDANO STABILE
Sono almeno sei le vittime dell’intervento della polizia sui dimostranti che protestavano ieri contro il regime militare, per il nono giorno consecutivo, nella capitale della Birmania Yangon, l’ex Rangoon. La manifestazione era ancora una volta guidata da migliaia di monaci, che hanno pagato il prezzo di sangue più alto. Irrawaddy, la principale pubblicazione della dissidenza birmana, scrive sul suo sito che le vittime sono cinque monaci e una donna. Un centinaio i feriti, oltre duecento gli arrestati, la metà sacerdoti.
Nonostante il coprifuoco decretato martedì, i manifestanti, circa centomila, sono scesi in strada. La polizia è intervenuta con ferocia, ha pestato a sangue e sparato. I cortei hanno preso il via dalle pagode di Rangoon (che i militari hanno ribattezzato Yangon, ma che i mezzi di comunicazione dell’opposizione democratica continuano a chiamare con il vecchio nome). Uno dei cortei era diretto verso la casa del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari e da martedì, secondo diverse fonti, in un carcere di massima sicurezza.
I primi incidenti sono cominciati verso mezzogiorno, quando le forze di sicurezza hanno caricato con manganelli e gas lacrimogeni circa 700 persone vicino alla pagoda Shwedagon, abituale punto di partenza delle marce. I monaci in testa al corteo avevano più volte esortato la popolazione a non esporsi. «Ci pensiamo noi», dicevano alla folla, «per favore, non seguiteci». «Un monaco è stato colpito mentre cercava di disarmare un soldato - ha raccontato un testimone -. Altri due sono stati picchiati e sono rimasti a terra. I militari hanno prima lanciato lacrimogeni, poi hanno sparato in aria, ma i dimostranti non si sono fermati».
La repressione non ha colto di sorpresa le forze di opposizione. Il messaggio chiave in questo senso è stato il discorso alla radio del ministro degli Affari religiosi, il generale Thura Myint Maung, che aveva avvertito che i monaci in piazza «non volevano la pace e la stabilità». Than Shwe, comandante supremo dei militari, 73 anni, ha tenuto tutti all’oscuro della sua decisione fino all’ultimo. Questa volta, però, nonostante la censura, le notizie circolano, arrivano foto scattate da gente per strada e messe sui circuiti via Internet.
Zinith Zin, un blogger birmano ospitato su un sito di Bangkok, ha raccontato in diretta il massacro, «con la polizia che sparava e i corpi riversi per terra». Zin ha pubblicato su Internet la foto di un monaco ferito con il messaggio: «Aiutate la Birmania, mandate e-mail all’Onu, a tutti, vi prego». Sanda, una cooperante svedese che vive a Rangoon, racconta che i militari «cercano di non sparare, ma picchiano la gente con il calcio dei fucili». «Hanno preso a calci i monaci, li hanno colpiti alla testa. Hanno camminato su quelli che si erano stesi per terra, anche feriti», riferisce su un altro blog un ragazzo. Fatto preoccupante, David, inglese a Rangoon, segnala che «la giunta sta bloccando le connessioni a Internet, ci vogliono ore per aprire una pagina».
«La protesta odierna è molto diversa dalla rivolta guidata dagli studenti universitari vent’anni fa - conferma un cooperante italiano, residente nel Paese, che preferisce restare anonimo -. I birmani sono coscienti che questa volta il mondo li guarda». La rivolta del 1988 venne soffocata nel sangue dalla giunta militare: furono oltre tremila i morti. Un altro testimone, intervistato da Asianews, descrive la frattura tra religiosi e militari. «Fino a poche settimane fa non si vedeva altro che il verde delle divise e il rosso delle tonache, adesso non più». La giunta aveva cercato negli ultimi anni di usare l’influenza dei monaci per rafforzare il regime.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione urgente. Il segretario generale Ban Ki-Moon ha chiesto all’inviato speciale Ibrahim Gambari di andare subito in Birmania. Ban «chiede al vertice militare di collaborare pienamente con la missione e di mostrare la sua buona volontà a riprendere, attraverso il dialogo, il processo di riconciliazione nazionale».
Unione europea e Stati Uniti hanno condannato in un comunicato congiunto il ricorso alla violenza ed espresso «solidarietà alla popolazione della Birmania», oltre a richiamare i militari alle loro «responsabilità personali» e a invitarli ad aprire un «dialogo con i leader del movimento democratico, inclusa Aung San Suu Kyi». Ue e Usa hanno anche fatto appello a Cina, India e ai Paesi dell’Asean affinché «esercitino la loro influenza per sostenere la popolazione della Birmania». Ma l’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Wang Guangya, ha subito dichiarato che eventuali sanzioni contro la Birmania «non sono utili».
LA STAMPA
MAURIZIO MOLINARI
Tocca a Pechino esercitare la propria influenza sulla Birmania». Dan Fried, vice del Segretario di Stato Condoleezza Rice per i rapporti con l’Europa, è uno degli artefici dell’intesa Usa-Ue sul monito congiunto a Rangoon e fa capire che ora spetta alla Cina schierarsi sulle sanzioni che potrebbero essere votate dall’Onu.
Perché la crisi in in Birmania riguarda la cooperazione transatlantica?
«Stati Uniti e Unione Europa hanno responsabilità comuni e congiunte in tutto il mondo, dove il nostro compito è di rafforzare i nostri valori e amici. Se abbiamo preso una posizione comune di fronte alle violenze del regime contro la popolazione civile è perché la partnership transatlantica è molto forte. Siamo stati capaci di decidere il comunicato, redigere il testo e ottenere le firme di 28 ministri degli Esteri in sole tre ore».
Cosa dimostra tale rapidità?
«Dimostra che la nostra partnership è globale. Usa ed Europa sono il centro della prosperità, il potere e la democrazia nel mondo intero. Quando agiamo assieme il peso si sente. il nostro potere che comporta responsabilità. In questo caso abbiamo fatto la cosa giusta, dimostrato impegno per la difesa delle libertà».
Avete concordato sanzioni contro il regime di Rangoon?
«Chiediamo al Consiglio di Sicurezza di considerare ogni ulteriore possibile passo contro il regime, incluse le sanzioni».
Nel comunicato Usa-Ue chiede alla Cina di fare pressioni sulla Birmania. Temete che Pechino possa porre in veto alle sanzioni?
«Cina, e anche India, possono fare molto perché sono in Asia, hanno influenza e, nel caso di Pechino, molta autorità. Pechino può esercitare un ruolo di alto profilo in questa crisi, unendosi al resto del mondo. Non facciamo critiche, cerchiamo la collaborazione di Pechino e speriamo di poterla trovare presto».
L’Ue sta valutando l’ipotesi di adottare proprie sanzioni all’Iran in ragione del presente stallo dei negoziati al Consiglio di Sicurezza. Cosa si aspetta dalle misure europee?
«L’Iran è un terreno sul quale l’Europa conta molto. Il presidente Nicolas Sarkozy e il ministro degli Esteri Kouchner hanno dato un grande contribuito al blocco del programma iraniano facendo capire che l’atomo di Teheran non è un problema americano ma del mondo intero. Per arrivare ad una soluzione diplomatica bisogna agire con forza e determinazione, per questo le sanzioni europee potranno giovare molto».
Che ruolo può avere l’Italia nelle sanzioni contro l’Iran?
«Siete una grande nazione europea, avete un ruolo importante nell’Ue e sulla questione iraniana il vostro ruolo è di valore. Apprezziamo le posizioni italiane sulla sicurezza energetica e sul Kosovo, contiamo su un’altrettanto forte cooperazione sull’Iran».
Auspica per l’Italia aderisca alle sanzioni Ue a Teheran?
«Certamente. importane che l’Europa intera agisca, si unisca a noi nelle sanzioni tese ad impedire che un leader pericoloso come Mahmud Ahmadinejad metta le mani sulla bomba atomica».
Che impressione le ha fatto Ahmadinejad New York?
«Bene hanno fatto gli studenti dell’Università di Columbia a sotterrare sotto una collettiva e sonora risata quanto di ridicolo ha detto sull’assenza di gay in Iran».
Se il Kosovo dichiarerà unilateralmente l’indipendenza nonostante l’opposizione di Belgrado e Mosca i Balcani rischiano di precipitare in una nuova crisi?
«Speriamo che gli attuali negoziati abbiano successo e confidiamo in particolare nell’inviato dell’Ue. Il Segretario di Stato Rice ha detto con chiarezza che se i negoziati falliranno si procederà in altra direzione. Ciò che speriamo è di coinvolgere anche la Serbia in un quadro Ue».
Qual è lo stato di salute dei rapporti con l’Italia?
«Sono appena reduce da colloqui con alti rappresentanti della delegazione italiana, abbiamo discusso di una vasta agenda riscontrando convergenze e parlando di cooperazione».
LA STAMPA
CLAUDE B. LEVENSON
Nella scia della II Guerra mondiale e dell’impero britannico, parallelamente all’India e al Pakistan, la Birmania arriva all’indipendenza nel 1938. Ed è subito segnata dalla violenza: alla vigilia della proclamazione ufficiale, il 19 luglio 1947, il gabinetto provvisorio che si prepara a prendere le redini della nuova Unione birmana viene abbattuto a sangue freddo nel corso di una riunione di lavoro. Tra le nove vittime di questo colpo di mano ci sono il generale Aung San, padre dell’indipendenza e di Suu Kyi, e il suo fratello maggiore, Ba Win, padre di Sein Win, attuale primo ministro del governo in esilio. Non si è mai saputo con certezza chi fosse il mandante, e i birmani sospettano che il generale Ne Win, futuro dittatore, alla sua morte nel 2002 si sia portato nella tomba questo segreto.
Unico sopravvissuto del massacro, perché non era sul posto, U Nu sarà il primo ministro incaricato di aprire la strada alla democrazia. Le condizioni sono difficili: il Paese fatica a riprendersi dall’occupazione giapponese, la guerra civile condotta da un partito comunista agguerrito non dà tregua e le rivendicazioni di autonomia - se non indipendenza - etnica sfociano in aperte ribellioni che mettono in difficoltà la fragile autorità dei civili al potere.
Questa prima esperienza democratica, condotta seconda le regole da persone sincere che si rifacevano alla tradizione buddista locale, è piuttosto caotica e viene bloccata di netto nel 1962 dal colpo di mano del generale Ne Win, vecchio compagno d’armi di Aung San e suo potenziale rivale, che si impadronisce del potere per non lasciarlo più. Intende seguire la «via birmana al socialismo», mettendo subito fine al movimento comunista clandestino, poi instaurando una dittatura pura e dura.
Ha governato con mano di ferro, e la Birmania si è chiusa di nuovo all’influenza straniera, in ragione dell’epoca coloniale, senza peraltro guadagnarci molto di più degli altri Paesi del campo socialista. La Birmania ha svolto, insieme all’India e all’Indonesia, un ruolo centrale nella fondazione del movimento dei Paesi non allineati, prendendone però presto le distanze, per seguire un cammino molto solitario. Sotto la frusta di Ne Win, autoritario, appassionato di segretezza e superstizioso, le condizioni di vita della maggior parte della popolazione non hanno fatto che deteriorarsi. L’esercito continuava a ricevere rinforzi e armi, a scapito della Sanità e dell’Istruzione. Il traffico di droga arricchiva le clientele delle gerarchie militari. I birmani, con poche eccezioni, sono stati isolati dal resto del mondo, privati delle libertà basilari.
Impregnata di una visione buddista del mondo, la popolazione ha spesso dato l’impressione di adagiarsi in una situazione che andava controcorrente rispetto allo sviluppo del resto della regione. Ma una brutale svalutazione nel 1988, quando Ne Win aveva già fatto finta di cedere il potere a successori designati da lui stesso, porta per la prima volta la gente nelle strade. Per settimane studenti, civili e monaci si trovarono tutti i giorni in manifestazioni tanto spettacolari quanto pacifiche. Emerge all’improvviso una figura inaspettata, destinata a diventare rapidamente emblematica: Suu Kyi, figlia di Aung San. Attorno a lei si cristallizzano le attese, riassunte nelle parole «democrazia» e «libertà». La risposta militare è spietata: l’esercito spara, facendo migliaia di feriti e, secondo alcuni bilanci, più di tremila morti. La comunità internazionale, la testa sotto la sabbia, non capisce e lascia fare.
Comincia allora un gioco pericoloso tra i militari e una popolazione senza mezzi, che dà ancora una volta l’impressione di subire senza proteste. La giunta organizza le elezioni del 1990, ma ignora i risultati che danno l’80 per cento dei seggi alla Lega per la democrazia. Suu Kyi passa da allora i due terzi della sua vita agli arresti domiciliari, niente fa recedere la giunta e i generali che si succedono alla sua testa,. L’opposizione è decimata, le ribellioni etniche schiacciate con le armi o con finti accordi. Si stima che oggi la metà della popolazione viva sotto la soglia della povertà, ma gli investitori - Giappone, Thailandia, Singapore - non perdono l’occasione per fare affari, mentre la Cina è diventata il primo partner commerciale, e l’India, prima più prudente, la segue a ruota. Ma è bastato un forte aumento dei carburanti, quindi del prezzo dei trasporti, e dei prodotti di base perché i monaci - i soli che hanno mantenuto una certa autonomia grazie al prestigio di cui godono - scendessero in piazza per esprimere l’esasperazione di un popolo inbavagliato e sprovvisto dei mezzi per esprimersi.